DVD - Aurora

Il film
Aurora è un film di false contrapposizioni, un percorso cinematografico dal senso sfuggente ed evidente al tempo stesso, un’opera in cui a contare davvero è solo la grammatica della macchina da presa tutta tesa a restituire una visione del mondo e dell’esistenza sconsolata e amarissima. Prima dei volti degli attori, prima delle situazioni proposte da una sceneggiatura che, sulla carta, mantiene inalterata una semplicità romanzesca da racconto quasi d’appendice in cui ogni elemento può apparire fin troppo prevedibile, c’è sempre e solo lo sguardo dell’obiettivo di un regista capace di trasformare anche le sequenze più immediatamente realistiche in simboli potenti della condizione umana. Paiono sempre pretestuosi, allora, i tentativi di interpretare il film come una precisa contrapposizione di ambienti e realtà tra loro inconciliabili quali la città (perversa e amorale fin che si vuole, ma in fondo luogo di riconciliazione ideale per la coppia in crisi) e la campagna (naturale e ingenua, ma anche luogo di ipocrisie e delitti). Centro del discorso è piuttosto la vertigine della tentazione, il desiderio inconfessabile di un personaggio che, come l’Hutter di Nosferatu, sente potente l’attrazione verso un elemento oscuro (lì il vampiro, qui la donna fatale) che non può fare altro che sottrarlo alla sua condizione piccolo borghese interpretata dal regista come un bene sociale e, al tempo stesso, come un inesauribile male individuale. Come il portiere qualunque di Der Letzte mann, anche il protagonista di Aurora riesce a comprendere fino in fondo l’utilità personale e sociale di appartenere ad una classe ben definita o ad una “famiglia” solo nel momento in cui questa gli viene più o meno volontariamente sottratta. Come per il Faust dell’omonimo capolavoro tedesco del 1926 anche per L’uomo del film americano (così viene indicato nello espressionistico scenario del film a firma di Carl Mayer) la caduta dalla propria condizione sociale è rovinosa tanto quanto può essere incredibilmente inebriante. A differenza di Faust, però, non esiste una reale progressione del male, il protagonista di Aurora si arresta prima che la tentazione possa davvero tradursi in atto pratico, il delitto resta solo nell’intenzione, nel desiderio folle di una notte di Valpurga appena suggerita. Da questo punto di vista, allora, Aurora è davvero il doppio speculare del Faust perché se quel film rappresentava la tentazione, il male assoluto, la caduta nell’abiezione per risolversi poi, in un breve, ma pregnante momento risolutivo di purificazione e ascesi, il film americano, inverte sottilmente le proporzioni, rappresentandoci all’inizio la tentazione e il patto malefico, ma concentrando, poi, il racconto proprio sul versante della catarsi degli elementi negativi e nel trionfo di un bene non poi così facilmente definibile come potrebbe apparire a tutta prima. Ma il film è anche un remake inconfessato dello stesso Nosferatu di cui conserva non poche suggestioni come l’idea di un personaggio esterno che si insinua nella situazione familiare (anche in questo caso secondo pulsioni puramente sessuali qui neanche sublimate nella logica dell’irruzione del soprannaturale) fino a sgretolarla con la sua azione invisibile e corrotta capace di riflettersi anche all’esterno (le vittime del vampiro, i vicini di casa dei protagonisti di Aurora). In entrambi i casi la ricomposizione finale mantiene un che di illusorio perché la reintegrazione del personaggio maschile all’interno dello statuto sociale può avvenire solo mediante il sacrificio della donna (a pensarci un momento la stessa situazione di Faust). In Nosferatu, infatti, Ellen soccombe volontariamente alla sete del vampiro accettando, simbolicamente, anche le tentazioni sessuali confessatele dal marito mediante la lettura del libro dei morti, in Aurora la donna viene riconsegnata dalle acque del lago alla fine di un atto di rinascita dalle proprie ceneri e a seguito di una tempesta che sconvolge, come un ritornante inconscio, la placidità stagnante del lago sociale. Se in Der Letzte mann, Murnau era stato capace di ribaltare le logiche di un finale impostogli dalla produzione con ironia beffarda (il portiere diventa esponente di quella stessa classe ricca che lo aveva sbeffeggiato), qui sembra piuttosto adagiarsi solo apparentemente in una soluzione più zuccherosa, ma in fondo necessaria perché anche qui, come già in Faust, a trionfare su un male troppo seducente è solo una parola restituita da niente più che un gioco di ombre: Liebe. L’esatto contrario, a pensarci, del sogno piccolo borghese.
La qualità audio-video
Il master di questa edizione dvd curata dalla BIM è, ovviamente, lo stesso della recente ridistribuzione cinematografica del capolavoro del regista tedesco. Le scelte operate dall’etichetta italiana per il riversamento non sono, però, all’altezza né delle intenzioni, né delle aspettative dell’acquirente che erano decisamente molte. Certo era difficile riuscire a portare avanti un autentico lavoro di restauro su una pellicola, come questa, di cui si era perso il negativo originale, ma le frontiere del restauro digitale, oggi come oggi, avrebbero potuto permetterci di aspirare almeno a qualcosina di più. Il bianco e nero non viene, comunque, mai snaturato con un sincero tentativo di rispettare i contrasti luministici voluti dal regista. Anche se le molte scene nebbiose (la notte della tentazione, la tempesta ecc.) sono restituite senza che la compressione evidenzi artefatti di qualche tipo restano, comunque, i costanti segni di usura della pellicola con fastidiosi dislivelli luministici tra le varie scene a rendere difficoltosa la visione della pellicola. Il livello generale è, comunque, discreto e la qualità dell’immagine è, in ogni caso, superiore a quella di qualsiasi altra edizione in commercio.
Extra
Pochi, ovviamente, ma interessanti. Il migliore è il lungo documentario sul successivo film americano di Murnau, Four devils, che è andato purtroppo completamente perduto. Attraverso un complesso lavoro di ricostruzione della sceneggiatura, e, soprattutto mediante un ricorso molto intelligente agli storyboard sopravissuti e alle foto di scena, gli autori riescono davvero a ricostruire l’atmosfera della pellicola investigando sulle intenzioni del regista tedesco intento alla realizzazione di quello che pare, almeno sulla carta, un capolavoro tristemente persosi nelle pieghe della storia. Notevole il ritrovamento del trailer originale della pellicola, ripresentatoci qui come curiosità filologica necessaria. Più perplessi ci ha lasciati la sezione intitolata scene eliminate che, al di là del titolo estremamente allettante, contiene in realtà, solo qualche outtake, qualche curiosità sulla realizzazione di alcune scene e niente più. In complesso, comunque, l’operazione della BIM è meritoria e il dvd dovrebbe essere nello scaffale di chiunque aspiri al titolo di cinefilo.
(Aurora. Song of two humans); Regia: Friedrich Wilhelm Murnau; interpreti: George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingstone; distribuzione dvd: BIM
formato video: 1.20:1; audio: mono
Extra: 1) Trailer 2) Murnau’s 4 devils: tracce di un film perduto 3) Scene eliminate
[aprile 2005]
