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Crialese: in Italia c’è bisogno di un vento nuovo

Pubblicato il 4 settembre 2011 da Antonio Valerio Spera


Crialese: in Italia c'è bisogno di un vento nuovo

Terraferma di Emanuele Crialese è il primo film italiano presentato in concorso alla Mostra di Venezia. Opera attesissima, è stata accolta da applausi scroscianti alla proiezione per la stampa e il regista e il cast hanno ricevuto la stessa accoglienza alla loro entrata nella sala conferenze.

Emanuele, quando giravi il film ti lasciavi influenzare dai fatti di cronaca che stavano avvenendo in quel periodo?

Emanuele Crialese: La cronaca era quello che sapevamo che dovevamo evitare, c’erano delle cose che avevamo deciso volutamente di non inserire dall’inizio. Per questo motivo mettevamo tutto insieme e rielaboravamo per creare la nostra storia.

Come hai convinto Timmit, la ragazza eritrea, a girare il film?

Emanuele Crialese: Nel 2009 uscì un articolo su una barca che rimase alla deriva per tre settimane, con la foto di Timmit che era una dei sopravvissuti. Il suo volto sui giornali mi ha ipnotizzato. Ho visto una donna che aveva appena vissuto l’inferno ma ho visto anche lo sguardo di chi pensava di essere arrivata in paradiso. Ho chiesto di conoscerla, abbiamo dovuto aspettare un po’ prima di vederla e nel frattempo immaginavamo un personaggio. Quando l’ho incontrato, lei non voleva raccontare nulla, come volesse mettere una linea di divisione tra la vita prima e dopo il suo arrivo in Italia. Avevamo uno script e insieme abbiamo reinventato una storia, anche perché la sceneggiatura ci permetteva un margine di variabilità.

Il finale del film è una metafora della confusione morale del nostro paese?

Emanuele Crialese: Oggi molte persone hanno perso la rotta. Vanno in balia delle onde e sono soli. Se ci fosse una società dietro, i miei personaggi troverebbero sicuramente la terraferma.

Il popolo italiano è un popolo di migranti, ma forse ce lo siamo dimenticati. Che ne pensi?

E. C.: A volte non so chi sono gli italiani veramente. Non sono nelle condizioni per dare una riposta, però è una domanda che mi faccio spesso anch’io. L’italiano ha forse ha più paura dello straniero, forse perché si sente protetto. Secondo me, l’Italia ha bisogno di contaminazione. C’è bisogno di un vento nuovo, siamo un paese vecchio.

Non crede di aver realizzato un film troppo “politically correct”?

E. C.: Cosa vuol dire politically correct? Non criticare abbastanza o criticare troppo? Penso di aver fatto il film senza pormi in nessun modo giudicante, perché non mi sento legittimato a giudicare nessuno. Non riesco a fare film a tesi: non è un’operazione che mi interessa e non so farla. Volevo essere il più semplice possibile.

Nel film non viene mai nominata Lampedusa…

E.C.: Volevo fosse un’isola immaginaria. Non mi sembrava giusto dare un nome all’isola.

Una domanda per Beppe Fiorello e Donatella Finocchiaro: ci raccontate i vostri personaggi e com’è stato lavorare con Crialese?

Beppe Fiorello: Emanuele ci lasciava la possibilità di parlare sempre del film, di poter dire la nostra, di portare delle idee. Per me la bellezza del film è stato girarlo.

Donatella Finocchiaro: Il mio personaggio rappresenta perfettamente questo scontro tra accoglienza e ostilità. Ma poi risolve questo scontro dando rifugio all’immigrata. E’ stato un sogno lavorare con Emanuele, perché è un regista che ha dipinto la mia terra in modo unico.


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