DVD - Drugstore cowboy

Il film
Continua la meritoria politica degli abbinamenti editoriali portata avanti dai colleghi di Filmaker’s magazine che, dopo aver allegato allo scorso numero della rivista un’edizione dvd di un film importante e necessario come L’isola, immettono ora nel mercato delle riviste di cinema anche un film bello e maledetto come Drugstore cowboy di Gus Van Sant. Storia di angeli caduti, di figure allo sbando in un’America urbana cantata con lucido disincanto e restituita in tutta la sua disarmante banalità, il film in questione resta tra le prove più convincenti del regista americano prima dell’impressionante exploit degli ultimi capolavori (Gerry e in misura, forse, appena minore, Elephant). Un limpido esempio di un cinema lirico, dove a contare più di tutto non è il realismo con cui vengono restituite le situazioni narrate, ma l’affetto quasi sacrale con cui il regista si accosta, senza giudizio alcuno, alle vite distrutte di quelle che sono le vere e proprie vittime sacrificali di un sistema sociale apparentemente solido, in realtà perverso quale è l’America. Se è vero che tutto il cinema di Van Sant mette in scena in modi sempre diversi eppure tanto simili, la messa a morte sociale dei paria e dei reietti, la rimozione dolorosa che la società opera nei confronti di tutti quegli individui che non sono direttamente omologabili (in senso lato tutti gli adolescenti parrebbe dirci una pellicola come Elephant), è anche vero che ad essere messo in scena è anche il desiderio di ogni personaggio di ritrovare un centro, una vera e propria “home” consacrata dall’approvazione sociale che coincide prima di tutto il sacrificio delle proprie pulsioni personali ed egoiche. Come in My own private Idaho, anche in Drugstore cowboy, quindi, ad essere messa in scena è una vera e propria via crucis, un percorso doloroso che dovrebbe andare dai margini del mondo così detto civile entro cui sono confinati all’inizio i protagonisti all’accettazione finale santificata dal lavoro e dall’abitudine. Usiamo, in questo caso, il condizionale non tanto perché non sia presente questa limpida linearità all’interno dei film in questione, ma per il fatto che essa si ammanta sempre di un’ambiguità profonda e feconda. Gus Van Sant, in questo senso non è né vuole essere un’edizione aggiornata e bigotta del sogno americano dove anche i più umili e decaduti possono trovare spazio per un riscatto morale e sociale all’interno di quella patria delle opportunità che è l’America (come potremmo essere portati a pensare vedendo, in maniera molto superficiale, un film come Will Hunting), né vuole essere, al contrario, un fustigatore di costumi che vede nella società statunitense l’unica fonte di ogni male possibile (come parrebbe dirci con geniale sarcasmo Da morire). Egli è, piuttosto, un lucido osservatore delle contraddizioni implicite nel reciproco rapportarsi della Società con i suoi stessi margini e, se lo fa attraverso una visione quasi sacrale in cui tutta la simpatia si sposa con i suoi personaggi decaduti dalla grazia che sono tanto più santi quanto più riescono a mantenere con disarmata ingenuità una comprensione del loro affondare nel peccato e nell’abbruttimento, non per questo rinuncia alle possibilità catartiche offertegli dall’ironia e dell’autoironia. Per questo il regista riempie le sue messa in scena di soluzioni stranianti ed inaspettate, che mettono in crisi l’obiettività stessa dello sguardo con cui le vicende vengono contemplate come nelle meravigliose sequenze dei trip farmacologici del protagonista che, per un momento appena, trasformano il trascorrere fenomelogico delle immagini in vere e proprie feste per gli occhi dove il film si fa quadro (seppure in movimento) cogliendo, nello spazio dell’inquadratura tutte le possibilità di un Magritte o di un Duchamp affollato di object trouve pescati di peso dalla realtà della provincia americana e messi a fluttuare nel cielo azzurro di un mito senza tempo.
La qualità audio-video
L’edizione allegata alla rivista è la stessa messa in commercio non molto tempo fa da un’etichetta minore, ma assai combattiva come la DVDstorm. Come d’abitudine per questa casa editrice, ci troviamo di fronte ad un’edizione piuttosto curata per quel che attiene il riversamento digitale della pellicola con un dvd che passa l’esame superando di gran lunga le nostre aspettative. La fotografia del film è, infatti, piuttosto varia e passa da immagini limpide e iper espressive ai momenti sgranatissimi delle riprese in Super 8 con oscillazioni che deve essere molto difficile preservare nella compressione. Il risultato è, invece eccellente (anche se a tratti si ha l’impressione che il film sia addirittura troppo colorato) con un quadro generalmente nitido e un discreto rapporto tra figure e sfondi. Per quel che riguarda il suono, tra le tre opzioni presentate, un 5.1 e un 2.0 italiano e un 2.0 inglese, è senz’altro da preferire la terza anche se le tracce italiane si mantengono generalmente pulite.
Extra
Ridotti, in verità, al minimo sindacale, trovano spazio sul disco solo le filmografie del regista e degli interpreti principali. Sfiziosi, comunque, i menù animati (in specie la schermata principale) che aggiungono una nota di colora ad un’edizione minimale, ma corretta di un film decisamente importante.
(Drugstore cowboy); Regia: Gus Van Sant; interpreti: Matt Dillon, Kelly Linch, James Remar, James Le Gros, Heather Graham; distribuzione dvd: allegato a FilmMaker’s magazine
formato video: 1.85:1 - 16/9 anamorfico; audio: DTS 5.1 (Italiano), 2.0 (Italiano e Inglese)
Extra: 1) Filmografie
[maggio 2005]
