DEAR WENDY - PERCHÈ NO

Chi vive ai margini della società, chi prova disagio, solitudine, inadeguatezza sulla propria sfuggente, mutevole pelle di adolescente affamato di un riconoscimento personale e di un’espressione della propria confusa e vacillante interiorità, trova una cattiva e distorta cassa di risonanza nell’ultima opera del regista danese Thomas Vintenberg, pupillo di Lars von Trier ai tempi del Dogma e ora capace di gettare via un’interessante idea dello stesso von Trier fallendo tanto la strada della provocazione finalizzata alla riflessione, quanto quella più ardua e pericolosa di una presa di posizione, la dimostrazione di una comprensione profonda, radicale verso la scottante materia trattata e i suoi giovani, smarriti protagonisti. I cinque ragazzi che vivono nell’immaginaria e desolata cittadina di un’anonima provincia americana palesemente ricostruita in studio seguono infatti tutti i clichè del drop-out canonico che può vivere in una realtà del genere, dal timido ed introverso al paranoico taciturno, dal frustrato in cerca di riscatto per il suo handicap fisico allo scemo del villaggio dal cuore d’oro, fino alla ragazzina insicura che rivelerà risorse inaspettate. Purtroppo la loro decisione di unirsi e formare una setta segreta dedita alla celebrazione di un pacifismo armato dove le pistole diventano compagne da cui trarre la forza e la consapevolezza per esorcizzare la violenza e trovare un’identità alternativa a quella soffocata dagli adulti, non trova la giusta dimensione e convinzione nello sguardo ora timido ora esagitato di Vintenberg il quale, terminata l’esperienza del Dogma - che tra i suoi dettami negava la possibilità del racconto attraverso il genere cinematografico - sembra sbizzarrirsi almeno nella struttura narrativa: c’è il romanzo di formazione, la commedia adolescenziale, il dramma psicologico, perfino il western urbano, il tutto in bilico su una fragile rappresentazione che non sa decidersi tra una messa in scena straniante di stampo brechtiano e una risoluta, vibrante esplorazione di corpi che si trasformano sotto la luce livida di taglienti primi piani e sotto il peso di un realismo che non lascia spazio a nessun immaginario. Il problema sta in questa sconfortante e cinicamente disinteressanta negazione, da parte di Vintenberg, di creare un luogo altro per questi ragazzi, così da poterli ri-immaginare oltre l’ovvietà del destino fatale a cui li condurrà lo sgretolarsi di un’utopia senza speranza, in quanto non nutrita dai folli sogni di una gioventù alla deriva, ma annegata tra le sabbie mobili di una visione gretta, a una sola dimensione, patetica, molto distante dal furore di Festen, seppur più ricca di rimandi iconografici (i personaggi e le loro pistole presentati con un linguaggio quasi fumettistico) e sonori (l’utilizzo di musica in gran parte degli anni sessanta). Come se Vintenberg, libero dalle limitanti regole del Dogma, sia diventato prigioniero dei propri limiti a livello stilistico. Alla resa dei conti l’unico luogo in cui si vorrebbe tornare con la memoria dello sguardo ad ascoltare la disperazione degli adolescenti è la scuola di Columbine trasfigurata come simbolo di un’innocenza perduta per sempre nello splendido Elephant di Gus Van Sant.
[Settembre 2005]
Cast & Credits
Regia: Thomas Vinterberg; Sceneggiatura: Lars Von Trier; Fotografia: Anthony Dod Mantle; Montaggio: Mikkel E. G. Nielsen; Musica: Benjamin Wallfisch; Interpreti: Jamie Bell, Bill Pullman, Michael Angarano, Danso Gordon; Produzione: Lucky Punch, Nimbus Film ApS, Zentropa Entertainments
