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DVD - Tarantino: C.S.I. Grave danger

Pubblicato il 11 dicembre 2005 da Alessandro Izzi


DVD - Tarantino: C.S.I. Grave danger

Il rapporto tra il cinema di Quentin Tarantino e la cultura popolare in tutte le sue espressioni (dal film alla musica) è, in effetti, estremamente complesso e meriterebbe sicuramente uno studio molto più approfondito di quelli sinora dedicati (almeno qui in Italia) al cineasta americano.
Certo molte parole sono state spese nel tentativo di tenere il conto di tutti gli infiniti debiti che il regista paga al cinema di genere amato in gioventù, ma questa compitazione generica, che resta utile a tastare il polso della infinita ed enciclopedica cinefilia tarantiniana, non ci aiuta poi più di tanto né a comprendere fino in fondo gli elementi che fanno la poesia delle sue opere maggiori, né a cogliere limpidamente quanto la sua poetica è riuscita, di rimando, a infiltrarsi e a diventare parte integrante di quella stessa cultura popolare da cui ha tratto non pochi spunti.
Forse, allora, proprio l’episodio (l’ultimo della quinta serie) diretto dallo stesso Tarantino per l’ormai mitica C. S. I. può diventare una valida cartina di tornasole per comprendere questo aspetto sin qui poco investigato dell’impatto sociale della maniera tarantiniana sulla nostra società mediatica.
Girato poco dopo il completamento del dittico Kill Bill, Grave danger (questo il titolo della doppia puntata del telefilm) si presenta da subito come un condensato estremo di stili e modi di fare di Tarantino. Un film “a la manier de”, insomma, in cui il regista, però non si limita a ripetere se stesso indefinitamente e, qua e là, stancamente (uno dei difetti, in fondo, di quel vasto affresco di maniera che è Kill Bill), ma tenta la strada di un’opera a suo modo utopica in cui si avvera un gioco autoreferenziale inaudito.
Da questo punto di vista quello che colpisce di Grave danger è proprio la capacità di Tarantino di utilizzare la televisione come luogo ideale da cui poter guardare al suo cinema da una prospettiva, per lui, inedita. È come se il regista, smessi i panni alla page di un regista coccolato e al tempo stesso temuto dall’industria hollywoodiana, sfrutti l’occasione di girare un film per la televisione, per poter fingere, per un po’, di essere qualcun altro: un dotato regista televisivo, che, come molti altri, del resto, in certa televisione d’impatto, realizza un film omaggiando Tarantino e le sue soluzioni formali e contenutistiche.
Il regista americano diventa, insomma, una specie di Matia Pascal che si reca al suo stesso funerale con un ghigno al tempo stesso ironico e preoccupato e dà il via, con la sua azione autoriale, ad un complesso meccanismo di rispecchiamenti multipli in cui il cinema guarda la propria stessa immagine riflessa dalla lente deformante della televisione e la televisione cerca nel cinema tutte le suggestioni e gli elementi di cui ha bisogno. A complicare vieppiù il discorso resta, poi, incontrovertibile il fatto che lo stesso cinema tarantiniano non si fa scrupoli di attingere liberamente da soluzioni televisive per cui quello che ci troviamo di fronte è anche un osmotico processo di liberi scambi in cui noi stessi finiamo per non avere più nessuna sicurezza su quali siano le fonti e quali i debitori del discorso messo in scena. In altre parole non siamo più in grado di dire con certezza dove finisca la televisione e dove cominci il cinema perché quelle che ci troviamo di fronte, in fondo, non sono altro che citazioni di citazioni di citazioni.
Restano fermi, comunque, alcuni snodi necessari, alcuni punti di riferimento che ci guidano nel discorso complessivo. Come la disarticolazione temporale con l’incastro dei flash-back della prima parte che viene ripreso direttamente da Le iene. O come la semplice soluzione della bara con il sepolto vivo che, pagati i suoi tributi al cinema horror italiano e consumate le sue assonanze con il cinema dei serial killer, resta nella sua limpidezza di citazione diretta all’episodio analogo di Kill Bill.
Al di là di tutto resta, però brillante, un esempio magnifico di televisione d’autore in cui la puntata è sostanziata da una regia da urlo, da una sceneggiatura implacabile come il timer di una bomba e da un’ammiccante ironia costante che è tipica dei giochi di genio.

La qualità audio-video

Nella norma il riversamento digitale di questo piccolo gioiellino televisivo. Il formato scelto (un 1.87:1) mima le lusinghe di un buon panoramico cinematografico lasciandoci nell’impressione di essere al cinema. Le molte scene notturne sono rese con discreto senso della profondità e senza che si facciano palesi gli artifici della compressione. Anche le scene digitali delle riprese microscopiche (quelle, tipiche della serie, in cui lo spettatore viene fatto entrare nell’indizio nascosto in un granello di polvere) sono restituite in tutto il loro splendore figurale. Ma è da dire che Tarantino stesso non è particolarmente interessato a questo escamotage che è un po’ il marchio di fabbrica della serie televisiva al punto di farne un uso molto parco concentrando, invece, tutta la sua attenzione sul vissuto dei personaggi e sulla loro reciproca interazione.
Ottimo, infine, il riversamento del suono con un notevole Dolby digital 5.1 forse un po’ troppo concentrato sui fronti anteriori, ma, comunque abbastanza coinvolgente e pieno.

Extra

Un solo extra arricchisce questa edizione (messa in vendita appena la settimana scorsa) che brilla per altro per l’ottimo lavoro di packaging. Si tratta di un breve speciale featurette intitolato pomposamente Tarantino style, ma che non è niente di più che un filmato promozionale televisivo composto da interviste al regista, agli attori e ai produttori. Una visione piacevole, qualche spunto di interesse, ma niente più.


C.S.I Grave danger; regia: Quentin Tarantino; interpreti: William Petersen, Marg Helgenberger, Gary Dourdan, Robert David Hall; distribuzione DVD: DNC
formato video: 1.87:1; audio: Dolby digital 5.1 (Italiano e inglese); sottotitoli: Italiano.

Extra: 1) Tarantino style


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