DVD - Lubitsch: Lo scoiattolo

“Il matrimonio è un momento di felicità nell’infelicità”.
Questa massima proverbiale potrebbe davvero contenere tutto il senso e la poesia segreta del cinema di Lubitsch. A ben guardare, infatti, tutte le pellicole del regista, sia del periodo tedesco, che di quello americano, hanno flirtato con questo tema denso di amarezza e disincanto.
Lubitsch è un assoluto realista. Egli guarda la vita con la lucida ironia di chi sa esattamente come vanno le cose e non si fa alcuna illusione sulla possibilità che esse possano andare diversamente. Il suo sguardo è quello di un acuto indagatore dei misteri del sentimento, la sua visione è quella di un razionalista che non ha, però , dimenticato la bellezza e l’euforia di lasciarsi andare ai capricci del cuore (che sono, poi, quelli della vita). Lubitsch è un libertino impenitente che non ha remore ad abbandonarsi ai piaceri della bella vita; un libertino che, però , non dimentica mai quanto quegli stessi godimenti che cerca e che prova siano fuggevoli ed illusori. Anzi proprio la dimensione evanescente del piacere ed del sentimento che ad esso si associa finisce per colorare l’esistenza di quelle tinte tenui che, in genere, associamo alla saggezza finalmente conseguita.
Uno sguardo così maturo sul mondo e sulle persone non ci sorprende affatto quando lo scorgiamo in un film come Il cielo può attendere. Non ci è difficile, infatti, associare quest’elegante maturità ad un film, come questo, che ha saputo essere, oltre che una sofisticata commedia, anche un congedo dalla vita elargito al mondo con la profonda gratitudine di chi sa di aver preso molto.
Meno facile è pensare che questa maturità sia già tutta presente in un film come Lo scoiattolo, opera del 1921, e, quindi, ancora giovanile seppur già un capolavoro. E ci sorprende non solo perché l’autore, nel licenziare il suo gioiello aveva appena ventinove anni (ma già tanti film sul groppone, tra cui non poche perle), ma perché, nel suo essere una squisita satira antimilitarista portata avanti con stilettate di puro sarcasmo, il film non sembra, a tutta prima, essere terreno ideale per un romanzo sentimentale.
La dicotomia tra il mondo della missione militare (dominato dalle sue regole codificate, dalle adunate e dalle marce) e quello dei briganti (anarchico e simpaticamente sui generis) non sembrava pensato espressamente come sfondo ideale per una storia d’amore infelice.
Del resto sono gli stessi personaggi messi in scena a non prestarsi ad un racconto puramente sentimentale dal momento che lui non è altro che un damerino vacuo e privo di valori tutto intento solo a godersi vita e belle donne, mentre lei è una ribelle che rifiuta a priori ogni forma di controllo e non te la vedresti mai come moglie, figurarsi poi come madre…
Eppure questi due personaggi che mai avrebbero dovuto incontrarsi si ritrovano insieme, hanno una storia, scrivono i capitoli di un breve romanzo che partecipa della vacuità e dell’anarchia senza un senso del mondo che rispettivamente li circonda.
È la scintilla della pura attrazione fisica.
Per lui, lei non è che l’ennesima avventura da portare avanti fintanto che fa comodo. Gli si dice che dovrà sposare un’altra e lui risponde con quell’alzata di spalle di chi è pronto a viversi comunque l’avventura.
Per lei, lui è la prima infatuazione, il primo uomo che incontra dopo aver vissuto in un mondo di maschi che son sempre stati prima di tutto fratelli e poi amici di scorribande.
È lei a pagare il prezzo più alto dell’avventura sentimentale. È lei a credersi gelosa di un’altra che non riesce, però, ad odiare perché al solo vederla piangere ci si riconosce in quella sofferenza e in quel dolore. È lei che si sposa quasi per ripicca, solo perché ha sentito che lui sta per convolare a (in)giuste nozze e non vuole essere da meno, anche se, per vendicarsi, le tocca di ammogliarsi col primo venuto, quello più vicino, quello che alza timido la mano quando lei, guardandosi in giro, dice di voler marito. Un ragazzino che, però, per quell’ironia del destino che tutti conosciamo, la ama per davvero, visto che capisce, a fine cerimonia, che lei non prova per lui gli stessi sentimenti e che il matrimonio è stata solo una montatura architettata per far ingelosire un altro. Spetta a lui l’unico gesto generoso di tutta la pellicola: liberare dal vincolo la donna amata perché non desidera altro che lei sia felice, anche se ciò significa lontana e “di” un altro.
Poi, in rispetto alle norme codificate del genere, le coppie si riformano e chi è sposato resta tale e chi ama per davvero porta a casa il suo premio, ma non prima che a Lubitsch riesca un piccolo miracolo di sensi e sovrapposizioni.
Quando il marito piange dopo aver lasciato andare la moglie, le sue lacrime diventano fontane che inondano la tenda nuziale e portano la primavera alla fine dell’inverno. Piccole piante fioriscono nel dolore e quando l’amata ritorna si trova di fronte una scena grottesca e tenera.
È una boutade. Il gioco di chi fa ridere il suo pubblico con una trovata carina che ti può funzionare solo in un film muto. Eppure quelle lacrime che escono copiose per prodigio di ironia, vengono fuori, prima che dagli occhi, da un cuore vero che soffre per davvero all’interno di un film, per il resto, votato al buffo. Ed è qui che la malinconia prende sopravvento sull’intelligenza e un velo si stende sulla storia a darle un senso ulteriore.
Quando si parla di Lo scoiattolo si dice sempre della genialità della sua messa in scena. Si parla di un regista che sente piccoli i limiti dello schermo e li sfonda in mille modi con mascherini sempre diversi, sempre più folli. Si parla di sublimità del grottesco, di capolavoro della mente. Ci vedi dentro già l’anticipazione dei vari Stranamore. Ma a noi piace pensare che il senso della sua riuscita più vera sia tutta in questa scena. Quando una comparsa per magia assume il primo piano e ci dice, con pietà ed infinita dolcezza, delle contraddizioni per sempre insolubili del nostro essere al mondo.
La qualità audio-video
È una perla questa edizione della Ermitage. Una copia restaurata restituita a tutto il suo splendore. A vederla diresti quasi che è stata girata ieri. Sia per la modernità della storia che per la nitidezza dei contrasti, per questo bianco e nero pastoso e pulito, per questo quadro che non ha il minimo cedimento. Per una volta il tempo non è riuscito a lasciare segni troppo grossi.
Buono anche l’audio. Per questa edizione viene proposto il commento musicale di Marco Dalpane che si sposa all’immagine con invidiabile simmetria.
Extra
Come quasi sempre per un dvd della Ermitage i contributi si esauriscono in una serie di brevi, ma pregnanti testi scritti. Vale davvero la pena di leggerli tutti.
(Die Bergkatze); Regia: Ernst Lubitsch; interpreti: Pola Negri; distribuzione DVD: Ermitage
formato video: 1.33:1; audio: Italiano Dual Mono; didascalie: Tedesco; sottotitoli: Italiano
Extra: 1) Biografia e curiosità su Ernst Lubitsch 2) Il tocco di Lubitsch 3) Sinossi, note e curiosità inedite sul film 4) Biografia e Filmografia di Pola Negri 5) La colonna musicale 6) Photo Gallery
