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DVD - Mariti ciechi

Pubblicato il 19 novembre 2009 da Alessandro Izzi


DVD - Mariti ciechi

Il Cinema per Stroheim è il risultato indicibile di un perenne braccio di ferro tra Realtà ed Immaginazione.
Come più tardi per Herzog esso è sfida alle convenzioni, attacco diretto alle regole della buona educazione, gioco a scacchi con le abitudini dello spettatore e dell’uomo contemporanei e non innocuo giocattolone per bambini in cerca di svago. Laddove tutti i suoi colleghi potevano accontentarsi di girare in interni le scene più perigliose che lo sceneggiatore aveva ideato per loro, Stroheim ha bisogno del Realismo più crudo, dell’esterno più vero, del mondo, insomma, da domare e ricondurre ai propri bisogni di affabulatore e di moralizzatore dei costumi. Laddove gli altri si accontentavano del trucco alla Melies, lui aveva bisogno della fenomenologia dei Lumiere per smascherare le ipocrisie del vivere borghese di inizio secolo.
Il suo motto poteva essere riassunto nella frase: “se la scena scritta sulla carta prevede il deserto, che deserto sia anche sulla scena!” Non un deserto d’operetta, ad un passo dalla civiltà, ma un deserto infido, dove la sabbia è davvero bruciata dal sole e dove gli scorpioni alzano code veramente velenose verso il pericolo incombente. Allo stesso modo se la pellicola chiede di essere manipolata, essa lo fa per esigenze drammatiche o didascaliche (come i viraggi di Mariti ciechi o l’oro fatto giallo per davvero dalle mani di esperti tintori che lavoravano direttamente sul negativo in Greed) e non per creare illusioni sulle quali potesse essere bello cullarsi.
Stroheim rivela il meccanismo del cinema solo quando ha bisogno di un surplus di realtà, mai per strizzare l’occhio allo spettatore in sala. L’ironia, nel suo cinema, resta al di qua del guado, nella storia o nei personaggi, mai nei principi mortalmente seri della messa in scena o nel montaggio.
Anche Mariti ciechi, primo film del regista, mette in moto questi meccanismi di non facile codificazione. All’apparenza la trama è semplice e di una linearità quasi scontata. Sotto scorrono, come fiumi carsici, tesori di Senso. Sicché la storia della sposina tentata al tradimento dall’indifferenza del marito ormai aduso alla quiete domestica viene complicata da una serie di disvelamenti dal sapore quasi pirandelliano. La “ronde” delle emozioni è ben più vasta di quanto non sia dato di pensare a tutta prima e la piana storia di corna non consumate (perchè la donna non cede alle brame dell’amante complice anche un amico fedele del marito) si cala all’interno di un microcosmo sociale in cui ognuno sogna qualcosa che non ha e nessuno riesce, alla fine, a portarsi a casa il frutto del proprio desiderio. Così la sposina ritrosa che nega risposta alle avance del pretendente, lo fa non perché non lusingata dalle attenzioni di un altro uomo, ma perché spaventata dall’abisso della tentazione e dal fantasma delle possibili conseguenze del suo agire. E il marito che ritorna alla quiete domestica sembra muoversi più per marcare i suoi possessi e il proprio territorio che non per un rinnovato amore. Anche i personaggi di contorno rivelano sfumature inaspettate. Il losco pretendente (reso mellifluo dalla superba interpretazione dello stesso Stroheim) è simbolo di una decaduta aristocrazia che vive di menzogne più per abitudine che per reale necessità. La triste fine (antcipata a metà film dalla lapide di montagna che piange il peccatore precipitato in un burrone da un marito tradito) suona sproporzionata al suo peccato non commesso. È la fine di un mondo prima ancora che quella di un semplice personaggio. E anche l’amico fedele che sventa l’assalto notturno dell’amante con l’aiuto di un cane da sempre simbolo della fedeltà coniugale, ama la moglie dell’altro di un amore troppo forte per non destar sospetti sul suo agire.
Sul destino di tutti svetta il Monte Cristallo, muto testimone di una resa dei conti finale in cui le convenzioni vincono, ma si lasciano dietro incubi notturni ed insoddisfazioni. Il silenzio di Dio incombe su chi è salito sino in cima (una vera cima, resa ancor più mistica dal viraggio al blu col quale viene ripresa) senza essere riuscito a lasciarsi alle spalle le contraddizioni della propria esistenza. Tutti precipitano, in un modo o nell’altro, dalle altezze della montagna. Qualcuno muore. Qualcuno torna a casa. Ma essa resta lì, pinnacolo inviolabile, a testimoniare le miserie della condizione umana

La qualità audio-video

La copia utilizzata è l’unica copia europea del film. La differenza rispetto alle copie americane è non solo nella lunghezza (circa sette minuti in più che modificano il ritmo e, in alcuni casi, aggiungono informazioni sui personaggi presentati), ma anche di colore (la copia europea è l’unica a conservare i viraggi fortemente voluti dal regista.
Buono il lavoro di riversamento della pellicola che dimostra tutta la sua età senza che si aggiungano ai graffi su pellicola anche artefatti della compressione digitale.
Anche l’audio risulta pulito e discretamente spazializzato.

Extra

Una serie di interventi scritti di sicuro interesse.


(Blind husbands); Regia: Erich von Stroheim; interpreti: Erich von Stroheim, Sam De Grasse, Francella Billington, Gibson Gowland, Valerie Germonprez; distribuzione DVD: Ermitage
formato video: 1.33:1; audio: Italiano Dual Mono; didascalie: Inglese; sottotitoli: Italiano

Extra: 1) Biografia e curiosità su Erich von Stroheim 2) Sinossi, note e curiosità inedite sul film 3) Stroheim: tagli, critica e censura 4) Il regista più cosoto del mondo


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