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Crazy stupid love

Pubblicato il 16 settembre 2011 da Matteo Galli
VOTO:


Crazy stupid love

Prima di entrare al cinema uno si informa, di solito, sulla durata del film e imposta una specie di orologio mentale; poi c’è la durata reale e la durata percepita, come per la temperatura: film di 90 minuti che non finiscono mai, film di 120 e più che scorrono via perché quella durata ha una sua necessità intrinseca nella poetica dell’autore o nel funzionamento della sceneggiatura, dei dialoghi, del montaggio. Qualche volta, però, succede di cambiare idea mentre si vede il film: all’inizio tutto sembra tornare a pennello, e poi verso la fine, cominci a dire: ecco ora il film con questa scena dovrebbe finire, oppure con la prossima, e invece il film va avanti e gli ultimi dieci, venti minuti nulla aggiungono a quanto visto fino a quel momento. Anzi semmai rovinano l’impressione generale.

E’ quel accade in Crazy, stupid love, il film girato da Glenn Ficarra e John Requa, alla seconda prova insieme dopo il non disprezzabile Colpo di fulmine – il mago della truffa con Jim Carrey, uscito due anni fa. E chissà se la dichiarazione d’amore via You Tube a Emma Close, Jim Carrey gliel’ha fatta proprio dopo aver visto questo film. Il modello narrativo oscilla fra due sottogeneri del cinema di Hollywood, uno nobilissimo e antico e uno più recente: la classica commedia del re-marriage e il film d’insieme, corale, short cuts sentimentali un po’ La verità è che non gli piaci abbastanza un po’ Love actually. La sospensione fra i due generi, va detto, funziona molto bene anche se di tanto in tanto si è sfiorati dal sospetto che si abusi un po’ troppo dello schema: A che ama B che ama C che ama D che ama A, senza che mai nessuno, se non verso il finale, risulti riamato. Le storie, gli amori che compongono il film non hanno tutti la stessa forza, sia sul piano generale della sceneggiatura che su quello minuto dei dialoghi, del resto, un rischio sempre presente nei film multi-prospettici; ma qui sembrano tutti essere pienamente consapevoli del fatto che c’è soprattutto una storia a fare da traino, ed è quella che racconta il rapporto fra i due maschietti, Cal Weaver, il travet mollato dalla moglie, stranamente lei e non lui in preda ad una mid life crisis e Jacob, lo womaniser che lo rimette in sesto a suon di consigli sul vestiario, sul linguaggio del corpo, sulle tecniche di seduzione, Mephisto svezza Faust, senza neanche bisogno di grandi trucchi e della cucina delle streghe.

Ryan Gosling nella parte del playboy è bravissimo, ma anche Steve Carell in quella del burocrate imbranato; e già che siamo a parlare di attori, come al solito eccellente, seppur confinato in una parte di contorno, Kevin Bacon nel ruolo di Lindhagen, l’oscuro contabile - così esitante, così impacciato - innamorato di Julianne Moore, con cui la donna è andata a letto. Tutti tranquilli: non rivelo niente, è il secondo dialogo del film; il primo è ancora più folgorante: durante una cenetta tête a tête, Cal e la moglie aprono bocca in contemporanea: lui ordina una crême brulée, lei gli chiede il divorzio. Più deboli e prevedibili, nel complesso, i ruoli femminili che si è inventato Dan Folgelman, sceneggiatore dei due Cars e di Rapunzel: Julianne Moore, con poche variazioni, questa parte l’aveva già fatta, fin dai tempi di Magnolia, la donna tormentata, lacerata, qui risulta leggermente meno credibile: com’è che vuole separarsi da un marito grigio e imbranato dopo essersi avvicinato a uno forse ancora più grigio di lui? Anche la baby sitter diciassettenne perdutamente innamorata di Cal è un po’ troppo sovraccarica; e lo è anche Marisa Tomei nel ruolo dell’insegnante, amante per una notte di Cal, ma l’attrice è talmente eccessiva e priva di autocontrollo che fa davvero ridere (a proposito: un’altra, ennesima insegnante sballata, come Cameron Diaz in Bad Teacher e Julia Roberts in Larry Crowne, la cosa lentamente insospettisce). Quanto a Emma Stone, carina d’accordo, bravina d’accordo, con quegli scatti nervosi simil-Jodie Foster, ma Jim Carrey forse si è un po’ bevuto il cervello, a meno che la sua dichiarazione d’amore non fosse tutto un fake. Il film pullula di colpi di scena, di agnizioni, di intrecci e incroci, di rovesciamenti di ruoli, il più sorprendente dei quali arriva verso la fine, la fine percepita, la fine giusta, un’autentico rutilante gran finale rossiniano, con tutti in scena. E invece il film dura altri venti minuti: al picture, pardon alla pictura segue la subscriptio, la spiegazione dettagliata, il discorso, i discorsi, bla bla bla.


CAST & CREDITS

(Id.). Regia: Glenn Ficarra, John Requa; sceneggiatura: Dan Fogelman; fotografia: Andrew Dunn; montaggio: Lee Haxall; interpreti: Steve Carell (Cal Weaver); Julianne Moore (Emily Weaver); Ryan Gosling (Jacob Palmer); Emma Stone (Hannah); Analeigh Tipton (Jessica); Jonah Bobo (Robbie); Marisa Tomei (Kate); Kevin Bacon (John Lindhagen); produzione: Carousel Productions, De Novi Pictures; USA 2011, durata: 118’


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