DVD - Giovani e belli

“La televisione vive di cinema, ma il cinema muore di televisione”
Con queste parole proferite nel 1995 a mezzo di un sospiro rassegnato, Dino Risi fotografava, con un bianco e nero livido ed impietoso, lo stato precario del cinema italiano a lui contemporaneo. In questi ultimi quattordici anni poco o nulla è cambiato di questo amaro stato delle cose: l’inesorabile agonia delle sale cittadine si è trasformata in un rantolo prolungato, asmatico, mentre dall’altro lato, il piccolo schermo allunga i suoi tentacoli in infiniti pacchetti ed offerte, tra digitale terrestre (divenuto ormai scelta obbligata per chiunque acquisiti anche solo un dieci pollici) e parabola satellitare.
Eppure Risi parlava prima ancora dell’esplosione dei reality show e quando pensava alle reti televisive che riempivano la loro programmazione di film (e spot pubblicitari) non pensava a Sky Cinema, ma a Raitre. I suoi tempi grigi, guardati con la lente dell’oggi, sembrano quasi un’età dell’oro da pensare con inesausta nostalgia.
Comunque sia resta da dire che se la televisione prospera, a farne le spese è proprio il cinema che cede, in cambio di briciole, quei ventimila film l’anno coi quali riempie i suoi palinsesti. Frattanto le sale chiudono con lente dissolvenze, i produttori disimparano l’arte di rischiare ed apprendono al suo posto quella del raschiare (il fondo di una botte che si riempie solo a Natale coi cinepanettoni) e i film prodotti passano da mille l’anno ad appena una sessantina. Molti di loro non conosceranno neanche la luce del proiettore e si adageranno sulle secche della mancata distribuzione.
Dino Risi ci parla di una morte economica del cinema. Ci racconta, dal lato della vecchia volpe che comunque i suoi capolavori se li è girati quando ne ha avuto modo, della fine di un sistema produttivo incalzato dall’ondata dei blockbusters americani. Gli sfugge, però, una morte del cienma più subdola eppure non meno evidente. Nello spirito dei tempi, di cui è portavoce, ma anche vittima, non coglie i vistosi segni di una cancrena tanto lenta quanto inesorabile. La televisione, come un vampiro, succhia (è vero) il sangue (e i soldi) ad un cinema sempre più inerte, ma non lo lascia, prima del canto del gallo, solo più debole e stanco. Debilitata negli incassi, la nostra industria non solo perde progettualità preferendo starsene nel letto dei convalescenti, ma cambia faccia, si fa più pallida. Ancora viva è già lo spettro di se stessa. La sua morte oltre che economica si fa estetica.
Buffo, ma al fondo tragico, che questa massima risiana sulla morte del cinema, accompagni come extra (nella pregevole intervista di Sergio Grmek Germani) Giovani e belli, una delle ultime fatiche del regista romano. Buffo perché la pellicola in questione è l’esatto prototipo di un film che muore di televisione.
Sorta di Jules e Jim de noantri, Giovani e belli paga il suo dazio alla televisione su più fronti. Intanto si accolla la presenza di Anna Falchi che attrice di cinema non è mai stata (anche se Soavi in Dallamorte Dellamore le ha dato un suo spessore da fumetto). Poi si lega ad esemplificazioni culturali che non riconosciamo al regista de Il sorpasso.
Il film, da questo punto di vista, ti inquadra il qualunquismo della nuova Italia berlusconiana con strali che si vorrebbe acidi, ma si stingono nella macchietta. Non ha peso il padre proletario che non supera, da vecchio comunista, lo choc della caduta del muro di Berlino (“Vorrei morisse, ma non per cattiveria” dice la di lui moglie che non ne sopporta più le urla straziate da vecchio pazzo preda di un ictus). Non hanno valore i genitori borghesi che cadono nello scandalo di tangentopoli finendo in un carcere che è divertente quanto una puntata di Lascia o raddoppia. E, a fronte di una realtà sociale così abbruttita non suona come soluzione la fuga dei due protagonisti sulle rive del Tevere, con uno struzzo, tra zingari gitani che sembrano più italiani degli italiani stessi.
Ma la morte estetica del film non la si coglie solo nella mancanza di mordente con cui si dipanano i suoi contenuti pur sociologicamente interessanti. Questa morte respira, piuttosto, nel taglio piano di inquadrature senza visione. Sospira nella mancanza di direzione degli attori che girano a ruota libera sulla superficie di una quasi totale assenza di motivazioni e di psicologie. Arranca sui dirupi di un montaggio franto, fatto a blocchi con franco disinteresse per la coerenza interna delle scene. Si fa livida in una fotografia annacquata e di poche pretese e la cui unica preoccupazione è che tutto sia in luce o, perlomeno, in penombra. Trapela, infine, in un doppiaggio dilettantesco che neanche Dario Argento…
Dispiace dire queste cose di un film che, comunque, mette in campo temi che sono d’attualità ancora oggi (si pensi al discorso sulla convivenza tra italiani ed immigrati che poggia però sul manicheo confrontarsi tra un’Italia grigia e stinta – perduta nel mare delle tasse inflitte anche agli spogliarellisti – e l’ipercolorato mondo zingaresco che profuma d’avventure esotiche e gioie della carne). Dispiace che la zampa del leone Risi abbia così perso il suo affondo. Dispiace, soprattutto, che l’Extra del DVD sia più denso di valori e di significati di quel film che dovrebbe illuminare ed arricchire.
La qualità audio-video
Precario e non particolarmente brillante il quadro. La tavolozza cromatica è adeguata ad un film dalla piatta fotografia profondamente anni novanta.
Discreto anche l’audio, pulito, ma pur sempre un semplice mono.
Extra
Dell’intervista abbiamo detto. Dura appena tredici minuti e ti lascia addosso una malinconia indicibile per un cinema che non c’è più. Poi non c’è nient’altro.
(Giovani e belli); Regia: Dino Risi; interpreti: Anna Falchi, Luca Venantini, Edoardo Scatà, Carlo Croccolo, Ciccio Ingrassia; distribuzione DVD: Ripley Home Video
formato video: 1.66:1 - 16/9; audio: Italiano Mono; sottotitoli: Italiano per non udenti
Extra: 1) Intervista a Dino Risi di Sergio Grmek Germani
