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Conferenza stampa di Requiem, Roma, 14/11/06

Pubblicato il 25 novembre 2006 da Marco Di Cesare


Conferenza stampa di Requiem, Roma, 14/11/06

Il regista tedesco Hans-Christian Schmid giunge nel cinema Quattro Fontane per parlare con la stampa italiana del suo ultimo film, Requiem, presentato in concorso a Berlino 56, dove ha vinto l’Orso d’argento per la migliore attrice protagonista, Sandra Hüller.
Il film uscirà sul nostro territorio il 24 novembre, in venti copie.

La storia è ispirata ad un fatto di cronaca: ha avuto un’eco in Germania? Per quello che riguarda il processo, vi sono state delle condanne?

Anneliese Michel è morta il 1° luglio 1976, il processo si è tenuto nel 1978: i due sacerdoti e i genitori sono stati accusati di omissione di soccorso; non sono stati messi in prigione, ma sono stati condannati a sei mesi di servizi sociali.
Tutto è cominciato per caso, altrimenti la morte sarebbe rimasta nascosta, perché il medico di famiglia, che conosceva i Michel, non aveva più la carta; è arrivato un altro dottore, che si è rifiutato di firmare che si trattava di morte naturale: da ciò è nato lo scandalo.

Lei pensa che casi del genere accadano spesso?

E’ difficile da dire: i casi nascosti rimangono tali; non so se si tratti della punta di un iceberg, comunque non credo che accada molto spesso.

Dove ha ambientato il film?

Deliberatamente ho scelto di non ambientarlo negli stessi luoghi e di non utilizzare gli stessi nomi; ho comunque scelto Tubinga, perché si trova nella Germania del sud, dove la maggioranza della popolazione è di fede cattolica. Nella realtà il fatto è accaduto nel Baden-Württemberg.

Requiem è stato scritto e girato contemporaneamente a The Exorcism of Emily Rose?

Ne siamo venuti a conoscenza solo durante la realizzazione del nostro film: ne eravamo preoccupati, ma durante il montaggio abbiamo saputo che nel film americano la storia è ambientata ai giorni nostri e tutto è incentrato sull’avvocato, per cui abbiamo capito che si trattava di due film diversi.

Nel suo film è presente una denuncia del fattore religioso in quanto elemento fondante dell’educazione?

Provengo da un piccolo paese della Baviera famoso per i pellegrinaggi, dove la religione è stata sempre molto importante, un po’ come a Fatima. Io sono cresciuto così. Nella mia famiglia, però, l’educazione religiosa è stata più pressante nella generazione precedente alla mia, ossia quella dei miei genitori e dei miei nonni.
Io, comunque, non volevo fare un film contro l’esorcismo come cura, perché nel 2006 sappiamo tutti che non è questa la strada giusta per guarire una persona: è ormai inutile parlarne.
Qualunque fondamentalismo è negativo: si chiude in se stesso e non guarda gli altri. Io ho raccontato una tragedia: ognuno (preti, medici) aveva un suo proprio metodo e le sue proprie convinzioni, voleva fare del bene, ma senza confrontarsi con gli altri.

Il prete anziano sembra quasi imprigionato nella credenza superstiziosa del paesino e, alla fine, anche quello giovane cede a questa cultura.

Nel mio paesino le persone benedicono anche le macchine...!
A me interessava mostrare due strade diverse per i due sacerdoti: quello anziano è più aperto, quello giovane è rigido e viene visto come uno scienziato che pensa che il suo sia il metodo migliore. Questo aspetto del film è molto simile al caso di cronaca.

Come è stato accolto il film in Germania, considerato anche l’oltranzismo della società moderna e un papa come Ratzinger?

