DVD - Mala leche

Lo hanno presentato come il Trainspotting degli anni 2000 e mai definizione fu meno calzante di questa!
Col film inglese che ha lanciato Ewan McGregor Mala Leche ha, infatti, in comune solo una vaga affinità tematica (la fascinazione per le droghe pesanti viste come portatrici di estasi, ma anche e soprattutto di morte), per il resto il suo è un giro d’orizzonte completamente diverso. E, a pensarci, non avrebbe potuto essere altrimenti visto che le due opere nascono sotto cieli diametralmente opposti, figlie di due emisferi e, quindi, di due mondi che non possono avere niente a che fare l’uno con l’altro.
Trainspotting prende corpo nel cuore di una delle capitali dell’impero (l’Inghilterra) e consuma la sua parabola esemplare nel chiuso di una realtà sociale opulenta che resta sostanzialmente e paradossalmente ricca anche in quelli che sono i suoi strati più poveri e meno abbienti. È figlia di una realtà votata all’omologazione, che parla inglese (anche se lo fa con l’accento colto del vecchio continente) e che tenta gli ammiccamenti anche un po’ facili di un’ironia acidula. Non sembra cercare un filo diretto con la realtà il vecchio film di Danny Boyle, ma ambisce a raggiungere le vette (o gli abissi, a seconda del punto di vista) dell’astrazione. Il sordido, da questa prospettiva, è solo un ponte per il surreale ed è contemplato sempre con gli occhi della media borghesia in una realtà in cui il proletariato è stato già assorbito ed omologato. È un punto di passaggio e non una condizione esistenziale. A cadere nel gorgo della droga sono, infatti, preventemente i figli degenri della classe borghese che si lasciano irretire dalle promesse facili dei paradisi artificiali degli stupefacenti. Sono angeli caduti nell’abisso che conservano ancora il ricordo dell’Eden da cui provengono e che, in fondo, non chiederebbero altro che di ritornarci se avessero ancora abbastanza lucidità da rendersi conto dell’abominio in cui si trovano. L’ironia visionaria con cui il regista osserva i suoi personaggi (che è una traduzione incompleta e a tratti infedele di quella ben più lercia del romanzo di Irvine Welsh da cui la pellicola trae ispirazione) certifica in primis proprio la persistenza di questa visione borghese del mondo. È una visione modaiola, quella messa in campo da Boyle. È lo sguardo del borghese che contempla dall’alto l’altro da sè come faceva Robinson Crusoe coi selvaggi delle isole tropicali, col sorriso sulle labbra che ti fa sentire un poco superiore. Ed è quantomeno paradossale (ma al fondo tragico) che questo sguardo borghese si appropri dei mezzi di quella surrealtà coi quali, all’inizio del secolo scorso, i poeti irretivano la borghesia, la facevano oggetto di scherno. Una delle conseguenze di questa sotterranea e mai invisibile carica ironica è che, molto spesso, essa sembra esistere di per sé. Non è una conseguenza diretta della materia narrata. In un certo senso si ha l’impressione, durante la visione del film, che essa sia preesistente anche rispetto agli stessi personaggi messi in scena. Essa è, insomma, un pregiudizio calato sugli occhi dell’autore che governa tutti i principi di messa in immagine del mondo. Trainspotting, insomma, è la borghesia che guarda se stessa o perlomeno la parte più debole e decaduta di sé e ne ricava un qualche insegnamento. Una parabola esemplare di una discesa agli inferi che si conclude con il ritorno del protagonista in seno a quel mondo da cui era caduto, ma in cui il ricordo del salto nel vuoto (e qui sta l’ambiguità feconda che salva la pellicola da eccessive esemplificazioni) conserva qualcosa di inebriante e a suo modo sublime.
Mala leche da parte sua, prende corpo nei sobborghi dell’America latina. I suoi personaggi sono figli delle baraccopoli, esponenti evidenti di una povertà che noi in Italia stiamo gradualmente dimenticando. Un mondo, quello messo in scena nel film, in cui i bambini sono già adulti quando imparano a parlare e in cui i ragazzi muoiono come mosche prima di raggiungere i trent’anni. Questa realtà non te la puoi contemplare con ironia, non te la puoi gustare col sorriso sulle labbra. Dimostreresti di non avere cuore, di essere il cinico esponente di quel mondo che su queste tragedie qui ci fonda tutta la sua opulenza. Non puoi giocare col destino di questi personaggi che è come quello dei topi messi in un labirinto. Il lieto fine, per quanto ambiguo, non ti si nasconde dietro l’angolo. Semplicemente non c’è. E tutto si chiude nelle tinte del dramma, della tragedia scritta ancor prima di cominciare le riprese.
Assente l’ironia al regista non resta che intingere le immagini nell’acido di colori drogati come i personaggi. Il quadro è instabile, tutto macchina a mano con un montaggio frenetico e l’impressione che il tempo ti scorre ben più veloce dei ventiquattro canonici fotogrammi al secondo. I personaggi consumano così le loro povere esistenze tra madri che piangono le loro morti quando loro sono ancora in vita e un sesso vissuto come sfogo momentaneo, che non è liberatorio, ma solo meccanica di corpi cui non può che conseguire un aborto perchè chi metterebbe al mondo un bambino in un mondo così degradato.
Se per Trainspotting l’abominio è solo un punto di passaggio, per Mala Leche esso è una condizione esistenziale dalla quale non si può fuggire. Di qui l’estrema cupezza delle scene, i pestaggi che in qualche modo ti ricordano Pasolini.
È un piccolo gioiello il film di León Errázuriz. Un dvd che non dovreste assolutamente lasciarvi sfuggire.
La qualità audio-video
Una grande nota di merito va alla restituzione digitale dell’immagine. I colori estremamente acidi, il quadro enormemente sgranato, specialmente per le molte scene notturne, rispettano alla lettera le atmosfere volute dal direttore della fotografia Andrés Garces. Il digitale, piegato al bisogno di infondere alle immagini riprese un’aura cronachistica, di una realtà colta sul fatto, trova in questo dvd una sua giusta magnificazione.
Buono l’audio presentato in due tracce. Preferiamo l’originale con la sua vocazione alla presa diretta spesso confusa, alla traccia italiana funestata da un doppiaggio ad effetto che sovraccarica di isterismi la controllata qualità dell’ottima recitazione degli attori.
Extra
Il trailer. Doppiato. Too bad!
(Mala leche); Regia: León Errázuriz; interpreti: Juan Pablo Ogalde, Mauricio Diocares, Adela Secall, Luis Dubó; distribuzione DVD: 01 distribution - Paco Pictures
formato video: 1.85:1; audio: Italiano Dolby Digital 5.1, spagnolo Dolby Digital 5.1; sottotitoli: Italiano
Extra: 1) Trailer
