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DVD - Machan

Pubblicato il 14 aprile 2009 da Alessandro Izzi


DVD - Machan

Attori, volti, corpi: Machan potrebbe essere sintetizzato tutto in queste tre parole che già da sole definiscono il senso di marcia di una strategia comunicativa ben precisa.
Tutto quel che esula dalla presenza fisica dei personaggi è destinato a costituire lo sfondo, certo non inerte, del discorso.
Che il film tratti di problemi scottanti come l’emigrazione e il bisogno di un lavoro fuori dai confini di quella terra che ci ha visto nascere (in questo caso siamo a Sri Lanka) è fondamentale eppure, al tempo stesso, secondario. Il tema sociale costituisce il motore primo dell’intreccio, ma non è un argomento da incidere con il bisturi dell’analisi sociale: serve a definire i sogni e le aspirazioni dei vari personaggi, non a fornire le tempere di un potenziale ritratto sociale della realtà asiatica contemporanea.
Se il film tocca argomenti scottanti come il rapporto tra Primo e Terzo Mondo, l’emigrazione clandestina o la difficile coesistenza tra Vecchio e Nuovo all’interno di paesi faticosamente indirizzati sulla via dell’industrializzazione (e della globalizzazione) non lo fa per una precisa ambizione ad un cinema di denuncia, ma perché questi temi sono parte integrante del vissuto dei vari caratteri portati sulla scena. Sono i problemi con cui devono confrontarsi tutti i santi giorni al pari della spesa al mercato, del pagamento delle bollette e del pensiero di cosa preparare per pranzo.
Come per certa commedia inglese post Ken Loach, anche per Machan si pensa al film come ad un ritratto fotografico da realizzare sempre con un obiettivo a 200 mm: uno di quelli che ti tengono ben a fuoco le figure in primo piano e ti lasciano lo sfondo in una bruma appena distinguibile di colori e forme senza contorni.
Anche le scene in ambasciata, quando due dei protagonisti di questo film intensamente corale provano ad ottenere i loro visti per la ricerca di un lavoro da farsi addirittura in Germania, non serve tanto a darci il senso neorealista delle file di disperati agli sportelli, ma a presentarci con chiari accenti due uomini con le loro debolezze e le loro idiosincrasie, coi loro vezzi e con tutti quei motivi che dovrebbero renderceli necessariamente simpatici. Da queste immagini non ricaviamo tanto il senso di una realtà locale altrimenti estranea, né il racconto della nostra indifferenza di occidentali che si risolve nella negazione di un timbro tanto agognato, quanto piuttosto la restituzione pudica e commossa di una delusione annunciata.
Una commedia umanista, quella portata sullo schermo da Uberto Pasolini, che vive nello spazio di mezzi sorrisi sempre pronti a scivolare nella lacrima complice di chi si immedesima in una situazione non poi tanto lontana. Perché, e diciamocelo chiaramente una buona volta, questa storia di un gruppo di disperati che si inventa una squadra di pallamano per ottenere i visti per l’estero e scappare via in cerca di un futuro, ha tanto il sapore dei disperati della nostra commedia che si inventano un colpo miliardario e poi finiscono, magari, per mangiarsi un piatto di pasta e fagioli nella cucina del vicino di casa. Certo le scene dell’acquisto delle magliette o quelle in cui gli improvvisati giocatori cercano di imparare le regole di uno sport che non hanno mai neanche visto in televisione (perché di televisioni ce ne sarebbe pure, ma a mancare è proprio la corrente elettrica) sembrano prese di peso da certi film come Il match o Full Monty (non a caso citato da più di un commentatore), ma c’è un fondo di “arte di arrangiarsi” che rende questo film più italiano che altro.
E forse proprio in questo respiro cosmopolita che fonde realtà orientali con spruzzi di cinema italiano o inglese risiede il motivo di interesse del film. Un gusto omologato che mette insieme stili e maniere in cerca di un linguaggio universale che ci affratelli tutti: fascino ambiguo e limite di un’operazione di cui non conosciamo eguali nel panorama del cinema contemporaneo.
Poi, dato per scontato tutto il resto, rimane solo il lavoro di casting a nobilitare gli esiti di un’operazione che altrimenti lascerebbe indifferenti. Ed è qui che il film si accende di una luce tutta sua. Perché gli attori presi dalla strada sono uno più perfetto per l’altro e ci porgono i loro personaggi con i gesti di una quotidianità vera nella quale non possiamo non riconoscerci. Attori, volti, corpi: appunto!

La qualità audio-video

Un lavoro di riversamento abbastanza curato, ma non assolutamente brillante. I neri paiono in genere piuttosto piatti la qual cosa pregiudica, purtroppo, la qualità di molte scene notturne. La tavolozza cromatica è piuttosto ampia e ricca di sfumature, ma non sempre il quadro ci appare fedele alle intenzioni della regia e della fotografia del film. Infine in alcuni punti si ravvisa un rumore di fondo da compressione che, pur non pregiudicando il piacere della visione, resta comunque un fastidio del quale avremmo fatto volentieri a meno.
Pulito il suono nella doppia codifica originale e italiana. In entrambi i casi il suono si mantiene molto chiuso sui canali frontali mentre le casse laterali vengono chiamate in causa solo sporadicamente. Il film non aveva, comunque, bisogno di un risultato più avvolgente.

Extra

Tanti gli extra anche se si tratta prevalentemente di materiale pubblicitario e promozionale. Curiose le scene tagliate che meritano la visione. Mentre più corposa è l’intervista a Uberto Pasolini inframmezzata da riprese dal set: vi apprendiamo gustosi aneddoti sulla genesi del film. Il resto è materiale di stampo televisivo.


(Machan - La vera storia di una falsa squadra); Regia: Uberto Pasolini; interpreti: Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe, Sujeewa Priyalal; distribuzione DVD: Dolmen
formato video: 16/9 1,85:1; audio: originale e italiano(5.1) e Italiano 2.0; sottotitoli: Italiano

Extra: 1) Trailer 2) Spot 3) Intervista al regista Uberto Pasolini con inserti di riprese dal set 4) Scene tagliate con sottotitoli in inglese opzionabili anche con sottotitoli in italiano 5) Making of promo


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