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Conferenza stampa di Il colore della libertà - Roma, 22/03/2007

Pubblicato il 29 marzo 2007 da Carlo Dutto


Conferenza stampa di Il colore della libertà - Roma, 22/03/2007

La saletta al primo piano dell’Hotel Majestic, in piena via Veneto ha accolto Bille August e Joseph Fiennes, regista e protagonista de Il colore della libertà. Un film fieramente indipendente, frutto di una co-produzione internazionale, costato 12 milioni di euro e in uscita in Italia in 150 copie, come ricorda Luciano Sovena, dell’Istituto Luce, distributore del film.

Una curiosità per prima cosa: Nelson Mandela ha visto il film?

BILLE AUGUST: No, ancora no. Mandela non è più giovane e ormai ha diradato impegni e uscite pubbliche, pur restando in contatto costante con il governo del Sud Africa. Gli abbiamo spedito una copia del film in dvd, spero che mi faccia sapere cosa ne pensa.

Ha conosciuto Mandela? L’episodio del cioccolatino corrisponde a un fatto realmente accaduto, almeno secondo quanto da voi documentato?

B.A.: L’episodio del cioccolatino è realmente accaduto, un errore della moglie Winnie che fece uscire il tutto sulla stampa nuocendo molto a Mandela stesso. Non ho mai conosciuto Mandela di persona e posso dire che per il casting io e i produttori ci siamo incontrati molte volte per scegliere chi potesse interpretare il personaggio: cercavamo un attore che fosse capace di far risaltare al meglio il carisma e la dignità di Mandela e la scelta di Haysbert è risultata assolutamente perfetta. Dennis risultò subito entusiasta del ruolo, consapevole e un po’ spaventato, da attore di colore, per la responsabilità di interpretare un personaggio di tale statura.

Il film presenta un alto valore morale, ma risalta anche l’aspetto legato alla censura di un uomo e delle sue idee..

JOSEPH FIENNES: Io credo che il film tratti del condizionamento sociale, visto attraverso la nostra prospettiva privilegiata di occidentali. Proprio come il mio personaggio, che subisce un cambiamento progressivo di mentalità e si distacca dal proprio condizionamento sociale. James, il secondino che interpreto, infatti, inizialmente vede in Mandela un pericoloso terrorista, come lo faceva passare il governo sudafricano di allora. Ma la conoscenza con l’uomo-Mandela lo porterà, lungo un lasso di tempo che tocca quasi i trent’anni, a scoprire nel prigioniero speciale una persona che lo porterà a un condizionamento emozionale più forte dei preconcetti.

Nel film si denota una scelta precisa: lasciare fuori campo tutto ciò che non avviene nel carcere, sia prima della carcerazione di Mandela che di tutto il periodo dell’Apartheid…

B.A.: Per tutto il film ho mantenuto volontariamente il focus sul personaggio di James Gregory, seguendo la sua vita da quando arriva al carcere di Robben Island come secondino e crede fermamente nel razzismo professato dall’Apartheid fino a quando conosce Mandela e progressivamente ne assorbe le idee sull’uomo che gli permettono di cambiare opinione, mentalità e valori.

La figura della moglie del secondino, Gloria, risulta molto diversa dagli altri personaggi: mentre tutti sono spinti da grandi ideali, lei risulta una donna materiale, arida…

B.A.: Gloria è una persona notevolmente più ambiziosa del marito, appoggia senza tentennamenti il regime dell’Apartheid e non riesce ad accettare il rapporto umano che si è creato tra James e Mandela, il che la rende una donna gelida e senza ideali.

In questo periodo si assiste a una maggiore produzione di film a carattere storico, film che pongono sempre più al centro della pellicola la veridicità dei fatti narrati e quindi, a monte, la questione delle fonti. Per il vostro film non avete avuto la testimonianza diretta del protagonista, Nelson Mandela. Quali sono state, quindi, le vostre fonti?

B.A.: Nel trattare argomenti di carattere storico bisogna essere accurati nella raccolta delle informazioni. Pur non avendo potuto consultare direttamente Mandela, ho passato sei mesi prima delle riprese in Sud Africa, leggendo il più possibile libri e giornali dell’epoca, visionando immagini e video, ho visitato famiglie di bianchi e neri, raccogliendo numerose testimonianze. Anche Joseph (Fiennes, ndr.) si è recato nel paese africano prima delle riprese e ha visitato alcune carceri locali.

Confermate, secondo le vostre fonti, che Mandela non provava repulsione nei confronti dei secondini del carcere?

R.F.: Il punto sulla ‘repulsione’ è davvero importante e centrale nella vicenda di Mandela. Alla domanda su come fosse riuscito a sopravvivere tanto tempo in carcere, Mandela rispose che era stato costretto a rimanere in prigione fino a quando non sarebbe riuscito a far ‘liberare’ i suoi carcerieri. Un episodio che personalmente assomiglia a una parabola, all’applicazione di una filosofia zen. Nel carcere dove erano rinchiusi i detenuti politici si creavano tra carcerieri e carcerati relazioni umane molto forti, a volte violente e brutali, ma anche e spesso cordiali. Ci hanno riferito per esempio che molti degli avvocati rinchiusi aiutavano i secondini a sbrigare piccole e grandi pratiche legali…

Uno degli aspetti interessanti del film si trova nello spaccato di un paese, il Sud Africa, nel periodo pre e post-Nelson Mandela. Il processo di integrazione si è definitivamente risolto grazie all’azione di Mandela o la strada non è ancora conclusa?

