Crazy heart

Poche certezze, buone prospettive e diverse delusioni si nascondono dietro l’atteso Crazy heart di Scott Cooper.
L’esordio del giovane regista americano non va infatti oltre la buona esercitazione stilistica e si attesta, tra sussulti revivalistici apprezzabili e qualche sprazzo di buon cinema, nei pressi dell’operazione culturale pretenziosa, sicuramente suggestiva per le atmosfere evocate ma sterile per certi eccessi di manierismo e sentimentalismo. Essa non regge il confronto con un passato ingombrante, evocato forse con eccessiva superficialità, e cede inesorabilmente sotto i colpi di una mitologia, quella del sogno e della cultura popolare americana, troppo pesante e sofisticata per essere maneggiata dalle mani inesperte di un autore emergente.
Malgrado tale premessa critica, ciò non impedisce a Crazy heart di entrare egualmente in quel novero di opere da osservare con attenzione e ricordare nel tempo. A definire l’importanza della pellicola basterebbe, infatti, anche solo l’incommensurabile talento profuso da Jeff Bridges nel dare corpo al suo personaggio. Erano anni che non si vedeva un’interpretazione dell’attore così intensa ed efficace. Probabilmente da quando, sul finire dei ‘90, l’immagine scomposta e rivoluzionaria di Jeffrey “The Dude” Lebowski entrava con tutta la sua carica esplosiva nell’olimpo cinematografico per rimanervi eternamente impressa assieme ai discorsi e alle abitudini tipiche di quello strambo personaggio coeniano.
Era destino quindi che, dopo le tante interpretazioni sotto tono e gli esercizi di stile caduti nell’anonimato, servisse un altro ruolo maledetto a riconsegnarci il talento e l’espressività di uno dei più meticolosi ed apprezzati attori della generazione ribelle di Hollywood. Un autentico mattatore della scena, uno dei pochi che, nella propria carriera, oltre ad aver rappresentato con estrema precisione ruoli, caratteri e tipologie umane differenti è stato in grado di riassumere, con il suo volto e la carica rivoluzionaria del proprio impegno (artistico), l’essenza di un’intera epoca. Quella dei mitici anni ’70, dell’America nostalgica, quella che viveva la rivoluzione in corso non solo pensando ad un futuro da costruire ma anche ad un passato da non dimenticare. L’America dei Bogdanovich, degli Altman, degli Arthur Penn per intenderci. L’America della rivoluzione e delle mille divisioni. Quella che viveva sul mito della frontiera (e sul suo ideale abbattimento) e delle sue sterminate distese territoriali.
Su questo sfondo si muove un’operazione culturale che dalla pagina scritta di Stuart Cobb (autore del romanzo omonimo) si trasforma nelle immagini polverose e leggendarie costruite da Cooper. In un collegamento che vive sul filo della mitologia e sulla ricostruzione di una struttura nostalgica perenne e indistruttibile. Essa anziché penetrare però nelle pieghe di una drammaturgia riconoscibile (non esistono novità evidenti nello schema approntato da Cooper) o di un’architettura narrativa non esaltante, si insinua direttamente sul volto del cinquantasettenne cantante country Bad Blake trasformandolo nell’icona efficace della decadenza e della disillusione raccontate dal film.
Ex gloria in declino ormai preda degli eccessi di alcool e sigarette, Blake è un classico loser americano che tenta di sbarcare il lunario esibendosi nei locali più kitsch d’America. La sua fama d’artista leggendario però è ormai estinta dallo scorrere del tempo mentre la dignità dell’uomo è naufragata in una solitudine irrimediabile. Il protagonista è perciò statico. Fermo su stesso e sulla propria musica, così visceralmente americana e così profondamente legata ad un tempo remoto, che non procede. Ed è proprio questa indelebile fissità a caratterizzare un film che vuole raccontare parte di un percorso umano destinato al fallimento, l’immobilità dell’uomo di fronte alla vita o l’incapacità, alla fine dei conti, di mettere a frutto le possibilità offerte dal destino.
Non c’è redenzione in Crazy heart e non c’è salvezza per il suo personaggio, destinato a tornare al punto di partenza dopo aver (ri)assaporato per un attimo il gusto di sensazioni perse; il dolce sapore dell’amore per una giovane giornalista, dell’affetto per il suo bimbo piccolo (nei confronti del quale il cantante riversa attenzioni tolte al suo vero figlio, abbandonato e mai conosciuto), dell’amicizia di un ex-partner musicale più giovane ma più famoso e acclamato di lui (comunque devoto al suo vecchio maestro). Per un attimo, nel film, tutto sembra indirizzarsi verso una risoluzione positiva. L’alienazione del protagonista svanisce al punto tale che l’ispirazione artistica torna nuovamente a pulsare in lui, l’istinto genitoriale, da sempre soffocato (da un libertinismo giovanile eccessivo), torna a bussare alla porta del suo animo inaridito (Blake tenta di richiamare il proprio figlio ormai grande) mentre l’effimero sollievo offerto dall’alcool viene finalmente spazzato via dalla forza di un uomo realmente impaurito (dalla possibilità di aver recato danno con il suo comportamento vizioso al piccolo figlio della donna e dalla possibilità, per questo, di perderla definitivamente). Ma tutto ciò è solo un illusione perché Blake non tornerà mai ad essere padre, non gli è concessa la possibilità (il figlio lo respinge categoricamente al telefono), è destinato a non poter amare più perché incapace di farlo. Solo la sua musica rimane alla fine del film e rimarrà sul suo cammino come testimone di una tentata rinascita purtroppo fallita. Bella, toccante e intensa essa contrappunta con la vibrazione delle note e il timbro sabbioso di una voce conturbante (quella di Bridges) l’amarezza e la malinconia di un finale deprimente. In conclusione possiamo quindi affermare che l’opera di Cooper debba essere recepita più come lo strumento in mano al talento di un attore (accanto al quale il resto del cast comunque importante si annulla. Vedi Colin Farrell, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall) e alla forza suggestiva di un genere musicale immortale che come l’espressione di una autorialità marcata e fortemente visibile. Le emozioni infatti derivano principalmente da queste due componenti (la colonna sonora di T-Bone Burnett è straordinaria), dalla forza con cui esse si dirigono verso l’animo dello spettatore per regalargli momenti di indimenticabile intensità (due Globes sono arrivati, ora tocca agli Oscar!). Attimi isolati capaci di tradurre sullo schermo la forza esplosiva di una intera tradizione, di una storia musicale e non solo, lunga decenni. Mentre, come già accennato, il resto contribuisce solo ed esclusivamente a non far decollare definitivamente un film imbrigliato nella consuetudine, nella ripetitività e nella riformulazione, a volte in chiave patetica, di una maniera antica. Figlia di un modo di fare cinema quaranta anni più vecchio del giovane Cooper e del suo modo di approcciarsi all’arte di oggi. Incongruente con i climi, le atmosfere e le sensazioni di allora.
(Crazy heart); Regia: Scott Cooper; soggetto: Thomas Cobb; sceneggiatura: Scott Cooper; fotografia: Barry Markowitz; montaggio: John Axelrad; musiche: T-Bone Burnett; scenografia: Waldemar Kalinowski; costumi: Doug Hall; interpreti: Jeff Bridges (Bad Blake), Maggie Gyllenhaal (Jean Craddock), Robert Duvall (Wayne Kramer), Colin Farrell (Tommy Sweet), Paul Herman (Jack Greene); produzione: Butcher’s Run Films, Informant Media; distribuzione: 20th Century Fox; origine: USA; durata: 112’; web info: http://www.foxsearchlight.com/crazy...
