Intervista ad Andrea Arnold

Abbiamo incontrato la regista Andrea Arnold, in concorso al Festival di Venezia con il suo adattamento cinematografico di Wuthering Heights (Cime tempestose), vincitore del premio per la miglior fotografia.
Wuthering Heights sarà il tuo primo e ultimo adattamento da un classico?
Probabilmente si, è stata dura e non penso che riuscirò mai a rifare un’esperienza del genere. Per essere onesta, al principio il progetto mi è stato sottoposto, non l’ho scelto io. La compagnia di produzione aveva già la storia e la stavano realizzando, ma un paio di registi hanno abbandonato il progetto. Quando ho visto che ci stavano lavorando ero invidiosa perché amo molto il libro. Poi all’improvviso sono venuti da me, e mi hanno chiesto se fossi interessata: ho preso una decisione istintiva e ho detto si. Trovo il libro affascinante, intrigante e disorientante e volevo entrarci dentro, compiere un viaggio al suo interno.
Perché la realizzazione è stata così infernale?
E’ un libro difficile, arduo da scandagliare, ed è quasi una follia cercare di tradurlo sullo schermo. Ho sentito dire che a quanto pare Emily Bronte non l’aveva mai pensato come un libro che sarebbe stato letto. Penso che questo sia fantastico, e forse è la ragione per cui Wuthering Heights è un libro così libero per essere stato scritto da una donna, a quei tempi. La sua libertà di discorso sui desideri, la sessualità, l’identità, la violenza è sconvolgente. Se lei pensava che nessuno l’avrebbe letto allora ha senso che avesse modo di essere così libera. Per me tutto questo è affascinante anche perché quando scrivo cerco di convincermi che nessuno leggerà il frutto del mio lavoro, così da riuscire ad essere il più possibile aperta e onesta.
Quando ti hanno finalmente detto che il progetto era tuo cosa hai fatto?
Avevano già una sceneggiatura al principio, che era molto buona ma non era il mio genere. Quindi ho ricominciato da capo, l’ho riscritta completamente. Ho cercato di arrivare a conoscere il libro molto bene, l’ho riletto e ho letto molti saggi scritti in proposito, ma la decisione di farlo dal punto di vista di Hethcliff è arrivata molto presto. I miei sentimenti a proposito del libro cambiano costantemente e mi chiedo se le cose sarebbero state diverse se non fossimo stati così tanto di fretta: non abbiamo avuto molto tempo per scrivere la sceneggiatura perché la produzione era già avviata. Da un lato questo è buono, perché mi ha consentito di essere istintiva, che è un metodo di lavoro che mi piace molto. Ma è interessante che più pensavo al libro e a Emily Bronte più mi chiedevo se avrei potuto farlo diversamente: magari più lungo o con altre differenze.
Che genere di cose avresti fatto diversamente?
Si tratta principalmente del desiderio di avere più tempo per conoscere Emily più approfonditamente. Non che non ci abbia pensato a lungo: è un progetto che è cresciuto e cambiato per tutto il tempo di lavorazione, ho finito di realizzarlo solo giovedì scorso. Sono molto affascinata dalla battuta “Io sono Heathcliff”: dal fatto che Emily in realtà forse è Catherine e allo stesso tempo quindi Hethcliff. Come se stesse lottando per capire il suo stesso mondo, la sua identità.
Ma tu hai omesso quella battuta, e ogni momento di discorso declamatorio.
Volendo essere fedele al punto di vista di Heathcliff non potevo omettere che lui non sente quella battuta nel libro. C’è stato un grosso dibattito su questo punto, perché ovviamente quella è La battuta in un certo senso. Ma l’abbiamo comunque inserita nel finale. Effettivamente Heathcliff sente Catherine che dice a Nelly di amarlo, ed è un momento controverso perché lui decide comunque di andare via.
Quando poi lui sparisce adoro il fatto che nel libro i luoghi sono come un’isola e non si sa dove finiscano tutti quelli che vanno via, né da dove arrivino. E questo è ciò che ho cercato di rendere nel film: la sensazione che la brughiera sia tutto l’universo .
Nel film ti focalizzi molto sulla natura e gli animali
Quando scrivo lo faccio già pensando a come sarà l’aspetto del film, a come dipingerò le emozioni e i sentimenti usando ciò che mi circonda. Ovviamente non era già scritto che avrei ripreso gli scarafaggi per terra, ma sapevo da subito che ci sarebbe stata molta natura, perché è parte dell’essenza e del sentimento del film.
