X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



DVD - Beket

Pubblicato il 31 maggio 2010 da Alessandro Izzi


DVD - Beket

La solitudine non la si può cantare con parole di miele e di velluto. Non la restituisci col bianco e nero del tempo che fu, né coi colori del tramonto contemplato dalla riva del mare.
La società di oggi, abituata, al cinema, a storie d’amore tra adolescenti ed a commedie che si dicono agrodolci, ci ha insegnato (o prova a farlo) che la solitudine ha una sua dolcezza strana, arcana. La solitudine, ci si dice, è quella degli orizzonti lontani, quella dei passi tardi e lenti sulle arene sabbiose, quella che se ti ci porti dentro una canzone (non necessariamente della Pausini) è meglio perché una colonna sonora non la guasta.
Nella solitudine, ci si ripete, non si sta male. Forse perché è solo una parentesi triste tra un prima da cui si viene ed un dopo cui si deve arrivare. Ma soprattutto perché, alla fin fine, si sta soli con se stessi. Ed un cinema come quello italiano, così indulgente nei confronti degli eroi di cartapesta che lo popolano, racconta sempre, con parole affettuose, come si sia sempre in buona compagnia quando si è soli con se stessi.
Così, però, si fraintende anche Leopardi che sognava, è vero, l’Infinito, ma lo faceva vicino ad una siepe, con il sentimento di quanta illusione nutre il ricordo del passato e quanto amaro possa essere il futuro.
Per il poeta di Recanati, la solitudine non è una parantesi tra due momenti più felici, ma una condizione esistenziale. Qualche volta ci si sta quasi bene come per una scarpa vecchia che per qualche giorno non preme più sul callo. Il più delle volte fa male perché si porta dietro il dolore dell’incomunicabilità, la certezza del non essere capiti, e l’ansia di non avere altro che se stessi con cui parlare.
Manuli prende questa visione della solitudine e, forte del patrocinio della drammaturgia di Beckett, la scolpisce nella pietra. Non sembra tanto un cineasta che gioca con la storia e con la luce, quanto piuttosto uno scultore che scalpella via dal paesaggio tutto ciò che appare inutile. Non libera le forme dalla prigione della roccia (come ancora sognava Michelangelo), ma scopre prigioni dentro i volti, nel vuoto tra i pensieri.
Per questo il suo film ricerca l’essenziale. È talmente avaro di orpelli che arriva a togliere tutte le doppie e le rafforzative dal nome dell’autore teatrale che omaggia, riducendolo ad un titolo: Beket.
Nel far questo non sembra preoccuparsi che la sua operazione suonerà come uno schiaffo all’industria dell’intrattenimento. Anzi sembra saper bene che uno schiaffo, quando lo dai nel silenzio generale dell’intelligenza, suona cupo e forte come il rombo di un tuono vicino/lontano.
Con la leggerezza di un elefante in un negozio di porcellane, Manuli riduce in cocci ogni ipocrisia di bella forma e scava un film rude, costruito con le infinite citazioni impazzite di una cultura esplosa. Forgiato nel fuoco freddo di un’angoscia che è ben più che letteraria, Beket congela il tempo in un gioco che ha meno ironia delle scene beckettiane, ma ne condivide il bisogno di astrazione. A confronto del sommo irlandese, Manuli appare meno infallibile, ma anche più giovane. Quel passo che Beckett compie dai grandi drammi alla geniale semplicità dei dramaticule, il regista italiano non vuole, in fondo compierlo ancora.
Anche perché quei paesaggi della Sardegna che filma hanno un sapore arcaico ancora troppo bello e quel bianco e nero che usa ha ancora reminescenze di un wendersiano Nel corso del tempo per non far capire che dentro la solitudine c’è ancora un poco di amore, ancora qualche traccia di illusione.
Così Beket ti colpisce più per la sua sfida alle convenzioni del nostro cinema che per i contenuti che si porta dentro; ti intriga per come gioca con parole e suoni riducendo spesso i discorsi a piogge di fonemi o rompicapi surrealisti; ti disorienta per l’uso delle musiche e anche per il ricorso agli effetti speciali, ma non sempre trova il giusto equilibrio tra ironia e funerale.
Manuli scultore di pellicola tira fuori, a colpi di scalpello, tragiche maschere di solitudine. Beckett ci avrebbe aggiunto, forse, qualche lapide.

La qualità audio-video

Il quadro è per lo più pulito e privo di artefatti digitali. Il bianco e nero ritrova su disco i neri profondi e i bianchi abbacinanti dell’ottima fotografia originale.
L’audio si avvale di una traccia bifonica che rifiuta le lusinghe di ogni effettaccio sonoro per concentrarsi su un frontale pulito ed in linea con le esigenze dell’opera. Viene così restituito il notevole ordito sonoro della pellicola davvero capace di incastonare i suoni nel corpo carsico dell’immagine.

Extra

Gli extra sono di una ricchezza inaspettata. E non tanto per il backstage a dirla tutta un poco poverello o per i videoclips, quanto per la lunga intervista a Rick Cluchey, attore beckettiano tra i più straordinari che ripercorre con le parole, un sodalizio artistico che ha fatto storia. Già solo questo meriterebbe l’acquisto.


(Beket); Regia: Davide Manuli; interpreti: Luciano Curreli, Jerome Duranteau, Fabrizio Gifuni, Roberto "Freak" Antoni, Simona Caramelli, Paolo Rossi; distribuzione dvd: RaroVideo.
formato video: 4/3 letterbox - 1.85:1; audio: Italiano dolby digital 2.0; sottotitoli: inglese e francese.

Extra: 1) Intervista in esclusiva all’attore Rick Cluchey 2) Backstage 3) Trailer 4) Videoclips


Enregistrer au format PDF