DVD - Citizen Berlusconi

È più che probabile che la circolazione così pompata di un film come Fahrenheit 9/11 abbia ostacolato più che agevolato la corsa alla casa Bianca del democratico Kerry giocando a tutto vantaggio del neocon George W. Bush. L’ideale crociata del regista, tutto teso nella utopica realizzazione di una vera e propria opera di contro informazione volta a demistificare e distruggere dall’interno il meccanismo di messa in immagine del presidente ha ottenuto un effetto quasi opposto a quello desiderato: da una parte ha riconfermato le posizioni critiche dell’opposizione (costruendo in alcuni momenti delle tesi che si sono poi rivelate piuttosto infondate), ma, dall’altra, ha creato il mito di un documentarista fazioso e ostile, disinformato e pronto a mortificare la realtà per perseguire il proprio fine (non attraverso le menzogne con le quali Bush ha costruito il suo mito, ma attraverso una ben calcolata successione di allusioni e piccole omissioni). In questo modo Moore ha convinto i già convinti (capaci di sorvolare sui dettagli e di concentrare l’attenzione sull’immagine assolutamente realistica del presidente che viene prodotta e sugli errori macroscopici della sua gestione), ma non ha convertito nessuno dei non convinti che si sono anzi maggiormente rafforzati sulla posizione considerando Moore uno sciocco capace solo di sputare nel piatto dove mangia (costanti i rimbrotti alla sua condizione di nuovo arricchito grazie alle vendite stratosferiche delle sue opere). Un’analisi attenta della situazione americana ci porta, comunque, all’amara considerazione di come la sinistra non sappia ancora usare in maniera accorta e funzionale il veicolo delle immagini per strappare elettori agli avversari. Sulla base di un’equazione certo non propriamente obiettiva e per puro amore di paradosso (perché ha davvero poco senso mettere sullo stesso piatto della bilancia le elezioni presidenziali americane e le recenti suppletive italiane), infatti, si potrebbe addirittura arrivare a pensare che la mancata circolazione di un documentario come Citizen Berlusconi abbia avuto un effetto positivo per la sinistra nostrana che ha vinto di ben larga misura. Ci resta, infatti, l’impressione, in parte confortata dalla situazione americana, che un documentario come questo estremamente fazioso avrebbe potuto potenziare l’immagine del premier italiano piuttosto che mortificarla come gli autori vorrebbero. Anche se nessuna rete televisiva sembra, al momento, intenzionata a programmarlo, il breve reportage televisivo che cerca di proporsi come descrizione dell’irresistibile e poco pulita ascesa del personaggio sulla ribalta politica, si presenta in tutto e per tutto come uno di quegli attacchi mirati cui è facile rispondere con il consueto sorrisetto accondiscendente e complice: mera propaganda comunista. Una risposta che, l’abbiamo visto troppe volte, piace al pubblico italiano come la non meno proverbiale: “Sono stato frainteso” perché rilancia l’immagine di un uomo qualunque, con tutte le sue debolezze che tanto somigliano alle nostre e verso cui non possiamo provare che simpatia. Per il momento la circolazione del piccolo pamphlet audiovisivo resta, comunque, legata alla precaria distribuzione in dvd della ElleU: una casa quest’ultima nota per le sue scelte ampiamente schierate e, quindi, sostanzialmente ignorata proprio da quell’elettorato medio che, invece, dovrebbe essere proprio il target da raggiungere. Non perdiamo, comunque, tempo ad indignarci per un caso di censura non facilmente dimostrabile (l’opera è, comunque, in circolazione) o ad attaccarci al racconto delle pressioni diplomatiche tutte italiane cui è stata sottoposta la giuria dell’European Documentary Festival di Oslo che voleva programmarlo (e non l’ha fatto), ma passiamo subito a constatare i limiti di un’opera, comunque, importante nel suo tentativo di ridisegnare la figura del nostro presidente del consiglio. Citizen Berlusconi parte bene, con una precisa disamina delle peculiarità dell’impero mediatico posseduto dal cavaliere, prosegue anche meglio nel momento in cui riesce a definire con estrema chiarezza il modo in cui il presidente si mette in immagine (descrivendo con pertinenza il format sulla base del quale ha costruito quell’ideale di persona rassicurante e umana che ha poi venduto agli elettori), ma ha peccato di semplicismo nel passaggio dalla descrizione alla denuncia. Quest’ultimo passaggio appare, infatti, troppo automatico e dà l’impressione che la scelta del regista sia quella di mostrare per far indignare prima ancora che di mostrare per informare. In questo modo si ingenera la sensazione che manchi, all’interno del reportage, un vero e proprio contraddittorio (la parola viene concessa agli esponenti di Forza Italia solo per farli apparire ridicoli, ma in realtà essi risultano solo ingenui e, quindi, simpatici). Risultato? Un’opera che, come per Moore, convince i già convinti (presumibilmente i soli acquirenti che comprano il dvd in quanto, appunto, già convinti), ma non converte gli altri. Un documentario, insomma, dal quale il presidente avrebbe potuto, se solo lo avesse voluto, trarre vantaggio con poco sforzo: mediante l’ausilio del solito sorrisino. Se il film non circola di più, quindi, non è per rispetto ad una precisa scelta politica, ma per una debolezza connaturata al Berlusconi uomo che è sempre troppo permaloso nei confronti di facili ironie rivolte alla propria persona o, come in questo caso, di critiche mirate. Dire che il presidente del consiglio è fascista perché censura sarebbe, quindi, fondamentalmente sbagliato. Berlusconi censura perché troppo sensibile, il nuovo fascismo non ha, infatti, più nessun bisogno di censurare: a che prò, infatti, bruciare i libri quando si possono bruciare direttamente le coscienze che dovrebbero leggerli?
(The Prime Minister and the Press); Regia: Susan Gray; documentario; distribuzione dvd: ElleU
formato video: 4/3 letterbox; audio: Inglese Dolby digital 2.0 sottotitoli: italiano
Extra: assenti
[novembre 2004]
