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Conferenza stampa Francis Veber: Roma, Hotel De Russie, 08/05/06

Pubblicato il 11 maggio 2006 da Marco Di Cesare


Conferenza stampa Francis Veber: Roma, Hotel De Russie, 08/05/06

Sono anni ormai che lei fa ridere. Rispetto a dieci anni fa è cambiato il modo di far divertire il pubblico?

Non ho quest’impressione. D’altronde non sono mai stato alla moda: non ho mai avuto la tendenza a far parlare i miei personaggi secondo un linguaggio cool, secondo un gergo.

Una top model nel mio letto mi ricorda un po’ Notting Hill: ci ha pensato nel momento in cui ha scritto il film?

Non ho pensato precisamente a Notting Hill, ma più che altro alla Julia Roberts di Pretty Woman: il modo di camminare, la sua simpatia. Ma ora che mi ricordo bene, nel mio film vi è qualcosa di simile a Notting Hill: Hugh Grant è proprietario di una libreria, così come Virginie Ledoyen nel mio film.

Nota delle differenze rispetto alla produzione corrente? E’ cambiato il pubblico? E’ per caso aumentata la componente glamour?

Sicuramente è cambiata la maniera di far ridere, ma in peggio. In Italia, Francia, Stati Uniti non vi sono più i grandi autori di un tempo. Però non è colpa del pubblico che desidera cose diverse: la colpa semmai è degli autori. Si pensi alla produzione americana corrente: prima gli autori provenivano da Broadway, oggi dalla televisione. Prima si cercava di tenere il ritmo lungo l’intero film; oggi si è abituati a far ridere ad ogni scena, ad avere sempre la battuta pronta.

Cosa la fa ridere come spettatore?

Sicuramente i film comico demenziali americani: Tutti pazzi per Mary dei fratelli Farrelly, ad esempio. Mi fanno ridere, ma io non realizzerei mai film di quel tipo. Penso alla scena in cui Ben Stiller si masturba e a Cameron Diaz che inconsapevolmente usa il suo sperma come gel per capelli: come può un regista fare una scena che osa in questa maniera? Saranno proprio i fratelli Farrelly a realizzare il remake americano di Una top model nel mio letto.

Pochi registi europei hanno fatto remake americani di un proprio film: lei è uno di questi (si tratta di Les fugitifs del 1986 diventato Three Fugitives nel 1989, ndr). Adesso, ad esempio, L’ultimo bacio di Muccino. Funzionano, o c’è qualcosa che si perde assieme alla traduzione?

E’ stato un errore l’aver fatto io stesso il remake di un mio film. Ho lavorato sulla versione francese come se fosse una semplice bozza, mentre ho considerato quella americana come la versione buona. Ma si lavora meccanicamente, si perde lo charme.
E’ molto complicato realizzare un remake in un altro Paese. Generalmente un produttore compra il film, poi lo vede almeno dieci volte assieme allo sceneggiatore: in questo modo i due si annoiano, e decidono di cambiare il film, incappando in un errore.
Forse il remake migliore di un mio film è stato tratto da Il vizietto (regia Edouard Moulinaro, Veber co-sceneggiatore, ndr), che in America è diventato Piume di struzzo: la sceneggiatrice mi ha confidato di aver cercato di essere il più fedele possibile. E’ questo il modo in cui si deve lavorare.
Dei miei film sono stati realizzati sette remake, attualmente sono tre quelli in lavorazione: La cena dei cretini, L’apparenza inganna, Sta’ zitto... non rompere.

Come mai lei, pur mantenendo un lato molto francese, è così apprezzato negli Stati Uniti?

In America amano i film che possono essere riassunti in una sola battuta o in una sola scena. Ad esempio invitare un “cretino” a cena per prendersene gioco, e poi rimanere intrappolati con lui nella propria abitazione a causa del colpo della strega (La cena dei cretini, ndr). Oppure un suicida e un killer chiusi nella stessa stanza d’albergo(Il rompiballe: regia di Edouard Molinaro, Veber co-sceneggiatore, ndr).
Quello che poi gli americani fanno dopo dei miei film desta in me delle perplessità.

Oggigiorno il mondo del cinema è dominato da sequel e remake di film con incassi elevati: come si può essere originali?