La Germania è divisa: a Nord i Protestanti, a Sud i cattolici, mentre a Est per lunghi anni vi è stata un’assenza di religione. Quindi a Nord e a Est ho raccontato qualcosa di nuovo, a Sud qualcosa di già conosciuto.
La Chiesa ha capito, in gran parte, che non si tratta di un film di critica verso di essa (per me si tratta di un film su una famiglia); una rivista cattolica di cinema è rimasta molto contenta per il film, è stata un’occasione per dare vita a dei dibattiti cui ho preso parte anch’io. La parte meno aperta non ha avuto reazioni, che io sappia! Forse un editore ha stampato due libri sulla storia di Anneliese.
Abbiamo mostrato il film finito alla sorella più giovane di Anneliese: lei non ha affermato di essere rimasta contenta, perché di certo ne è stata molto toccata, però non si è detta infastidita, poiché ha compreso che non volevamo prenderci gioco di nessuno. Il padre è morto negli anni ’80; la madre ora ha 85 anni: non ha voluto vedere il film, né sapere alcunché sulla sua produzione.

I caratteri dei genitori sono basati sulla verità?

Sicuramente è sempre difficile comprimere le esistenze delle persone in 90 minuti. Comunque sì: la madre è molto dura (tipico nelle donne tedesche che hanno vissuto la Guerra), incapace di mostrare i propri sentimenti; il padre cerca di evitare i conflitti, il che in una famiglia è sempre un problema.

Tutto è incentrato su di una donna.

Sicuramente diverse ragioni possono condurre alla fine di questa storia: non si sa se si tratti di epilessia, del rapporto difficile con la madre, o di qualcosa che aveva i sé. Comunque io e lo sceneggiatore abbiamo deciso di dare centralità al rapporto madre-figlia.
Sinceramente vediamo Michaela cercare una vita normale per una giovane di quel periodo: tanti hanno superato bene il conflitto generazionale, invece in questo caso il conflitto è talmente forte che lei non riesce a superarlo. Io non capisco quando è che tutto va oltre, quando accade l’irreparabile, quando tutto giunge al livello neurologico.

Secondo lei, in un’epoca oscurantista, può accadere di nuovo?

Potrebbe succedere dovunque: anche in Germania esistono esorcisti educati dal Vaticano.
Credo che la mia opinione risulti chiara vedendo il film: io non credo nel Diavolo. Ma Michaela e gli altri credono nel demonio. Loro la amavano: io volevo capire i meccanismi che hanno portato a tutto questo.

La parte più attuale del film racconta di una Germania profonda e di una famiglia. Può ancora accadere in questa realtà: voleva dire anche questo?

Per me è difficile dire quanto i conflitti possano essere forti, soprattutto nelle piccole comunità. Io nella cronaca leggo molte notizie di conflitti familiari: forse oggi accadono più nelle grandi città che nei piccoli paesi, dove tutti ti conoscono e possono intervenire.

Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?

Due interessi principali: la mia città natia, già trattata in precedenza per quanto riguarda l’argomento religioso (film e documentari), poi ho letto di questa storia e di Anneliese venerata sempre più come una santa. Ero interessato al rapporto madre-figlia e a come si comporta una famiglia quando un suo membro è malato. E il film termina con la ragazza che ormai non è più recuperabile.
Al tempo si pensava che l’epilessia fosse una malattia mandata da Dio: forse veniva vista come una dura prova; difatti il padre, dopo la morte della figlia, ha costruito una piccola chiesetta vicino alla casa, dove la gente va a pregare sulla tomba della ragazza.
Anneliese ha vissuto un anno a casa dei genitori, ha subìto sessanta esorcismi, diventava sempre più magra: com’è possibile che non si siano accorti già dopo cinque o sei esorcismi che non era quella la strada giusta? Perché non hanno provato un altro metodo? Si è trattato di stupidità? Di ignoranza? Durante il processo in Germania si è creato un grande dibattito: c’era chi voleva perdonare i genitori, perché avevano sofferto già tanto; altri volevano dar loro l’ergastolo. Il padre, a processo appena cominciato, disse: «Non posso venire giudicato da voi, perché ho un unico giudice, molto più elevato. Ora preghiamo insieme».

Lei è anche il produttore del film: quali difficoltà ha incontrato?

Non è stato così difficile, perché ho lavorato con persone di cui mi fido. Ho finito di lavorare sul lato finanziario a due settimane dall’inizio delle riprese, e da quel momento in poi ho potuto dedicarmi completamente alla regia.

recensione del film Requiem


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