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Dark Night

Pubblicato il 9 marzo 2018 da Veronica Flora
VOTO:


Dark Night

I fucili automatici bisogna pulirli bene e frequentemente. Oliarli nelle giunture, in modo che il movimento mentre si caricano sia sempre rapido e preciso e il suono secco a risentirlo uno, due, tre volte. Che siano belli lucidi, perché non sfigurino, posati sul ripiano della cucina, accanto al barattolo delle caramelle e, più in là, nel fuori campo, al biberon, al triciclo.
Primo venne Bowling a Columbine, Oscar nel 2003 come miglior film documentario, indagine sulle radici della fascinazione per le armi negli Stati Uniti e sul fenomeno delle stragi nelle scuole americane, come quella della Columbine High School del 1999 in Colorado, dove due ragazzi armati di fucile entrarono nel loro istituto scolastico uccidendo dodici studenti e un insegnante, per poi suicidarsi. Nello stesso anno, Elephant , di Gus Van Sant vince la Palma d’Oro per il miglior film e il premio per la miglior regia al Festival di Cannes, raccontando una giornata qualsiasi e come nessun’altra, ispirata a quella in cui avvennero i fatti, firmando un atto d’accusa dalla straordinaria potenza evocativa. Innegabile, in entrambi i casi e con modalità diverse, la volontà di ricostruire la temperie umana e sociale sottesa a questi fenomeni, solo apparentemente inspiegabili. I due film danno conto di un immaginario espressione di un lavoro di strategie politiche e complicità mediatiche, legate a enormi interessi economici, non solamente quelli delle potentissime lobbies delle armi, ma anche alla compiacente volontà tesa al rafforzamento di un’idea di identità nazionale in contrapposizione con l’altro da sé, con un resto del mondo da tenere ben fuori i confini del proprio giardino - coltivando con cura certosina sentimenti di paura della diversità e patologiche tensioni a diffidare del prossimo, estremizzati in ansie paranoiche di difesa personale - salvo poi non lesinare affatto su ingerenze pesanti e discutibili ovunque, ben oltre i propri confini.
Anche Aurora è in Colorado. E la notte tra il 19 e il 20 luglio le scuole erano chiuse, ma i cinema no. E in quella calda serata di luglio, un ventiquattrenne ha aperto il fuoco in un cinema, durante la proiezione della prima de Il cavaliere oscuro - Il ritorno, uccidendo dodici persone e ferendone 58.
Un altro regista, Tim Sutton, prova a raccontare questa ennesima sparatoria di massa come ce ne sono continuamente negli USA, dove gli Stati con più armi da fuoco e con più facilità a possederne sono anche quelli con il maggior numero di omicidi violenti e di suicidi. Nel 2015, negli Stati Uniti, su 336 giorni presi in considerazione, si sono registrate 355 sparatorie, in media più di una sparatoria al giorno. Secondo il Gun Violence Archive, nel 2017 ci sono state 11.600 morti legate alle armi da fuoco, in gran parte suicidi, l’equivalente di 4 attacchi dell’11 settembre 2001, per numero di vittime. Nel 2016 i morti per uno sparo sono stati oltre 15 mila.
Dark Night esce in Italia a ridosso dell’ennesima sparatoria di massa a opera di un 19enne alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, che con il suo fucile automatico Ar-15 ha ammazzato 17 persona, ferendone 15. Non possiamo parlare più di casualità, visto che dall’inizio dell’anno si è sparato ogni due giorni e mezzo negli istituti americani. Pochi giorni prima invece, in Italia, a Macerata, un uomo, vicino a Casa Pound e alla Lega Nord, ha aperto il fuoco dalla sua auto sui passanti, con l’obiettivo di colpire soprattutto gli immigrati.
Il film di Sutton non racconta la strage di Aurora. Si ferma qualche istante prima di un’ipotetica tragedia molto simile a quella. Come Elephant cerca di evocare l’atmosfera dei luoghi dove quei fatti sono accaduti, attraverso le storie di alcuni personaggi, lasciando emergere il legame ontologico tra il loro evidente disagio di vivere e quegli spazi fisici dilatati in dimensioni potenzialmente illimitate - in una prospettiva urbana che riflette, parcellizzandola, l’ampiezza degli spazi naturali - e il loro farsi prigioni mentali.

