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Cous Cous

Pubblicato il 11 gennaio 2008 da Antonio Valerio Spera


Cous Cous

Tre anni fa Abdellatif Kechiche, regista francese di origini tunisine, aveva conquistato il pubblico internazionale con La schivata, sua seconda prova dietro la macchina da presa che gli valse anche diversi riconoscimenti. Con La Graine et la mulet, presentato in concorso al festival di Venezia, dimostra che il suo talento è ancora vivo, proponendo un’opera più matura, ancor più sentita, più profonda e più importante della precedente.
E’ un film sull’immigrazione, sulla famiglia, sulla diversità e sul cibo. Kechiche offre un racconto che fa dell’umanità dei personaggi il suo motivo centrale. Un’opera che presenta la realtà stessa nel suo farsi, nel suo procedere secondo dopo secondo. La narrazione appare spartito in quattro macrosequenze, divise da brevi ellissi temporali e tutte raccontate quasi in tempo reale. Il regista, con una macchina da presa scossa da piccoli, sporchi movimenti, non perde di vista nessun gesto, nessuna battuta dei personaggi, stando loro sempre addosso, cullandoli in un affetto implicito che trapela da ogni inquadratura. Sembra che Kechiche nutra un sentimento familiare per tutti i suoi protagonisti, un sentimento che lo spinge quasi a proteggerli, a preservarli dal dolore e dagli imprevisti ostili.
Cous Cous è un’opera fatta soprattutto di primi piani, che non concede pause al suo ritmo dato da dialoghi semplici, naturali, soprattutto realistici. Di conseguenza, è anche un film i cui aspetti trainanti sono i volti e le parole. Questi due elementi sono fondamentali alla creazione dell’atmosfera che avvolge la narrazione. Essa racchiude le vicende in un ‘microsistema’ che esprime perfettamente il problema dell’integrazione della famiglia franco-tunisina nella società francese.
Kechiche dedica il film al padre, e non pare un caso se si pensa che il suo lavoro è un racconto che si focalizza principalmente sulla figura paterna della famiglia. Un uomo che, per quanto rimasto legato affettivamente al nucleo familiare, si sente da esso comunque distante, come se la sua e quella dei suoi figli fossero due culture vicine, ma non più uguali. La sua famiglia vive ormai rotture interne che riemergono continuamente e lui si sforza per riuscire almeno a tenere vivo l’affetto e il sentimento che dovrebbe tenerla unita. Anche per questo l’uomo cerca di aprire un ristorante, esso potrebbe essere l’unica attività che lascerà ai suoi figli, l’unico possibile legame anche per il futuro.
Il film, le cui due ore e mezza di durata risultano forse eccessive, anche se scorrevoli, ha nell’ultima parte il suo momento più alto. L’inaugurazione del ristorante, con la lunghissima preparazione del cous cous (quest’ultimo simbolo della cultura araba tout court), è infatti una pagina di grande cinema. Soprattutto la danza del ventre finale, che emana una vitalità ed un erotismo inarrestabili, montata alternatamente alla corsa affannosa del padre nel tentativo di recuperare il motorino rubato, rimane impressa nella mente e nel cuore.
Cous Cous ha portato a casa il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Non un capolavoro, come molti al Lido lo hanno definito, ma senza dubbio un’opera elegante, intensa, difficile da dimenticare.
‘La preparazione del cous cous è un atto d’amore’ - dicono nel film. Per noi, lo è il film stesso.

Antonio Spera

Conferenza Stampa del film


CAST & CREDITS

(La Graine et le mulet) Regia: Abdellatif Kechiche; sceneggiatura: Abdellatif Bechiche, Ghalya Lacroix; fotografia: Lubomir Bakchev; montaggio: Ghalya Lacroix; suono: Olivier Laurent; scenografia: Benoit Barouch; costumi: Maria Beloso Hall; interpreti: Habib Boufares, Farida Benkhetache, Hafsia Herzi, Abdelhamid Aktouche, Bouraouia Marzouk; produzione: Pathè Renn Production/Hirsch; distribuzione: Lucky Red; origine: Francia 2007; durata: 151’.


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