DVD - Dario Argento: Do you like Hitchcock?

Do you like Hitchcock? è, sotto molti aspetti, il gemello speculare del precedente film di Dario Argento, Il cartaio.
Gemello perché come quest’ultimo, l’opera ha una precisa vocazione teorica, è un adamantino esempio di un cinema alla ricerca di se stesso, di una propria vocazione e di una propria ragion d’essere nel mondo dello spettacolo non solo italiano.
Speculare perché, al di là delle somiglianze e dei motivi di continuità che pure si possono ravvisare tra i due titoli, l’opera in questione pare essere il riflesso e l’inversione di quanto sperimentato appena un anno fa.
Il Cartaio era, infatti, un film al negativo nel senso che prendeva alla base alcune convenzioni di genere (convenzioni che, col tempo, lo stesso Argento aveva contribuito a codificare) per poi stravolgerle dall’interno e neutralizzarne ogni possibile carica emotiva. I delitti stessi, visti per lo più attraverso lo schermo di un malevolo computer che, in questo modo, andava a costituire una mediazione di troppo tra lo sguardo dello spettatore e l’azione rappresentata, diventavano abnormi, perdevano ogni aura catartica e orripilante per divenire, come mai era accaduto nel cinema di Argento, dei meri accidenti narrativi. L’inseguimento, la paura, l’accumulo si situazioni incongrue che, con la loro irruzione nel piano della realtà della rappresentazione, andavano ad aumentare il clima di inquietudine ed incertezza tipiche degli omicidi argentiani, venivano sostituiti da una rappresentazione statica e quasi obbligata che non aveva, per lo spettatore, nessun fascino formale. L’omicidio diventava in questo modo niente più che il lavoro di un qualificato macellaio e l’aggiunta di un altro pubblico sulla scena del delitto (i poliziotti chiamati ad assistere via internet all’opera del maniaco) impediva sempre il crearsi di un vero e proprio crescendo grafico. Argento negava, insomma, se stesso, rifiutava le lusinghe dell’illuminazione cinematografica a favore di un’illuminazione fin troppo naturalistica, accettava di far seguire le sue morti da una marcetta da computer che era l’esatto contrario dell’espressionismo musicale di Profondo rosso, e si negava anche il piacere sadico di costringere lo spettatore a seguire la soggettiva malata del suo stesso assassino al punto da regalare la ripresa dell’evento catartico della morte all’occhio misero e fenomenologico delle web cam quasi a dire che era il computer e la tecnologia ad uccidere.
Di tutto questo non c’è traccia in Do you like Hitchocock? dove, invece, il discorso sembra prendere il via dalla magnificazione ossessiva delle regole del thriller da Hitchcock fino a David Lynch. Se Il Cartaio era la negazione della visione, Do you like Hitchock? è, viceversa la sua magnificazione. Il vero protagonista della pellicola è, infatti, lo sguardo, il bisogno di guardare anche quando osservare (anche senza necessariamente capire il senso di ciò che si guarda) possono mettere a repentaglio le nostre stesse vite. Di qui l’importanza capitale della breve sequenza prologo che è al tempo stesso una splendida riflessione sul rapporto tra l’horror e la fiaba (con quel bambino curioso che sbircia in una casa di campagna che sembra uscita fuori direttamente da Hansel e Gretel e vi scopre due streghe e il loro delitto) e un discorso molto teorico sulla necessità di osservare e sulla condizione a metà tra l’attivo e il passivo degli spettatori. Il cinema, naturalmente, diventa ben presto parte integrante del discorso generale, in quanto espressione ideale del voyeurismo contemporaneo dalla sua autorialità più alta (l’espressionismo primo progetto di tesi del giovane protagonista) fin nelle sue più tristi derive televisive (sia detto per inciso il film nasce per la televisione, ma l’immaginario che dispiega resta, con straordinaria controtendenza rispetto allo standard televisivo e anche cinematografico nostrano assolutamente cinematico). Ovvio a questo punto che centro del discorso (ed omaggio estremo) sia proprio La finestra sul cortile del maestro inglese con una rappresentazione, in Argento, di un cortile/strada di Torino in cui è dispiegata tutta la sapienza architettonica del regista romano e la sua capacità di fare degli ambienti dei veri e propri protagonisti del discorso. Argento, insomma, incontra Hitchcock e sguazza con piano spirito da divertissment in tutti i suoi archetipi (dalla scena con Elio Germano nella doccia che riprende Psycho, fino allo scambio di omicidio di Delitto per delitto), ma non rinuncia (e qui sta la novità e il passo indietro rispetto a Il Cartaio) a se stesso al punto da arrivare quasi a contraddire gli esiti gialli del maestro da cui attinge come nello stravolgimento di senso del delitto compiuto “nella casa di fronte” la cui visione è , sì, come in Hitchcock negata al protagonista, ma non viene risparmiata allo spettatore del film.
