DVD - Spike Lee: Sucker free city

San Francisco è sempre stata fino ad oggi, una città, sorprendentemente, poco esplorata dal cinema.
Certo con la sua baia da cartolina, con la sua struttura collinosa che ben si adegua a proverbiali scene di inseguimento in macchina, il territorio urbano si è prestato spesso a qualche action movie e non sono mancati, nel corso del tempo, anche alcuni titoli di un certo rilievo. Ma ad essere stata sostanzialmente carente, fino ad oggi, è stata una visione soprattutto sociale della città, un’attenzione reale alle persone e alle culture che ne popolano le strade.
San Francisco, da questo punto di vista, è una città difficile da definire, problematica nelle sue infinite contraddizioni, ma emblematica, in un certo senso, del modo di vivere dell’America tutta. Nel bene come nel male.
Sucker free city, da questo punto di vista, è un’opera che parte con l’ambizione di trattare Frisco finalmente come luogo culturale, come spazio urbano in cui realtà etniche sociali e culturali diverse finiscono per essere obbligate ad un contatto fastidioso, spesso brutale.
Un lavoro, insomma, che non dimentica mai che oltre alla città WASP, con i suoi uffici e i suoi luoghi di ritrovo, c’è anche una sorta di ghetto, un luogo sottoproletario entro cui sono letteralmente confinate tutte le minoranze etniche da quella cinese, con la sua mafia gerarchicamente organizzata, a quella afro americana, persa in una disperazione rabbiosa, a quella ispanica sempre alla ricerca di un qualsiasi tipo di sbocco.
Trattare queste realtà con il dovuto rispetto, senza abdicare alle necessarie ragioni dello spettacolo, ma anche senza perdere di vista il bisogno di un realismo profondo (mille miglia lontano dalle logiche patinate di The O. C.) è, alla fine, davvero una sfida dura.
Quella che abbiamo di fronte è, quindi, un’opera decisamente sorprendente ed originale su più fronti.
Su un versante strettamente autoriale stupisce che un regista così tenacemente legato a New York come Spike Lee abbia deciso, ad un certo punto della sua carriera, di dedicare una sua opera (per la televisione per di più) a questa città.
Su un versante commerciale e distributivo stupisce che la televisione americana trovi il coraggio di commissionare un prodotto dalle così spiccate vocazioni realistiche e dalla logica politico/culturale così strettamente polemica.
Ma a ben vedere queste contraddizioni sorprendenti sono più apparenti che reali dal momento che la produzione della serie televisiva (di cui Sucker free city è, in sostanza soltanto un pilot) si è arrestata, prevedibilmente, alla sola fase sperimentale e non ha trovato poi la forza e il coraggio necessari per trasformare questo prodotto in quello che avrebbe potuto essere l’inizio di uno degli esperimenti più sconvolgenti e belli della recente produzione televisiva americana.
Per quel che riguarda Spike Lee è da dire che l’abbandono provvisorio della sua città del cuore non ha significato minimamente, e per nostra fortuna, anche un abbandono degli elementi che hanno, fino a questo punto, segnato la sua poetica. Come autore da sempre affascinato ed interessato al rapporto tra culture diverse, una realtà come quella di San Francisco, efficacemente cantata dallo sceneggiatore Tse, nel suo essere luogo di frizione e, spesso di scontro violento tra etnie diverse, si presta eccellentemente a proseguire le linee di un discorso interno quanto mai coerente.
In rispetto alla vocazione realistica dello script, Spike Lee compone un’opera affresco potente ed interessante che sfrutta tutte le possibilità di un montaggio televisivo e di un digitale piegato ad una restituzione poco naturalistica, ma molto espressiva del mondo rappresentato. Immergendo i suoi personaggi in colori acidi, spesso violenti, il regista, secondo un dettato in parte mutuato dal Soderbergh di Traffic, costringe il suo spettatore ad una visione sempre polemicamente dolorosa del mondo, trasformando l’intero discorso in un sentito pamphlet politico.
Dal ghetto nero soffocato dalla luce, agli asettici uffici virati al blu metallico, dagli interni cinesi affogati nel rosso e nel verde alle scene notturne il film sembra essere più una galleria di ambienti realizzata da un pittore che non il risultato di una mera operazione televisiva.
La mano dell’autore è spesso felice non soltanto quando si parla di afro americani, ma ogni qual volta (e la cosa avviene spesso) lo stereotipo televisivo viene abbandonato a favore di una visione psicologica (e socio culturale) della vicenda narrata. Certo ci sono difetti d’impostazione, il finale è troppo legato all’esigenza di rinviare lo spettatore a futuri sviluppi che non a cercare una chiusura efficace e coesa, ma il tono corale dell’insieme resta notevole e il film per la televisione, sempre pensato con l’occhio del cinema, merita senz’altro la visione.
La qualità audio video
Difficile rendere conto della reale qualità del riversamento di una pellicola, come questa, caratterizzata da un uso del digitale iperespressivo con colori saturi ed immagini sovraesposte. Nell’insieme ci pare di poter affermare che le intenzioni del regista siano state, comunque, più che abbondantemente rispettate. Per quel che riguarda il sonoro stendiamo un velo pietoso sull’obbrobriosa versione italiana che oltretutto mortifica la vocazione multilingue dello script andando a tradurre anche quei dialoghi volutamente lasciati in cinese (con sottotitoli in inglese ineliminabili) dagli autori. Tra le tre tracce presentate l’unica degna di una qualche considerazione è, quindi, quella originale.
Extra
Solo due gli extra. Una breve e non del tutto disprezzabile Galleria fotografica e un breve filmato della conferenza stampa veneziana di Spike Lee (siamo a Venezia ’62). Poco, ma non superfluo.
[Gennaio 2006]
Sucker free city
Regia: Spike Lee; interpreti: Ben Crowley, Ken Leung, Anthony Mackie, Darris Love; distribuzione dvd: Eagle
formato video: 1.85:1; audio: Italiano (dolby digital e Dolby Digital 5.1) e inglese (2.0); sottotitoli: Italiano
Extra: 1) Conferenza stampa di Spike Lee 2) Photogallery
