DVD - Hanno fatto di me un criminale

Al di là degli effettivi meriti artistici (a dirla tutta piuttosto modesti), They made me a criminal è una pellicola che sembra avere tutte le caratteristiche dell’unicum irripetibile nato da coincidenze astrali inaspettate ed insondabili destinate, però, a non produrre alcun seguito rilevante.
Oggi come oggi il film sembra essere soprattutto il manifesto di un cinema, quello sorto a seguito della Grande depressione, ancora incapace a definire la propria direzione e quasi perso tra l’ancora vincente bisogno di evasione (forte nelle classi meno abbienti che vedevano nel film solo la valvola di sfogo dai problemi della vita quotidiana) e l’incipiente esigenza di ancorarsi ad un realismo più minuto nella vocazione al documento e alle tinte forti del dramma sociale e del nascente noir.
They made me a criminal, insomma, è un tributo pagato alla Realtà dalla fabbrica dei sogni, è l’espressione di un desiderio di espiazione di tutta un’industria che ha nuotato, immune, tra le miserie di un’epoca, illuminandone il grigiore con l’evanescente sfarfallio dei musicals e dei film d’avventura, ma che era niente più che distrazione come un fuoco artificiale nel buio della notte.
Per questo, abbandonate le piste da ballo e gli scorci luminosi di un mito lontano al sapore di fuga, il film si immerge con strana voluttà nei luoghi abietti e fin lì quasi ignoti della realtà sociale contemporanea: entra nei circuiti della boxe professionale, cade nei percorsi intricati del delitto e della pena, si perde nelle spire della clandestinità e dell’illegalità in cerca di una qualche forma di redenzione che tarda a venire.
Hanno fatto di me un criminale è la storia, già nel titolo, di Johnny Brafield, un pugile tanto cinico quanto egoista, accusato di un delitto che non ha commesso e costretto a costruirsi una nuova vita e una nuova identità. Fuggito dalla città egli trova riparo all’interno di una piccola comunità destinata al recupero di piccoli criminali minorenni (i Dead End Kids) cui sembra essere preclusa ogni possibilità di un futuro reinserimento. Al di là dei dettagli di una trama abbastanza scontata nel suo incedere verso un assolutorio happy ending (con le contraddizioni che derivano dall’inserimento di un personaggio posticcio e poco credibile come il detective che continua a braccare il fuggitivo anche quando questo viene da tutti creduto morto in un incidente) è da dire che il vero centro poetico di tutta l’operazione è nella descrizione abbastanza felice della piccola oasi del centro di riabilitazione dove vanno ad incontrarsi i modi spicci e sempre venati di scetticismo del protagonista con il bisogno di guida e di figure di riferimento dei giovani delinquentelli di città. Anzi da un certo punto in poi il film sembra diventare una sorta di compianto, anche abbastanza efficace, su quelle giovani generazioni che, dedite alla piccola criminalità quasi loro malgrado, si ritrovano di fatto impossibilitate anche solo a sognare un futuro migliore.
Il film mette così in scena una realtà minuta, alle soglie dell’indigenza pura e semplice, dove la massima aspirazione è quella di trovare i soldi necessari ad aprire una pompa di benzina e, quindi, a garantirsi quel minimo indispensabile per un’esistenza modesta, ma pulita. Nel far questo, viene composta sotto gli occhi dello spettatore, la consueta contrapposizione tra lo squallore emotivo e sociale della città (appena accennato all’inizio, ma poi ritornante per tutta la proiezione) e la realtà più pulita, ma anche più povera di un mondo rurale che ha tanto il sapore di una Vecchia America sognata, ma irreale.
Busby Berkeley, autore di alcuni dei musicals più geniali del decennio, sembra concepire questo film come un giusto contrappasso all’interno della sua troppo brillante carriera. Dimentico di ogni coreografia (tranne che nell’ultimo incontro di boxe, incredibilmente cruento, ma a suo modo, aggraziato) il regista accetta di sporcarsi le mani con le tinte fosche della sua storia. Ma il film palpita di vita vera e sfiora momenti autenticamente sinceri solo quando i Dead End Kids sono in scena. Per il resto del film si ha piuttosto l’impressione che il cinema, pur nelle sue lodevoli premesse, non riesca ad essere davvero sincero con la Realtà che vorrebbe descrivere. Il bisogno di spettacolo e di sentimenti onesti e mai equivochi prende sempre il sopravvento sulle contraddizioni di un mondo che ancora non si è lasciato alle spalle gli orrori del crack economico e la favola, alla fine, risulta troppo edificante anche per i suoi tempi ancora bui. È sintomatico, del resto, che per avvicinarsi alle contraddizioni del contingente, il film debba rivolgersi ad un altro film: They made me a criminal è, infatti, il remake di Seconda aurora di Archie Mayo di appena sei anni precedente. Come a dire che, da un film all’altro, il Cinema non possa far altro che guardarsi allo specchio. Illudendosi e illudendoci.
La qualità audio-video
Certo dobbiamo ammettere che la qualità del riversamento non è perfetta, alcuni segni di compressione si palesano qui e lì, ma era difficile fare qualcosa di più per un film così datato e caratterizzato da un bianco e nero così poco contrastato. La gamma di grigi impiegata garantisce, comunque, un certo senso di profondità all’immagine e la piacevolezza della visione non sembra venire mai meno.
Per quel che attiene il suono c’è poco da dire. Sia la traccia italiana che quella originale si avvalgono di una codifica mono pulita e filologica.
Extra
Poche schede scritte. Interessanti quanto basta.
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(They made me a criminal); Regia: Busby Berkeley; interpreti: John Garfield, Ann Sheridan, Claude Rains; distribuzione DVD: Ermitage
formato video: 1.33:1 (4/3); audio: Italiano e Inglese (Mono 2.0); sottotitoli: Italiano, Inglese.
Extra: 1) Schede di commento su a) Biografia e filmografia di Busby Berkley b) Sinossi note e curiosità sul film c) Biografia e filmografia sugli attori principali