Ed è in questa separazione di saperi tra pubblico e personaggio che si deve evincere il senso stesso dell’opera che vede nel guardare un qualcosa di potenzialmente positivo fino a che oggetto dello sguardo è un film (esultino i cinefili), ma che diventa negativo e malato quando ad essere spiata è l’altrui intimità. Argento affoga per questo i personaggi in uno stato di precarietà dove anche le porte di casa divengono dei ben deboli filtri tra l’intimità e il mondo esterno (di qui i continui dettagli delle serrature, penetrate e violentate dalle chiavi e mostrate nella dimensione di inerti meccanismi). E lo stesso protagonista (che unisce in sé queste due dimensioni del guardare) mantiene nei confronti del pubblico del film uno statuto ambiguo. Certo si parteggia per lui, ma si è anche atterriti dalla facilità con cui egli si insinua negli interstizi dell’altrui vivere quotidiano, al punto che il suo incidente (uno dei momenti di grande cinema del film) sembra quasi una giusta punizione al troppo ardire.
A confrontarsi con il ricordo di James Stewart, Argento chiama con felice scelta di casting (una volta tanto) una delle migliori promesse (forse la migliore) di tutto il nuovo cinema italiano: Elio Germano. A fronte di un nuovo divismo muccinesco/accorsiano in cui a contare più di tutto è il personaggio attore, Germano sembra essere,infatti, uno dei pochi veri interpreti attivi sulla scena, uno dei pochi a riuscire a far risultare anche solo un po’ credibile un personaggio argentiano. Un’impresa, questa, che fino a ieri ritenevamo quasi impossibile dal momento che il maestro romano, splendido coordinatore di scene e di momenti di puro cinema, non brilla quasi mai come accorto direttore di attori.
La qualità audio-video
Esce direttamente nel mercato dell’home video questa interessante opera coprodotta da Rai cinema. Mancando ogni possibile riferimento a visioni del film in sala (il film è stato presentato solo in pochi festival specializzati) che non sarebbero, comunque, attendibili dal momento che l’opera resta, comunque, un prodotto televisivo, a noi non resta che rimarcare la cura di un riversamento apparentemente senza pecche di rilievo. La visione si mantiene, quindi, sempre piacevole anche nelle molte scene critiche (l’inseguimento notturno sotto la pioggia), mentre il formato utilizzato (1,85:1 con lente anamorfica) dà alle immagini quel sapore di cinema che ci fa sempre rimpiangere il grande schermo. Più modesto il sonoro del dvd che mette in campo una sola traccia: un dolby digital 2.0 pulito e ben equilibrato che non permette, però, un coinvolgimento sonoro totale che per film del genere sarebbe, comunque, sempre auspicabile. Resta, comunque buona la rese delle musiche molto depalmiane di Pino Donaggio.
Extra
Pochi, ma discretamente interessanti gli extra. Un breve backstage ci invita ad una visita guidata dei set del film durante le riprese. Nessun commento, nessuna voce di troppo si aggiunge a queste immagini rubate che compongono un discreto documentario sul mestiere del fare cinema di genere. Più corpose le due interviste: intrigante quella a Dario Argento che si lascia andare a sapide confessioni sul suo lavoro e sulle sue esigenze espressive, ispirata quella ad Elio Germano. Chiudono le solite schedine biofilmografiche.
(Do you like Hitchcock?); Regia: Dario Argento; interpreti: Elio Germano, Chiara Conti, Elisabetta Rocchetti, Cristina Brondo, Edoardo Stoppa; distribuzione DVD: Flamingo
formato video: 1.85:1 anamorfico; audio: Dolby digital 2.0 (Italiano); sottotitoli: Italiano per non udenti.
Extra: 1) Backstage 2) Intervista a Dario Argento 3) Intervista a Elio Germano 4) Biografie del regista e degli attori principali
