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Incontro con Gipi

Pubblicato il 11 settembre 2011 da Giovanna Branca


Incontro con Gipi

Venezia, 8 settembre 2011. Abbiamo incontrato Gianni Pacinotti, in arte Gipi, per parlare della sua opera prima presentata in concorso alla sessantottesima mostra di Venezia: L’ultimo terrestre.

Gipi, il film è tratto dal lavoro di un altro fumettista (Giacomo Monti) e non da una delle tue tante opere. Come mai?

Perché negli ultimi anni ho lavorato solo su storie autobiografiche, e mettermi a nudo sulle pagine dei libri non ha fatto bene al mio spirito. Quindi non volevo rischiare di darmi in pasto al pubblico cinematografico lavorando ad una storia che se fosse scritta di mia fantasia sarebbe sicuramente ispirata alla mia vita. E il secondo motivo è ovviamente che trovo il libro di Giacomo Monti bellissimo.

Come mai l’aspetto dell’ alieno è così tipico della fantascienza classica?

Non ho nessun interesse per gli alieni né per la fantascienza, quindi volevo l’alieno tipico e banale. Com’è nell’immaginazione, loro direbbero negli studi, degli ufologi che credono agli extraterrestri. Hanno delle codifiche molto precise, ci sono delle razze: gli uomini grigi, quelli che ho scelto io, sono fatti così.

Questi alieni sono una sorta di giustizieri alla fine.

Nel film loro hanno la facoltà di distinguere il bene dal male. Hanno una capacità che noi abbiamo perduto completamente di differenziare le due cose. Quindi ho immaginato il loro arrivo come un avvento mistico, un giudizio universale. Ma se ci si pensa è una speranza molto disperata, infantile: l’idea che il desiderio di cambiamento debba essere affidato ad un evento mistico è spaventosa per me.

Quanto L’ultimo terrestre è ispirato all’Italia di oggi?

C’è tanto dell’Italia in cui viviamo. Se io posso sentire notizie di 80 immigrati che muoiono di fame e di sete su una barca e si salvano in due, e il giorno dopo me lo sono scordato, non credo di essere così distante dall’ascoltatore medio della trasmissione radio che apre il mio film. Parlo di me, non è un giudizio sugli altri. Quando faccio delle operazioni di satira o di critica le faccio sempre partendo dai miei sentimenti, non indicando qualcuno e dicendo che lui è sbagliato.

Nel tuo film c’è una sorta di campionario di tutta la crudeltà umana.

Io mi diverto a trattare personaggi cattivi, molto di più di quanto mi diverta a scrivere personaggi positivi. Ho avuto un imprinting di malvagità da ragazzino e ho sviluppato un’affezione per le cose più brutte che mi sono capitate.

Ci sono due tipi di persone cattive, quelle che fanno qualcosa e quelle che assistono senza reagire, come nel caso del protagonista Luca.

E’ il motivo per cui alla fine ho lasciato aperto il giudizio. Secondo me Luca è così inetto all’azione ma ha la condizionale, le attenuanti. E’ come un bambino, per questo non è passibile di giudizio. Tutte le volte che ho immaginato dei protagonisti altro non erano che un paio di occhi che stanno dove succedono le cose. Per me l’idea di protagonista è quella, almeno in questo momento: qualcuno che è lì ed ha come unica differenza dagli altri personaggi la capacità di vedere le cose, di percepirle, mentre gli altri se le fanno passare addosso.

Come hai scelto le location?

Su una base affettiva e di conoscenza. All’inizio avevo pensato di ambientare il film nelle zone abitate da Giacomo Monti, cioè la riviera romagnola. Poi ho capito che non conoscevo quei posti, e io so parlare solo delle cose che conosco bene, e quando dico parlare intendo anche guardare. Per cui il mobilificio che apre il film è quello dove io sono andato a cercare il divano per casa mia. Non abbiamo costruito nulla di artificiale: il bingo è a 500 metri da dove abito.

Nonostante siano i luoghi in cui sei cresciuto li rappresenti in maniera astratta: sono irriconoscibili, quasi svuotati di presenze umane e non collegati fra di loro.

Non volevo che fossero riconducibili ad una città in particolare, perché voglio che lo spettatore possa immaginarseli come propri, che possa vedere la storia anche come qualcosa che lo riguarda.


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