Per l’esplicita vicinanza tematica e estetica con il film di Van Sant, soprattutto nel seguire la strada della tecnica del pedinamento di matrice documentaria in un film di finzione, la scelta del regista di fare Dark Night sembrerebbe una follia. Invece una sorta di necessità ciclica a voler raccontare il fenomeno delle stragi di indifesi con armi da fuoco sembra avergli donato la giusta angolazione per discostarsi dal discorso del suo maestro, del quale non prova neanche per un momento a suggerire la precisa descrizione dell’ineffabilità dell’adolescenza, il riverbero della sua luminescenza nel fondo della tragedia. Il discorso di Sutton prova a farsi a suo modo antropologico, evitando saggiamente di provare a essere, debitore di quell’inimitabile maniera, in qualsiasi forma poetico.
Il regista sceglie una spazialità orizzontale che non può non ricordare quella dei quadri di Hopper e la loro rilettura wendersiana; riferimenti deprivati tuttavia dell’inquietudine umana che riempiva i vuoti del primo e del vento di libertà che attraversava gli enigmi filosofici del secondo.
Gli spazi di Dark Night sono vuoti e basta, sofferenti degli automatismi umani che li riempiono, in una coazione a ripetere gesti, reazioni, desideri costantemente attraversati da sentimenti di frustrazione. Ognuno dei protagonisti, che il regista sceglie con un accurato lavoro di casting tra attori non professionisti, sembra inizialmente poter essere il potenziale assassino, nella normale anormalità del quotidiano a cui non tenta mai di resistere. Tra ossessivo esercizio del corpo, impossibilità di affrancarsi da una sorta di fiacchezza giovanile patologizzata, cazzeggio potenzialmente eterno, il confine tra fisiologicità del temps perdu della vita di un giovane nell’epoca contemporanea e orlo del baratro sembra essere labilissimo. Eppure netto.
A tradire questo passaggio è proprio la misura in passi di uno spazio apparentemente extratemporale, una distanza fatale, quella che separerà il posto dell’automobile in un parcheggio desolato dall’uscita di emergenza del cinema dove avverrà la strage. Il calpestare, dell’uomo che si farà assassino, l’asfalto in maniera ossessiva in una crescente forma isterica di rabbia, tradisce una consapevolezza latente che facilmente verrà tenuta a bada.
Una facilità che incontra quella di acquistare un’arma su internet o nel negozio più vicino a casa, nel quale basta lasciare il proprio nome per ricevere un kit perfetto da assalto, persino elegante come quello di uno sportivo, un giocatore di golf o di hockey. Non importa quanto depresso possa essere un ex militare con un bambino appena nato, o quanto pieno di odio un giovane laureato capace di attraversare l’erba appena innaffiata del giardino di casa per spiare con la lunga canna nera, dalla finestra aperta per l’afa estiva, la lezione di canto della vicina dai capelli bianchi, forse la sua ex ragazza. Entrambi potranno custodire in casa un fucile, molti fucili.
L’inquietudine della giovinezza brilla anche nello sguardo della giovane ragazza di origini sudamericane che, insieme all’amica, decide di truccare gli occhi e andare al cinema quella sera, sendendosi tra il pubblico a guardare, nel pulviscolo sospeso sopra le proprie teste, una storia anni luce lontana dal proprio quotidiano. Una luce a poco prezzo, che porta via dalle insoddisfazioni quotidiane e per qualche ora può far dimenticare il nulla che sembra divorare tutto. Un nulla senza senso. O forse no.


CAST & CREDITS

(Dark Night); Regia: Tim Sutton; sceneggiatura: Tim Sutton; fotografia: Hélène Louvart; montaggio: Jeanne Applegate; musica: Maica Armata; interpreti: Eddie Cacciola, Aaron Purvis, Shawn Cacciola, Anna Rose, Robert Jumper; origine: USA, 2016; durata: (esempio) 85’; Proposta di voto: 3 su 5


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