DVD - TOBE HOOPER: LA CASA DEI MASSACRI

Sono passati ormai trentadue anni dall’uscita di The Texas chainsaw massacre e di acqua mista a sangue sotto i ponti dell’horror sembra esserne passata anche troppa.
L’horror, un tempo genere underground capace di condensare il senso di smarrimento e di angoscia di un’intera nazione, dopo un periodo aureo che aveva visto il nascere di pellicole necessarie e di culto, si è avviato verso un inesorabile declino che lo sta pian piano svuotando di ogni carica eversiva e poetica.
La pratica bassa del remake, che tanto affligge l’industria hollwoodiana contemporanea, non è soltanto sinonimo di un periodo di crisi creativa e di idee, ma anche spia evidente del desiderio di muoversi su un terreno già noto ed abbondantemente rodato con l’intenzione segreta di elminare dal corpo filmico ogni scoria della realtà contemporanea. Il nuovo horror, quello cantato ancora criticamente in Scream di Wes Craven, è diventato un genere di "riscrittura" dove non conta più tanto l’idea di fondo (quella che si può, alla fine, replicare in un meccanismo seriale), quanto piuttosto l’abilità tutta grafica di riprodurre ed aggiornare.
Il nuovo horror è il trionfo del manierismo, del postmoderno che ripropone un utopico film ricalco che ha grosso modo lo stesso valore di una copia di un quadro d’autore: è virtualmente identico al modello (come lo Psycho di Van Sant che mantiene una forte connotazione pop e autoriale), ma si porta dietro la maledizione di essere solo un clone privo di profondità.
La dimensione politica è la prima a perdersi nel gorgo delle cattive inclinazioni dei nuovi autori che, contando ora su un budget notevolmente più elevato di quello dei geniali precursori degli anni ’70, centrano tutto il loro discorso sulla tecnica, sull’abilità a creare spavento e tensione e non sul significato etico dell’operazione.
A contare è ora, soprattutto, la precisione millimentrica dei tempi, la gestione del ritmo, la fusione di colori e musica verso un meccanismo finzionale splendidamente orchestrato, ma astratto che ha perso ogni contatto diretto con il contingente.
Il film è diventato, ormai, pura palestra di talento figurativo. E su questo meccanismo di astrazione su un genere, hanno finito per appiattirsi anche le più grandi teste pensanti degli anni passati.
Wes Craven, ormai ombra di se stesso, ha abbondanato ogni carica antropologica e ogni ambizione bergmaniana, per diventare uno splendido maestro nella "sola" costruzione dell’impianto narrativo. Tobe Hooper, dopo l’episodio ambiguo di Poltergeist (ultima sua opera di un certo rilievo dopo i folgoranti esordi) tra una puntata televisiva ed un’altra, si dedica alla realizzazione di film che sono frullati virtuali di pellicole del passato con un gusto citazionista che pare spesso fine a se stesso.
Ed è proprio quest’ultimo regista a confrontarsi con se stesso nell’agone dell’inizio di questa estate infuocata uscendo con ben due titoli: del primo, Il custode abbiamo già detto, il secondo, La casa dei massacri, esce direttamente sul mercato dell’home video e non senza ragione.
Toolbox murder (questo il titolo originale) è, infatti, un remake. Ad essere rifatta è una sfortunata pellicola del 1978 (quattro anni dopo e sulla scia slasher del capolavoro hooperiano The Texas chainsaw massacre) che non ha lasciato, ad essere sinceri, un solco molto profondo negli annali del genere.
C’è poco da raccontare della trama del film: a Los Angeles, in un fatiscente palazzo degli anni ’20, trovano rifugio molti giovani aspiranti attori con pochi soldi e molti sogni. Ma c’è anche un assassino nerovestito che compie i suoi delitti con martelli, trapani e quant’altro.
Gli sceneggiatori del film giocano di rimessa, rispetto alla pellicola da cui dovrebebro trarre spunto. Recuperano dal soggetto qualche sporadica suggestione, ma riequilibriano il discorso mettendo a fuoco un sottotesto polemico sui sogni infranti degli aspiranti attori che, però, poco si presta ad un discorso metariflessivo nuovo ed originale.
Viceversa nel film si moltimplicano gli omaggi al filone: dal mostro che si aggira bendato come un fantasma dell’opera (o un Darkman di Raimiana memoria), alla definizione della protagonista che sa tanto di Rosemary’s baby, per arrivare ai dettagli archittetonici della misteriosa magione che sembrano ripresi da un improbabile Ghostbusters.
Fino a che Tobe Hooper ha modo di muoversi sulle suggestioni dell’ambiente, con la sua fotografia spoglia, i colori nudi e pastosi di ambienti di ordinario squallore (il modello è sempre The Texas chiansaw massacre) tutto fila liscio e piacevole quasi si sia dalle parti di un divertissment d’autore. Quando poi, entra in gioco, il meccanismo della sceneggiatura e il discorso si sposta sulla soluzione dell’enigma tutto comincia a diventare improbabile e malsicuro.
Sicchè il film rivela fin troppo presto la sua dimensione da gioco al rimpiattino, dribblando spesso con le aspettative del pubblico (la scena prefinale nel bagno con l’attesa del ritorno del mostro) in un meccanismo che è prima di tutto ludico e astratto e che trova un unico momento di forza solo nella descrizione dei rapporti sadico indifferenti tra i vari coinquilini del palazzo.
Il film è, quindi, il risultato di un lavoro da rigattiere che costruisce il suo finto "nuovo" incollando tra loro vecchie anticaglie ormai destituite della loro funzione originale. E dispiace dover constatare, ancora una volta, l’avvenuto appiattimento di un regista altrove amato sulle logiche bieche dell’industria hollydoodiana.
Sorge a questo punto spontanea la domanda se non sia proprio Tobe Hooper una di quelle persone che, ansiose di sfondare nel dorato mondo del cinema, sono poi, come recita la didascalia che apre la pellicola, semplicemente scomparse. Per sempre divorato da quell’industria che è il solo vero grande mostro che tutti noi dovremo temere.
La qualità audio-video
Uscito dirattemente sul mercato home-video, il film di Tobe Hooper si avvale di un versamento in digitale senza infamia e senza lode. Sul piano puramente visivo la resa cromatica ci appare abbastanza fedele a quelle che dovevano essere le scelte del regista.
Per quel che riguarda l’audio due sole opzioni: un pulito 2.0 originale e un più avvolgente italiano Dolby 5.1 che si consiglia solo per il maggior coinvolgimento sonoro.
Extra
Assenti.
Toolbox murders
Regia: Tobe Hooper; interpreti: Angela Bettis, Brent Roam, Marco Rodriguez, Rance Howard, Juliet Landau; distribuzione dvd: Eagle Pictures
formato video: 1.85:1 widescreen; audio: Italiano Dolby Digital 5.1, Inglese Dolby Digital 2.0 sottotitoli: Italiano, Italiano per non udenti
Extra: Assenti
