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CRIMINAL

Pubblicato il 22 gennaio 2008 da Luigi Coluccio


CRIMINAL

Roma, Rialto Santambrogio - La logica del sogno. Di un sogno nero, palpitante, criminale.
E un amor fati svuotato di ogni cosmologia tanto da divenire umano, particolare, e, forse, più terribile…

Di atti e piani appartenenti alla pura surrealtà è composto Criminal –spettacolo tratto da un testo del drammaturgo argentino Javier Daulte, presentato da Psicopompo Teatro in prima nazionale al Rialto Santambrogio di Roma dal 16 al 20 gennaio.
In una non-scena continuamente (ri)evocata, (ri)plasmata dagli attori, assistiamo affabulati al gioco di amore e morte e sogno dischiuso dai quattro protagonisti: due psicanalisti e i loro due pazienti immersi in una vicenda che viene via “a scatole cinesi” man mano che le quattro figure di fronte a noi acquistano maggiore consapevolezza dell’altro, degli altri. (Evocare)Raccontare di più sarebbe improprio…
Surrealtà scrivevamo. (Evocare)Chiamare in causa André Breton ed un’intera stagione -una delle più emozionanti e feconde dell’intera storia dell’arte, della vita- del Novecento non appare esagerato. Scrive la regista Manuela Cherubini nella presentazione dello spettacolo: “[…] il Desiderio, che in Criminal, è sì negativo, ma in quanto assoluto, supera qualsiasi barriera morale, giungendo a non poter essere giudicato, portando la propria negatività al limite e superandolo”. E poco sopra: “Da un punto di vista formale è evidente il riferimento del testo ad una parodia del melodramma e della commedia noir, ma rovesciati: Criminal non mira a svelare la verità che si nasconde sotto le apparenze, ma a svelarne l’assenza […]”. Noir, affabulazione, desiderio, alterità: gli elementi cardine della non-poetica surrealista trovano (evocazione)riparo nell’opera dell’autore argentino e nella messa in scena operata dalla Cherubini, arrivando a costruire uno spettacolo denso di spunti, angoli, complessità.
Un amor fati reso più oscuro –se mai fosse possibile…- dall’intrico di desideri sprigionati dai protagonisti attanaglia lo spettatore, oramai incapace di porre un freno razionale, realista, alla vicenda che gli si consuma davanti: ci si abbandona sorridenti, quasi compiaciuti, al continuo ribaltamento di prospettive, destini, che una storia come questa -viziata da inesattezze, inganni, ma non perfidie, odio- può dare.
Ecco dunque irradiarsi una surrealtà data dalla summa dello spettacolo e dal nostro amor fati: una surrealtà in cui l’inganno è la quotidianità più viva; in cui la soppressione del desiderio dà ragione d’esistere ad un’intera società; in cui uccidere è un atto liberatorio degno del più nobile degli amori.
Come sottolinea la Cherubini, il desiderio è centrale in questa opera. Diverse sono le strade che si possono percorrere seguendone la traccia insanguinata: cosa sono i due psicanalisti se non guardiani di una società che ha trovato -con orrore dopo i fasti cartesiani e illuministi- nella psiche umana il suo principale nemico? E il desiderio, preso nella sua accezione più ampia, più neutra, non può diventare la pietra angolare di una nuova società, basata su un’etica finalmente libera, umana, viva, e per questo assoluta? –queste le prime domande che ci attanagliano… Indeterminazione e nascita di una nuova etica: questi ci sembrano, alla fine, i punti fermi attorno cui ruota la scrittura di Javier Daulte –autore il cui lavoro avevamo già ammirato nella Metamorfosis della mitica compagnia La Fura dels Baus - la cui poetica, per sua stessa ammissione, ruota attorno ad un teatro che non deve trasmettere idee ma inventarne
Come sempre affascinante il lavoro della regista: riducendo all’osso il “discorso scenico” di Hamelin –lo spettacolo presentato all’ultima edizione di Short Theatre , tratto da un testo di Juan Mayorga-, la Cherubini offre al pubblico e ai protagonisti un’onniscienza assoluta sulla vicenda. I continui cambiamenti di luogo, tempo e pathos avvengono sotto diretta evocazione –ecco che questo termine, che tanto sarebbe piaciuto a Breton, trova esatta collocazione- degli attori, che di volta in volta divengono vittime, demiurghi, analisti, pazienti, amanti –in una totale incapacità di decidere, scegliere la direzione della vicenda, sospesa come è, per noi tutti, spettatori e protagonisti, fino alla fine.
Gli attori –Giovanni Carta, Paolo Civati, Michele Riondino, Irene Vecchio-, perfetti nei loro corpi, nei loro visi, giocano consapevolmente in questo sogno denso di logica, facendosi portatori di quel desiderio, di quella surrealtà che, alla fine, soprattutto grazie a loro, non appare poi così sconvolgente…


Autore: Javier Daulte Traduzione e regia: Manuela Cherubini Assistente alla regia: Claudia Gaviglia Interpreti: Giovanni Carta, Paolo Civati, Michele Riondino, Irene Vecchio Web Info: Psicopompo Teatro, Rialto Santambrogio, Javier Daulte, Short Theatre, La Fura dels Baus,


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