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Django

Pubblicato il 10 febbraio 2017 da Matteo Galli

VOTO:

Django

Dopo tante citazioni indirette – dall’eroe del film di Sergio Corbucci a lui ispirato, a Tarantino, da Accordi e disaccordi di Woody Allen per arrivare alla sequenza iniziale di Appuntamento a Belleville dove addirittura compare trasformato in cartone animato al pari di Fred Astaire e di Josephine Baker – finalmente Django Reinhardt approda al cinema. A Django, a sessantaquattro anni dalla scomparsa, al musicista di etnia manouche è dedicato il film di apertura della 67esima Berlinale. Ottimamente interpretato dall’attore francese di origine algerina Reda Kateb, il film di esordio dello sceneggiatore Étienne Comar (autore, fra l’altro, di Timbuktu e di Mon roi) non è un classico biopic, perché il regista decide di concentrarsi su uno dei periodi meno conosciuti e meno documentati del chitarrista; nel film niente o quasi si racconta per esempio dell’incendio della carovana che gli atrofizzò alcune dita della mano sinistra, costringendolo a sviluppare una originalissima tecnica di esecuzione che lo rese universalmente famoso, nulla si racconta delle sue straordinarie tournée in giro per il mondo, soprattutto negli USA, delle collaborazioni con il fior fiore della musica jazz e della musica swing dell’epoca. Il film che si svolge nella Francia occupata si concentra su un paio di anni, quelli che vanno dal 1943 alla definitiva liberazione nel maggio del 1945. Il fatto che i documenti su questa fase della sua vita, in fin dei conti, scarseggino, ha lasciato libero corso alla fiction, che in più d’un’occasione si ha proprio la sensazione che abbia marcatamente il sopravvento.
Il film dichiara nelle due sequenze iniziali i poli dialettici entro i quali si muoverà: da un lato l’esibizione di un talento straripante nel primo lungo inserto musicale, dall’altro l’agguato teso, nelle foreste delle Ardenne, a una carovana di zingari con l’uccisione di un chitarrista cieco, che scopriremo in seguito esser stato uno dei padri spirituali di Django. Possibile continuare ingenuamente ad esibirsi mentre si è circondati dal male assoluto che si sta abbattendo sulla tua gente?
L’avvenimento – che pur nella sua bizzarria immaginiamo rispondente ad un dato fattuale -che dà l’abbrivio al plot è poi la decisione delle gerarchie politico-militari naziste di organizzare una tournée di Django in Germania, una decisione che appare peregrina soprattutto in considerazione del fatto che l’aspetto fisico nonché le caratteristiche della musica scritta e suonata da Django sono distanti anni luce da quel che i nazisti volevano sentire e vedere. Si tratta di un classico esempio di arte degenerata, al punto che quando la tournée sta per concretizzarsi il musicista dovrebbe dichiararsi disposto ad accettare una serie di correzioni dello stile e della prassi esecutiva tali di fatto da snaturarla, prescrizioni che strappano qualche amaro sorriso allo spettatore.
All’inizio Django ci viene presentato dunque come il classico esempio di genio e sregolatezza, l’artista in fondo totalmente avulso dalla realtà, che tra poco manco sa chi è Goebbels, manco sa chi è Hitler. Solo a fatica Django sembra prendere coscienza del fatto che ogni suo assenso o dissenso è un atto politico, che la sua arte non può in questi tempi che essere politica; solo a fatica si risolve a dire di no, e per conseguenza a cercare la fuga dall’amata Parigi che, anche durante l’occupazione nazista, lo venerava come un suo indiscusso beniamino. Ha qui inizio la seconda, lunga, troppo lunga parte del film, quella in cui Django si piazza con i suoi cari, sulle sponde lago di Ginevra con la promessa di poter passare quanto prima nella neutrale Svizzera, un’attesa snervante che finirà con una serie di colpi di scena che non riveleremo. Fino all’epilogo finale in cui Comar desidera chiaramente sottolineare la seppur tardiva maturazione politica attraversata dal musicista, allorché, a guerra finita, Django compone ed esegue un requiem per gli zingari sterminati durante il nazismo.
Django è un film politicamente corretto, girato in modo dignitoso, sceneggiato in modo qua e là ridondante, lo si potrebbe definire un heritage film pan-europeo, tutta l’ambientazione francese pullula di sequenze dèja-vu: quante volte Parigi occupata, quante volte le divise tedesche, quante volte la bionda più o meno doppiogiochista (qui interpretata dalla bella Cécile de France), quante volte le razzie, le rappresaglie etc. Ineludibili i riferimenti all’oggi, a muri, a barriere, a persecuzioni etniche, alla dialettica arte-libertà, arte-compromesso. Magari per l’inizio di un festival come la Berlinale ci si aspettava qualcosa di un po’ più azzardato sul piano estetico e anche politico, ma va bene così.


CAST & CREDITS

(Django). Regia: Étienne Comar sceneggiatura:Étienne Comar, Alexis Salatko ; fotografia: Chirstophe Beaucarne; montaggio: Monica Coleman; interpreti: Reda Kateb (Django), Cécile de France (Louise), Beate Palya (Naguine), Bim Bam Merstein (Negros); produzione:Fidélité Filmsorigine: Francia 2017; durata: 117’


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