DVD - Il primo uomo nello spazio

La mitologia greca è sempre stata, per la fantascienza più avventurosa, un potente serbatoio di suggestioni e spunti narrativi.
2001: odissea nello spazio, la pellicola che forse condensa meglio di tante altre il senso filosofico del racconto di anticipazione, ricava tutta la sua suggestione dal poema omerico visto non come fonte di miti raccontabili, ma come archetipo profondo del bisogno dell’uomo di viaggiare, di scoprire, di muoversi nello spazio e nel tempo (anche se l’approdo finale del viaggio non può che essere l’Itaca del nostro pianeta. Un vero e proprio ritorno all’utero).
Kronos, lo vedevamo su queste pagine, è un’arguta variazione sul tema dei titani e sulla loro (e nostra) sete di potere.
Allo stesso modo anche Il primo uomo nello spazio si rivela, ad un’analisi neanche tanto attenta, un’attualizzazione del mito di Icaro e del primo volo umano.
Come per il figlio di Dedalo, anche per il protagonista della pellicola di Robert Day, infatti, a contare è soprattutto il bisogno del volo, l’ebbrezza delle altitudini, il desiderio, molto treckie, di arrivare “là dove nessun uomo è mai giunto prima”. Ma come per Icaro, anche per Dan (questo, per il film del 1959 doveva essere il nome del primo uomo a superare i confini dell’atmosfera) il prezzo da pagare per questo anelito di assoluto e per questa sete di avventura, è la caduta, la degenerazione, l’abbruttimento.
Icaro, nella sua veste di angelo, vede sciogliersi le sue ali quando si avvicina troppo al sole. Il suo viaggio nell’abisso va dall’estrema bellezza del giovane tutto proteso verso le grandi altezze e dal fascino virile del ragazzo che magnifica la sua condizione umana mediante ali d’aquila costruite dall’ingegno umano, alla caduta a vite in una confusione di carne e cera disciolta dal calore. Icaro prova sulla sua pelle il senso di una metafora del volo che contiene al suo interno anche il proprio esatto contrario: Volare è inebriante, ma la sfida ai propri limiti fisici porta alla dannazione perché prima o poi si dovrà sempre passare per quelle colonne d’Ercole che non ammettono alcuna possibilità di ritorno.
Ne Il primo uomo nello spazio l’ebbrezza del volo si esemplifica in una doppietta di inquadrature perennemente ripetute: il primo piano dell’astronauta che contempla il cosmo dal suo casco (la ritroveremo, non a caso nel finale vorticoso di 2001) e l’immagine verticale del razzo che solca lo schermo puntando verso l’alto. Nella prima troviamo unite oggetto e soggetto della visione: chi guarda sta dietro il povero schermo del vetro del casco, ciò che guarda si riflette su quello stesso vetro. Un sistema per risparmiare sugli effetti speciali, certo, (almeno nel caso del film di Day che resta prodotto a bassissimo budget), ma anche, a suo modo, una scelta estetica necessaria a rendere il senso dell’ebbrezza ed il suo motivo.
La contrapposizione tra le due inquadrature nel passaggio obbligato tra il massimo dettaglio dell’eroe (ma Kubrick andrà oltre arrivando a filmare direttamente l’iride del pilota) e il campo lunghissimo del razzo nello spazio magnifica da una parte la grandiosità dell’impresa (squilli di tromba accompagnano la scena ne Il primo uomo nello spazio) e dall’altra il senso di solitudine dell’eroe. Perché si approdi al mito, infatti, occorre sempre che l’eroe resti solo. La solitudine implica la perdita di ogni contatto radio.
È in questi momenti che la pellicola di Robert Day rivendica un suo valore artistico. Fintanto che il film racconta la conquista dello spazio, lo spettatore resta avvinto, pur nelle ingenuità di un documento d’epoca che deve ancora immaginare come deve essere lo spazio aperto, dalle gesta del suo eroe. Quando, però, il nuovo Icaro ripiomba sulla terra trasformato in un mostro assetato di sangue che pure conserva ricordo della sua condizione umana (la strada possibile di un melodramma che sarebbe piaciuto a Cronenberg, ma che non era ancora nello spirito dei tempi) il tutto perde la bussola e ricade nelle dinamiche del più classico dei film di genere.
Le ingenuità si sprecano. Ma è anche per questo che è così bello oggi rivedersi i film di fantascienza degli anni ’50.
La qualità audio-video
Discreto il riversamento della pellicola originale. Purtroppo non sempre il bianco e nero è all’altezza delle aspettative e qualche volta si ravvisano segni di compressione che non inficiano comunque il piacere della visione. Il film è nel formato originale 1.33:1.
Pulito l’audio nelle due tracce italiano e inglese. Resta preferibile l’opzione originale, ma solo per chi ha abbastanza dimestichezza da poter fare a meno dei sottotitoli. Non sempre questi sono, infatti, in sincrono con il film.
Extra
Curiosa l’introduzione di Luigi Cozzi: un intervento molto votato all’aneddoto sfizioso, ma anche interessante.
Bello il trailer originale.
(The first man into space); Regia: Robert Day; interpreti: Marshall Thompson, Marla Landi, Bill Edwards; distribuzione DVD: Sinister Film
formato video: 1.33:1; audio: Italiano, Inglese Dual Mono; sottotitoli: Italiano
Extra: 1) Introduzione di Luigi Cozzi 2) Trailer 3) Galleria fotografica
