X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Correndo con le forbici in mano

Pubblicato il 2 marzo 2007 da Fabrizio Croce


Correndo con le forbici in mano

In quest’epoca cinematografica omologata e conformista in cui non si riescono a produrre degli eroi, o meglio degli anti-eroi in grado di incanalare la rabbia e l’inquietudine, sentimenti particolarmente esasperati nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sembra inevitabile doversi rivolgere per colmare questo vuoto dell’immaginario al periodo storico che più di ogni altro ha vissuto un fervente revival in questo senso. Ovviamente parliamo degli anni settanta, il periodo della contro-cultura e della messa in discussione dei valori tradizionali, in primis la famiglia e le dinamiche interne ad essa. Augusten Burroughs, autore del best-seller da cui prende il via il film diretto da Ryan Murphy, ha cavalcato quest’onda raccontando la storia della sua bizzarra famiglia, versione distorta e delirante della classica concezione piccolo-borghese di tale istituzione, con un padre che insegna matematica ma è irrimediabilmente alcolizzato e una madre che è una casalinga disperata ante-litteram ma anche un’aspirante poetessa, con un incrocio di frustrazioni esistenziali e ambizioni artistoidi che non creano il miglior ambiente in assoluto per un adolescente problematico, introverso e confuso com’era Burrroughs. E, come al solito, la risposta al caos edipico (latitanza della figura paterna, invadenza di quella materna) può trovare una soluzione solo attraverso l’incontro con la psichiatria incarnato con un’invenzione narrativa che trascende la mera cronaca autobiografica nel dott. Finch e nella sua contro-famiglia dove si vive in un contesto estremamente naturale, seppur altro rispetto alla norma, la propria diversità sessuale, psicologica, morale, con una disivoltura che affonda le sue radici, vista in retrospettiva, nella maniera degli anni settanta e che imbriglia a volte personaggi e situazioni in uno stereotipo culturale tramandato per comodità di memoria più che in una riflessione interessante su quel periodo e su figli e genitori malati.
Ridotta all’osso in fondo la storia non è altro che un cofronto tra due modi di essere genitore e in particolare di essere madre con al centro le solite due dì facce della stessa medaglia, la disastrosa, terrorista e a tratti volgare Deidre Burroughs che l’interpretazione esagitata di Annette Bening disumanizza rendendone impossibile l’empatia, e la morbida, aggrazziata Agnes Finch di Jill Clayburgh che restituisce ad Augusten la forza e il potere del sogno e dell’immaginazione, trasfigurando il complesso edipico attraverso la comprensione e l’amore contro l’ossessione neanche tanto velatamente erotica della madre naturale. Ryan Murphy dimostra senza dubbio di aver amato molto il romanzo di Burroughs e si attacca disperatamente alla materia, senza mantenere una sana distanza e una lucida ironia che permetterebbe al film di prendersi meno sul serio, ma scavare più in profondità sotto la pelle di corpi e cuori a volte raccontati come manichini, statuine di gesso posizionate su un meccanismo da carillon sul quale un regia appena rinfrescata sembra aver soffiato sopra per togliere un pò di polvere.
A livello di sguardo cinematografico manca una reale messa a fuoco, c’è la volontà di essere fedeli alla parola scritta ma un timore di rappresentare con l’immagine anche quella zona inespressa della frustrazione femminile, che emerge come uno dei temi forti della storia, e di come questa frustrazione ha partorito figli che in segutito sono stati costretti a uccidere le loro madri, nel senso freudiano del termine. Fin dal titolo il film è infatti sempre sull’orlo, sul bilico dell’abisso, dello squarcio che cadere con le forbici in mano potrebbe causare, aprendo scorci inquietanti, pericolosi. Murphy fa attenzione non solo che Augusten ma che la sua stessa mdp non gli cada dalle mani, alla sbavature e alla devianze preferisce l’ordine e il contenimento, ponendosi come uno studentello diligente e preciso, intimidito che non fa centro neanche quando sembra voler soffocare l’aura di trasgressione sotto l’affetto incondizionato verso i generosi, luminosi Finch. A ben ragione il personaggio più riuscito risulta quello della giovane figlia dei Finch, Natalie, cui presta lo sguardo intenso e la fisicità di scattante sensualità Evan Rachel Wood. Sarebbe interessante vedere la stessa storia raccontata e osservata tutta dal suo punto di vista.


CAST & CREDITS

(Running with Scissors) Regia: Ryan Murphy; soggetto: dal romanzo omonimo di Augusten Burroughs; sceneggiatura: Ryan Murphy; fotografia: Christopher Baffa; montaggio: Byron Smith; musica: James S. Levine; scenografia: Lorin Flemming; interpreti: Joseph Cross (Augusten Burroughs), Annette Bening (Deidre Burroughs), Brian Cox (Dr.Finch), Jill Clayburg (Agnes Finch), Gwyneth Paltrow (Hope Finch), Evan Rachel Wood (Natalie Finch), Joseph Fiennes (Neil Bookman); produzione: Dede Gardner, Brad Grey, Ryan Murphy, Brad Pitt; distribuzione: Sony Pictures Realising Italia; origine: USA 2006; durata: 2h e 02’ web info: sito ufficiale


Enregistrer au format PDF