DVD - L’opera al nero

“Viviamo in tempi crudeli e stupidi”: la frase, pronunciata da Zenone Ligre nel film di André Delvaux L’opera al nero tratta dal romanzo di Marguerite Yourcenaur, starebbe altrettanto bene sulle labbra del Galileo di Brecht o di un qualsiasi intellettuale del nostro tempo.
Gian Maria Volontè, nell’interpretare questo personaggio difficile in una delle prove più convincenti della sua carriera, porge al suo pubblico questa massima proverbiale con la semplicità e l’immediatezza di chi esprime un concetto a suo modo incontrovertibile, quasi stesse dicendo che il sole d’estate scalda più di quello di inverno. Ma dalle parole emerge, in filigrana, una realtà la cui limpidezza sarebbe piaciuta al grande drammaturgo tedesco testé citato: le società stupide sono anche crudeli. Anzi, andando oltre: la stupidità non può non esprimersi se non nella crudeltà.
Il fatto che lo scemo del villaggio sia anche un bonaccione è un’invenzione dei potenti che guardano al paesino sotto il loro castello con la condiscendenza del vampiro che aspetta il tramonto. La realtà è che lo scemo del villaggio è spesso il più saggio tra i saggi e passa le sue giornate in incognito, dietro una maschera. È scemo, non stupido. Standosene a margine della società vive meno sulla sua pelle il dilagare di quell’ignoranza che ci rende tutti pronti allo spavento e tutti manipolabili. Ed in fondo è proprio questo che unisce il Cinquecento di Zenone, il Seicento di Galileo, il Novecento di Brecht e gli anni ’2000 nei quali viviamo: la suprema condiscendenza verso la beata ignoranza. Che sia la Chiesa, la rampante ascesa del nazismo o lo strapotere religioso della scatola televisiva a gettare negli occhi i fumi del “non sapere” è di per sé poco importante: quel che conta è che gli stupidi son sempre pronti a mandare al rogo gli Zenoni o i Galilei. Ed è per questo che essi sono anche crudeli.
Al di là delle somiglianze ci sono, però, differenze abissali che separano personaggi tanto simili come il medico partorito dalla fantasia della Yourcenaur e lo scienziato cui solo recentemente la Chiesa ha chiesto scusa. Uomini di intelletto entrambi, si portano sulle spalle i pesi di diversi gradi di cultura. Galileo ruba e perfeziona le invenzioni altrui e punta i telescopi contro i cieli della scienza, sognando un mondo perfettamente armonizzato su leggi chiare che anche l’uomo (e non solo la Chiesa) possa capire. Simbolo ideale di un sapere laico che si lancia nell’avventura della conoscenza, il personaggio così come ce lo racconta Brecht ha dalla sua una buona dose di ipocrisia. Sa che, malgrado tutto, è la terra a girare intorno al sole, eppure quando gli si fa balenare dinnanzi agli occhi lo spettro del rogo china il capo e accetta la calndestinità. Contro la crudeltà degli stupidi non trova altro rimedio che il tempo: saranno i secoli a rendergli giustizia e a dimostrare al mondo la giustezza delle sue idee. Il suo sguardo è attivo e propositivo. Dalla sua c’è la convinzione che il velo dell’ignoranza non può durare in eterno. Se non gli uomini ci penserà l’usura a squarciarlo una buona volta. Intellettuale d’altri tempi preferisce continuare a studiare di nascosto piuttosto che morire in nome di un’idea.
Viceversa Zenone, che in clandestinità ha speso gli anni migliori della sua vita e della sua ricerca, non china il capo e accetta di immolarsi anche se al rogo preferisce un suicidio veloce, ma non certo indolore. Dalla sua una libertà di pensiero che lo rende ancor più vicino a noi di quanto non sia stato Galileo: pratica aborti, si dà al sesso libero (con qualche presunta deriva omosessuale), non accetta le verità di fatto propagandate dai colleghi e dove può si mette in gioco. Oltretutto è alchimista, crede che la magia circondi ovunque il nostro destino e quando è possibile si affida ai pronostici dei tarocchi. In lui si confondono scienza e superstizione. Il libero sapere scende a patti con un pizzico di mistero: la verità va trovata, ma non è detto che, quando è tra le nostre mani, essa ci si sveli con l’incontrovertibilità di una legge di fisica. Qualcosa resta sempre all’intuizione.
Gli uomini del tempo un po’ lo amano, un po’ lo temono. Lo portano al rogo con la stessa inconsapevolezza con cui alla taverna ballano su una musica che non è del loro tempo, ma del nostro (uno dei momenti più squisitamente brechtiani della pellicola). Sono stupidi e non possono che comportarsi crudelmente.
Andrè Delvaux prende dal romanzo fiume della Yourcenaur solo la seconda parte e lascia echi della prima in brevi, stringati, efficacissimi flash-back. Sul suo personaggio esemplare, calato in una società esemplare costruisce un film impeccabile dal punto di vista formale e per questo freddo nella sua bellezza adamantina. Un raro esempio di film letterario che è ottimo cinema ben prima di essere splendido libro. Una delle pietre miliari del cinema belga.
La qualità audio-video
Più che discreto il riversamento della pellicola su disco. Malgrado l’età della pellicola (del 1988) e malgrado il ricorso ad un master che, pur quasi privo di graffi, si porta ancora impresse le “bruciature” del cambio di parte, è da dire che il risultato complessivo è al di sopra delle aspettative.
Buono anche l’audio sempre pulito e nitido.
Extra
Purtroppo è negli extra il vero lato dolente di questa bella edizione. Giusto un trailer e le filmografie scritte di regista e attore principale. Una lettura da cui conviene che si astengano i miopi.
(L’ oeuvre au noir); Regia: André Delvaux; interpreti: Gian Maria Volonté, Jean Bouise, Mathieu Carrière, Sami Frey, Philippe Leotard, Anna Karina; distribuzione DVD: Dolmen - Cecchi Gori
formato video: Widescreen; audio: italiano, Dolby Digital 2.0 - stereo - francese, Dolby Digital 2.0 - stereo; sottotitoli: Italiano, Italiano per non udenti
Extra: 1) Trailer 2) Filomgirafia di André Delvaux 3) Filmografia di Gian Maria Volontè