B.A.: Il Sud Africa come lo vediamo adesso conta solo tredici anni di vita, una giovane democrazia ancora vulnerabile. Ma nel periodo che abbiamo passato laggiù ci siamo tutti accorti che è un progetto democratico molto sentito, in cui tutti credono fortemente. Per me in particolare fu molto toccante una scena a cui ho assistito in una scuola: bambini bianchi e neri che giocavano spensieratamente insieme. Per loro, così giovani, è difficile capire come sia potuto esistere l’Apartheid, ma tutti sanno dell’opera compiuta da Mandela prima e dopo la sua scarcerazione, tutti sanno del periodo in cui le uccisioni avvenivano quotidianamente per le strade e la situazione ricalcava quella di una guerra civile. Mandela è riuscito a far dialogare le parti avverse, avvicinandole al perdono reciproco e al concetto di Unità: ci è riuscito e anche grazie a lui ora esiste un Sud Africa libero.

Nel film si racconta una realtà, l’Apartheid, che ambedue non avete conosciuto direttamente. Avete avvertito il rischio di non essere aderenti alla storia?

B.A.: Assolutamente no, si può raccontare tranquillamente una realtà storica non conosciuta direttamente, basti pensare che girando Pelle alla conquista del mondo ho raccontato la vicenda di un contadino all’inizio del ventesimo secolo, senza avere testimonianza personale della realtà contadina dell’Ottocento.

R.F.: Pur non avendo vissuto personalmente quel periodo in Sud Africa, oltre alle testimonianze ascoltate prima delle riprese, avevamo sul set una troupe variegata formata da bianchi, neri, afrikaners, zulu. Tutti osservavano attentamente le varie fasi del film durante le riprese: era la loro storia che noi raccontavamo, il loro paese. Tra loro ex detenuti politici e semplici testimoni che scrupolosamente ci hanno regalato input nuovi e non previsti.

L’uscita de Il colore della libertà e L’ultimo re di Scozia è quasi contemporanea: due film che narrano la vita di leader africani, completamente diversi nelle azioni e negli obiettivi politici, ma entrambi raccontati attraverso la prospettiva e il fascino esercitato su un personaggio dalla pelle bianca. Similitudini casuali?

R.F.: In realtà è una semplice coincidenza. Tra i film usciti recentemente ricordo che anche Blood Diamond racconta un aspetto dell’Africa dal punto di vista di un bianco o di un occidentale. Hollywood, dopo aver posto il focus sull’America Latina, ha finalmente spostato l’occhio sul continente africano. Questi film citati riguardano tutti l’abuso di potere, osservato attraverso occhi di uomini ‘esterni’, bianchi che rappresentano l’oppressione e la colonizzazione. Ritengo fondamentale per l’Occidente raccontare l’oppressione dei popoli africani vista dalla parte dei bianchi, di coloro che la applicavano. Film che ci ricordano le ipocrisie dell’Occidente nello sfruttamento delle risorse africane dei diamanti o del petrolio, senza scordare le responsabilità nella scarsa attenzione alla lotta all’Aids. Il sindaco di Roma Veltroni è in questo senso un esempio che altri politici dovrebbero seguire: ha posto l’attenzione sull’Africa. L’Occidente ha rubato molto all’Africa, è venuta l’ora di dare qualcosa indietro.

Cosa ricordate del giorno in cui fu liberato Mandela?

B.A.: Ricordo molto bene quel giorno e il suo discorso in piazza a Città del Capo. Parole di riconciliazione e di ricerca dell’unità. Parole coraggiose di un uomo che avrebbe avuto tutte le ragioni, dopo 27 anni di carcere, di chiedere una sorta di vendetta. Nel film il momento della liberazione è centrale: dà il via al progetto di Mandela, ma è anche un momento dolce-amaro, per Gregory, in quanto finisce una parte importante della sua vita, dopo vent’anni di vicinanza al carisma di Mandela.

R.F.: Ho un ricordo emozionante del momento della sua liberazione, davanti alla televisione, con mia madre. Ricordo anche la figura di Mandela durante gli anni Settanta, grazie ai racconti dei miei genitori e a quando da bambino abitavo a Londra e passavo ogni giorno di fronte a una casa di sudafricani. Questi avevano un banchetto dove distribuivano volantini a favore della liberazione di Mandela e io firmavo le loro petizioni ogni volta che passavo. Mi sentivo un rivoluzionario!

Tu e tuo fratello Ralph, anch’esso attore, parlate mai dei vostri progetti cinematografici e in particolare hai parlato di questo film con lui, che oltretutto è impegnato con l’Onu? R.F.: Solitamente non ci confrontiamo sui film che giriamo, e non è stata fatta eccezione nemmeno per Il colore della libertà. Ho però apprezzato tantissimo The constant gardener un film brillante dove Ralph ha recitato in modo brillante.

Molti registi europei sono ‘migrati’ ultimamente negli Usa, in particolare autori del cinema d’azione. Lei, che si occupa maggiormente dei “turbamenti” dell’animo, ci racconta la sua esperienza di ‘migrante’?

B.A.: Dopo il successo (e l’Oscar, ndr.) di Pelle alla conquista del mondo ho ricevuto molte offerte, molti copioni da tutto il mondo: spesso sono stato tentato di accettare, non tanto per il lato glamourous di Hollywood, quanto proprio per le storie che mi proponevano. Ritengo che per un regista il nocciolo di tutto sia l’integrità, che non si deve perdere mai, anche quando si affronta un’esperienza come quella di Hollywood, che può risultare eccezionale se si esce dall’ottica dello star system e del denaro.


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