DVD - Herzog: Grizzly man

Herzog e il documentario: qualcosa di più di un semplice ripiego per un regista che, da anni ormai, non riesce più a trovare i soldi per dedicarsi al cinema di finzione, a quelle storie, ambigue problematiche, magniloquenti che gli hanno dato notorietà per tutti gli anni ’70.
Per il grande regista tedesco, osannato e coccolato dalla critica per tutto il periodo dei primi grandi capolavori, poi, incomprensibilmente osteggiato e linciato fin quasi all’altro ieri, il documentario è prima di tutto uno spazio franco di sperimentazione, un luogo entro cui miscelare, a diversi gradi, dosi via via cangianti di realtà e finzione, di documento oggettivo e di desiderio affabulatorio. L’opera herzoghiana diventa così, per lo spettatore, una sfinge indecifrabile, un mon(ol)ito ambiguo, sfuggente che colpisce gli occhi entrando direttamente nei cuori.
Grizzly man fa sua questa confusione di ruoli fin dalle primissime inquadrature. In esso le logiche del documentario e del Moccumentary si confondono, si sovrappongono: quello che il film dice è troppo vicino alle ossessioni costanti del regista per non destare sospetti di finzione, ma ogni volta che ci si comincia a convincere che qualcosa deve pur essere stato inventato interviene l’imparzialità indiscutibile del documento a dirci che quello che stiamo vedendo è niente di meno che quello che è semplicemente accaduto. Lo stesso protagonista del racconto è talmente sui generis, talmente folle nella sua utopia naturalistica da imparentarsi direttamente con personaggi come Fitzcarraldo o Aguirre: la realtà prende a braccetto la finzione e si riconosce in essa come nel riflesso in uno specchio (oscuro).
La realtà passa, quindi, attraverso il setaccio di uno sguardo d’artista, si complica ad ogni passo, si riarticola in discorso e si fa comunicazione. Il montaggio sceglie tra le centinaia di ore di riprese di Timothy Tradwell quei (relativamente) pochi minuti che servono a fare dell’immagine racconto e suggestione, la post produzione dà alle immagini lo spessore di un cinema d’altri tempi. La musica, in particolare, rigenera le immagini, sostiene il filo invisibile del racconto, aggiunge profondità con la sua presenza discreta e spesso inudibile.
È musica finzionale e funzionale, quella che Herzog ha fatto comporre da Richard Thompson e il bel dvd tiene conto, in un superbo documentario (In The edges: The grizzly man session che è qualcosa di più di un semplice making of della colonna sonora) di tutto il complesso lavorio che sta alla base della sua ideazione.
Il regista tedesco non ha mai usato musica come mero background delle sue produzioni. A lui sembra essere del tutto sconosciuta l’idea di una pura e semplice musica di commento. La colonna sonora si pone, quindi, sempre in un ruolo costantemente dialettico con l’immagine e questo lavoro è tanto più evidente in un film come questo che fa del mostrare e del far sentire non solo un discorso espressivo sul senso del documentare, ma anche una precisa scelta etica. Si pensi, in questo senso, alla scena in cui Herzog ascolta i suoi ripresi in diretta della morte di Tradwell, ma nega allo spettatore (anche morbosamente curioso: il pubblico di oggi è pur sempre quello dei reality show) l’ascolto di quelli stessi suoni.
In questo quadro la musica deve essere impaginata secondo un modello che il più possibile si adegui alla rudezza morbida delle immagini filmate da Tradwell: deve essere improvvisata, anche un po’ grezza, ma capace di elevare l’immagine brutale del contingente al livello di espressione artistica e di Cinema. Nel gioco a rimpiattino tra realtà e finzione, la musica è quella che orienta l’immagine sempre verso la seconda. In the edges dà conto proprio di queste sessioni di improvvisazione che ricercano, nei suoni, la magia di un cinema perduto. Ci fa entrare nella bottega degli artisti al lavoro e ci mostra l’affollarsi di idee e di temi, le piste seguite e poi abbandonate dei tentativi di trovare i suoni giusti per un film già montato. Vi troviamo, al centro, un Herzog/Gesualdo che cerca tra immagini di natura colte con insospettabile spirito religioso (nei cui confronti il regista mantiene sempre una distanza critica) i giusti suoni dell’anima.
La qualità audio video
Il documentario è prevalentemente costruito sulle immagini in digitale riprese da Timothy Tradwell. Giocoforza che esse siano spesso molto buie o sporche. In ogni caso la relativa scarsa qualità delle riprese (alcune inquadrature sono splendidamente composte) diventa espressiva e parte integrante del discorso che il regista sta portando avanti.
Sul piano della compressione ci pare che la Fandango abbia, comunque, fatto un ottimo lavoro. Non si evidenziano segni di artifici digitali e anche nelle scene più critiche (quella di Tradwell chiuso nella tenda durante una terribile tempesta che sa molto di Blair witch project) il quadro resta pulito, senza quadrettature e senza offuscamenti.
Il suono si avvale di un’unica traccia originale in 5.1 pulita e funzionale.
Extra
Oltre al making of della colonna sonora di cui abbiamo già dato conto sono presenti un incontro con Enrico Ghezzi di 24 minuti abbastanza interessante e un più superfluo commento ad alcune scene sempre ad opera del critico padre spirituale di Fuori Orario. Utili curiosità trovano spazio nel brevissimo Werner Herzog e il documentario (11 minuti) mentre non mancano biografia e filmografia del regista.
Leggi la recensione del film all’uscita in sala.
(Grizzly man); Regia Werner Herzog; con: Wernerh Herzog, Timothy Tradwell;
distribuzione DVD: Fandango;
formato video: 1.78:1 (16/9); audio: inglse 5.1; sottotitoli: italiano
Extra: 1) In the edges: The grizzly man session (Making of della colonna sonora) 2) Incontro con Enrico Ghezzi - Intervista 3) Commento a scene selezionate 4) Werner Herzog e il documentario 5) L’orso Grizzly 6) Werner Herzog: biografia e filmografia 7) Trailer