Mi sento sempre disorientato a questa domanda. Il malessere è forte soprattutto negli Stati Uniti, dove regnano film per adolescenti lontani dalla grande tradizione americana, film nei quali non possono recitare attrici con più di 30 anni.O L’era glaciale, o piccoli film indipendenti di nicchia per intellettuali: si è persa la via di mezzo. Gli ultimi grandi film americani sono stati American Beauty, Il grande Lebowski e Fargo.

Come sceglie gli interpreti dei suoi film? Quali qualità riesce a vedere in loro? Penso a Daniel Auteuil in ruoli diversi da quelli che noi potremmo percepire abitualmente in lui.

Daniel Auteuil è uno dei più grandi attori comici con cui io abbia mai lavorato. E’ bravissimo sia come comico che come attore drammatico: come Depardieu è un primo violino, uno Stradivari. Ho avuto semmai dei problemi per mettere insieme il cast: ho riunito attori del passato a giovani talenti su cui rischiare. Pensate al personaggio del venditore di telefoni cellulari: è interpretato da un esordiente, molto bravo; ho dovuto, però, fare varie prove per vedere se potesse funzionare.
Ho scoperto solamente quando sono diventato regista quanto possa essere difficile il lavoro dell’attore. Anche perché io sono molto scrupoloso: durante la lavorazione de L’apparenza inganna ho fatto ripetere una scena a Daniel Auteuil anche 37 volte, fino a stremarlo; ma ogni volta che la rifaceva, vedevo che da lui si sprigionava sempre più energia. Gli attori, comunque, sono un materiale fragile.

Ha stabilito un rapporto di amicizia con Auteuil?

E’ difficile diventare amici di un attore, perché un attore è un bugiardo di professione! Finite le riprese avrà un amore con un altro regista: sarò cornuto? Baci e abbracci finché si gira, poi ognuno per la sua strada. C’è un aforisma di Sasha Guitry sulle donne che può essere applicato agli attori: «Loro si truccano, si tingono i capelli e gli uomini dicono: cercate di essere voi stesse!». Forse è una visione pessimistica. Comunque io adoro gli attori: lavorare con loro è l’aspetto più bello per un regista.

In Francia ultimamente ha destato scalpore un filmato, ripreso tramite un cellulare e diffuso sul web, di una professoressa picchiata dai suoi studenti nella banlieu. I suoi film sono diretti a questi adolescenti? Quale ruolo può ricoprire il suo cinema? Può essere educativo? Può portare i giovani a essere meno violenti?

Non credo si possano cambiare le persone solo facendo film: sarebbe bello, ma...
Anni fa rimasi sorpreso dal successo de La cena dei cretini fra i giovanissimi, anche perché, secondo me, si trattava di un film che parlava di tematiche legate al mondo degli adulti. Non lo avrei mai immaginato in fase di sceneggiatura. Quando si scrive un film bisogna seguire la propria partitura, sperando di poter raggiungere il pubblico.

Lei sembra una persona molto calma: eppure i suoi film sono pieni di ritmo...

E’ stato lavorando che ho imparato a gestire il ritmo di un film. Penso a Professione giocattolo, il mio esordio come regista: all’inizio era lentissimo. Il cinema scorre più velocemente della vita: se un attore lo fai camminare, sembra che sia immobile; se lo fai correre, sembra che stia camminando.
Io comunque sono una persona calma: altrimenti sarei morto da tempo! Sarei morto, perché spesso ho avuto attori difficili!

Quale commedia potrebbe girare sul caso Sarkozy?

Sarkozy? No, non amo i clown! Scherzo: io amo i clown! E’ solo che Sarkozy e de Villepin non sono pagliacci, sono predatori che cercano di mangiarsi a vicenda: sono un grande problema per la Francia. Voi qui in Italia avete Berlusconi: in America (Veber ormai vive negli Stati Uniti, ndr) si dice che non vuole lasciare la sua poltrona. Prodi e Berlusconi si comportano come Sarkozy e de Villepin in Francia: ma gli italiani sono attori più bravi. Difatti i francesi vengono definiti come degli italiani di cattivo umore!

Ha visto Il caimano?

No, però conosco la storia. Comunque lo vedrò.


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