Devil’s Knot – Fino a prova contraria

È la messa in scena di una stabile fissità, oltre che di una distanza narrativa e nella narrazione (caratteristica tipica, questa, del cinema di Atom Egoyan, così vicino allo stile di un auteur europeo come Michelangelo Antonioni).
Racconto di cronaca, oltre che cronaca di un racconto, ove certo distacco nello sguardo è acuito e aiutato dalla temporale distanza rispetto ai fatti realmente accaduti: primavera del 1993, un ventennio fa, nella cittadina di West Memphis nell’Arkansas, provincia degli Stati Uniti del Sud che forse un non-luogo è, un’entità comunque fuori dal tempo e uno spazio come tanti altri ad esso uguali, ricoperta da un’ombra che sull’America intera si è gettata, per colpa di un raccapricciante avvenimento che di sé ha fatto rumoreggiare, spargendosi a macchia di sangue in lungo e in largo per quei cinquantuno territori. Tre bambini uccisi, tre amichetti, insieme, in un bosco; i sospetti che su tre adolescenti ricaddero, per motivi diversi considerabili come degli emarginati, accusati di satanismo. Una comunità sconvolta che si arrese primariamente di fronte alla giustizia, alle ragione e alla imparzialità, a causa della volontà di trovare presto giustizia.
Per la seconda volta consecutiva, dopo un film a tratti imbarazzante come Chloe - Tra seduzione e inganno, Egoyan non ha firmato la sceneggiatura di una sua opera, fatto mai accaduto nei precedenti anni di una carriera spesso luminosa: sopraggiunta volontà di lavorare in maniera diversa dal solito, oppure calo di una totale e onnicomprensiva ispirazione nel desiderio di ritrarre il – o un - mondo?
Nel caso specifico di Devil’s Knot si può comunque facilmente comprendere la ragione di un tale procedimento da parte del regista armeno-canadese: il copione, scritto da Paul Harris Boardman e Scott Derrickson, è tratto da un libro inchiesta, pubblicato nel 2003, realizzato dalla giornalista Mara Leveritt, la quale sollevava fondati dubbi sulle procedure investigative e del processo. In più, negli anni, il clamore suscitato dal caso fu fonte di ispirazione per tre documentari, i quali cercarono di indagare per scoprire la verità che si nascondeva al di sotto di quella menzogna che taluni (per varie ragioni i più coinvolti nella vicenda) avevano considerato Verità. Perciò risulta quindi semplice comprendere la mole di informazioni, più o meno sovrapposte e sedimentate, che Atom Egoyan deve essersi trovato di fronte. Tanto che lui ha stesso ha dichiarato che il copione che gli era capitato fra le mani «Era estremamente prolisso», laddove «Quando descrivo i miei personaggi tendo ad essere più obliquo e a dare più spazio all’immaginazione».
Senza voler noi esagerare, senza volere noi troppo argomentare di questioni delle quali non abbiamo ovviamente approfondita conoscenza, ci sentiamo comunque in dovere di rammentare e di sottolineare come Boardman e Derrickson siano colpevoli - a nostro personalissimo parere, si intende - principalmente di un delitto cinematografico, seppure risalente a oramai svariati anni fa, intitolato The Exorcism of Emily Rose, crimine che ottenne un notevole successo in giro per il globo.
Non che le tematiche di Devil’s Knot non siano vicine a quelle spesso già portate in scena da Egoyan, raffiguranti la deriva di personaggi colti in un tempo che inesorabile procede, rovinando esistenze che divengono ruderi morali - Crono: il Tempo che i suoi figli comunque divora - come sottolineato dalla regia tipicamente dilatata dell’autore, per un film che non può non far venire alla mente il suo capolavoro Il dolce domani. E in Devil’s Knot la deriva è totale, giacché in esso si ritrae una strada che non si riesce a seguire, in una sovrapposizione di realtà di quanto accaduto, di tematiche e di stile, dato che ancora oggi non si sa cosa sia accaduto in quel bosco; l’unico traguardo raggiunto è stata la recente liberazione dei ragazzi incriminati e ingiustamente detenuti, rilasciati proprio durante la lavorazione della pellicola.
Ma quest’ultima opera rimane cinematograficamente irrisolta, come la storia che ha portato sullo schermo, indecisa tra un registro più classico e un altro più personale, ma anche tra un approccio legato ai fatti accaduti e le vicende umane e le reazioni psicologiche delle persone coinvolte, perse in uno sfondo tutto uguale, modernamente realistico e pure apprezzabile, ma che per di più soffoca le prove dei protagonisti Reese Witherspoon e, soprattutto, Colin Firth. Così chiudendosi fin troppo in se stesso, invece che lasciare maggiormente respirare la materia narrata e le domande che, condivisibilmente, pone.
(Devil’s Knot); Regia: Atom Egoyan; sceneggiatura: Paul Harris Boardman e Scott Derrickson, tratta dal libro Devil’s Knot: The True Story of the West Memphis Three di Mara Leveritt; fotografia: Paul Sarossy; montaggio: Susan Shipton; musica: Mychael Danna; interpreti: Reese Witherspoon (Pam Hobbs), Colin Firth (Ron Lax), James Hamrick (Damien Echols), Seth Meriwether (Jason Baldwin), Kristopher Higgins (Jessie Misskelley Jr.), Dane DeHaan (Chris Morgan), Mireille Enos (Vicki Hutcherson), Kevin Durand (John Mark Byers), Elias Koteas (Jerry Driver), Stephen Moyer (John Fogleman), Amy Ryan (Margaret Lax), Martin Henderson (Brent Davis); produzione: Worldview Entertainment; distribuzione: Notorious Pictures; origine: USA, 2013; durata: 114’; web info: Pagina Facebook ufficiale internazionale.
