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DVD + Libro - Ayurveda

Pubblicato il 20 novembre 2009 da Alessandro Izzi


DVD + Libro - Ayurveda

Il fine della scienza (e della medicina) non può essere il profitto. Se si diventa dottori solo per perseguire il proprio tornaconto personale si rischia di costruire il proprio castello su fondamenta instabili, pronte a collassare al primo soffio di vento. Fondare un impero sulle sofferenze degli altri è più che immorale: è un atto contro natura che conduce alla dannazione. È per questo che i medici indiani che restano fedeli ai precetti dell’Ayurveda (precetti che hanno ormai oltre tremilacinquecento anni) sembrano e certamente sono dei poveri.
Non hanno studi medici con vaste sale d’attesa e pareti asettiche dense dell’odore acre dei medicamenti chimici, ma visitano i propri pazienti in grandi granai pieni di polvere o in povere case con pochi scaffali e pochi libri alle pareti. Non hanno titoli altisonanti incorniciati in quadri da tenere appesi proprio dietro la scrivania, ma si portano negli occhi il senso di un’esperienza su campo pluriennale. Sono i depositari di una scienza antica che, col tempo, si fa sempre più indecifrabile. Curano il cancro e la leucemia con scorze d’albero e pietre preziose debitamente trattate e pestate nei mortai, ma sono sempre di meno perché la loro arte non va più in là dei villaggi dell’India che li ha visti nascere e li vedrà morire come è nel ciclo delle cose. I loro segreti scompaiono nel montare lungo ed inesorabile dell’omologazione quando i giovani smettono di far yoga sulle rive del Gange e si fermano a bere Coca Cola direttamente dalle bottigliette come fanno gli Americani dall’altro lato dell’oceano.
Alcuni se ne andarono prima come i misteri della manipolazione dei punti vitali. Si narra che questa scienza, capace di paralizzare una pecora con la sola pressione di due dita, avesse raggiunto un tale livello di perfezione che ad un uomo bastava appena una frazione di secondo per uccidere, senza lasciare traccia, un altro uomo. Quando gli inglesi presero possesso del paese si rese necessario tagliare le mani a tutti i medici del paese che praticavano una medicina tanto potente da poter portare la morte.
La medicina ayurvedica è vasta e piena di scuole di pensiero. C’è chi cura con gli unguenti e chi mettendo il malato in bidoni colmi di sabbia. Le visite si fanno osservando le unghie o le iridi degli occhi. Una scienza così esatta che basta uno sguardo e subito è trovata la cura. Invece delle radiografie basta fare dei bagni nel fango ed ecco che le malattie interne affiorano sulla pelle e basta saper leggere il corpo per capire quali e dove sono le fratture.
Talmente tanti sono i modelli (che per paradosso arrivano sino in America dove pochi dottori tentano di contrastare il modello di vita fondato sullo stress indicando nei tempi e nei ritmi della Natura un perché più vero e duraturo) che cercare di darne conto è come cercare di indovinare le costellazioni sulla volta stellata. L’unico modo è viaggiare, perdersi nelle contrade dell’India scoprendo con la macchina da presa le infinite storie di dottori che curano per il piacere di farlo e di pazienti che sono lì anche per un semplice prurito alla mano destra.
La macchina da presa di Pan Nalin (regista alla finzione del controverso Samsara) si limita ad esplorare e a guardare. La regia è un pellegrinaggio fatto non con fede, ma con un occhio orientale che si finge occidentale per raggiungere un pubblico più scettico e più vasto. Le prove della bontà della cura sono scritte sul corpo dei malati e sulle loro guarigioni, ma negli occhi dei dottori più che la sfida al modello allopatico che aggredisce il male, ma non le sue radici si legge la quieta consapevolezza del tanto che c’è ancora da studiare. Perché lo scibile umano è (nonostante i millenni di esercizio) un pugno di terra mentre ciò che c’è da sapere è il bosco che tutto ci circonda.
L’immagine digitale ha l’immediatezza della realtà colta nel suo farsi, con la complicità degli intervistati che si mettono in scena ad uso dello spettatore, ma mantengono un’umiltà negli occhi che ride d’un riso che noi occidentali abbiamo perduto da tempo.
E questo perchè l’Ayurveda non è una medicina, ma un modo di vivere e un modo di essere. Anzi è l’Arte del vivere e l’Arte dell’essere.
Forse noi occidentali non dobbiamo per forza pensare di curarci con cortecce d’albero impastate nel fango, ma dall’ayurveda dobbiamo imparare prima di tutto un’attitudine, un modo di pensare e di curare.
Le industrie farmaceutiche che vivono di quell’ansia indotta che fa vendere vaccini per la suina o per l’influenza dell’anno prossimo di certo non approverebbero, ma la calma densa del malato che apprende che la via della guarigione passa prima di tutto per la sua mente vale il senso di una sfida.

La qualità audio-video

Discreto sotto il profilo audio il documentario trova, forse, proprio nell’audio il suo punto più debole. Troppo centrale e privo di spazialità, il suono appare, infatti, prevalentemente chiuso e cupo. Un difetto non piccolo per un documentario che vive in lingua originale e con sottotitoli.

Extra

Su disco c’è spazio per un’intervista (in italiano) a Swami Joythimayanada, un guru a noi assai vicino. Un bell’esempio di vita che ci fa entrare direttamente a contatto con l’estrema pragmaticità (pur nelle sue più alte vette speculative) del pensiero filosofico orientale. Ma il vero contributo speciale è il bel libro allegato al disco (o viceversa): un volume agile ed intrigante sui rapporti tra la medicina orientale e quella occidentale con l’auspicio di un dialogo sempre più serrato tra le due diverse esperienze.


(Ayurveda - art of being); Regia: Pan Nalin; genere: documentario; distribuzione DVD: Feltrinelli; collana: Real Cinema; formato video: 4/3 1: 1.66;audio: originale Dolby Digital 2.0; sottotitoli: Italiano;

Extra: 1) Libro di 136 pagine: "Vivere e guarire"; 2) intervista a Swami Joythimayanada


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