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DVD - Un uomo ritorna

Pubblicato il 11 dicembre 2008 da Alessandro Izzi


DVD - Un uomo ritorna

L’Italia è il paese dei gattopardi dove qualcosa cambia perché tutto resti com’è. E quel qualcosa che cambia spesso è la parte meno malata, la più sana, la più pulita, quella, insomma, sulla quale un uomo di buon senso sceglierebbe di iniziare a ricostruire: le fondamenta più salde sulle quali erigere un nuovo palazzo donde guardare con lucido ottimismo verso il futuro.
Il trasformismo, invece, inquina ogni cosa, corrode anche le più lodevoli iniziative e crea quella frattura tra singolo e collettività che ancora oggi ammorba la nostra cultura.
Questa realtà si perpetua nel tempo, si costruisce e decostruisce costantemente, in maniera proteiforme, senza che nessuno possa concretamente fare qualcosa per cambiare lo status quo. Affonda le sue radici nel passato e si nutre di adesione alle cattive abitudini. Inquina il nostro modo di pensare, di agire, di vivere e anche di votare.
In questa logica così profondamente trasformista non stupisce che un film come Un uomo ritorna, pellicola uscita a pochi mesi di distanza dal monumentale Roma città aperta, che parla con grande cognizione di causa del problema dell’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale e faticosamente indirizzata verso una speranzosa ripresa economica, finisca per sembrarci così incredibilmente attuale.
Il film si presenta come una vera e propria opera di transizione: ha dalla sua ancora alcuni aspetti del cinema fascista dei telefoni bianchi (interni borghese e anche un poco astratti, fascinazione per lo spettacolo tout court, persino qualche parco e mai eccessivo inserto canoro che lo rende di diritto un quasi musicarello) e alcuni elementi del nascente neorealismo (ricognizione commossa sulle aree disastrate, attenzione alle contraddizioni sociali nel contesto confuso dell’Italia post bellica, una disperata “fame” di realtà e di verità). Come tutte le opere di passaggio è piena di buone intenzioni, ma si porta dietro ancora molti difetti della vecchia maniera. Sperimenta senza aver chiara una direzione e imbecca alcune sequenze smorte (tutta la prima parte del film fatica a portarci nel cuore del racconto, ovunque si respira l’aria di riprese fatte in fretta anche per le condizioni precarie dell’industria post bellica) ed altre notevoli (la scena del ballo nell’appartamento romano che, per inciso, è la più nostalgica degli ideali spettacolari del cinema dei telefoni bianchi: un deciso passo indietro per un’opera che dovrebbe guardare con coraggio verso l’avvenire).
Un uomo ritorna, così, si ammanta di un’ambiguità che ancora oggi è disturbante.
Ambiguità nell’estetica con il suo altalenare indeciso tra i ricordi di un film canzonetta disimpegnato e leggero e il bisogno di una forte etica realista che era esploso con lividezza proprio con l’uscita di Roma città aperta.
Ma, soprattutto, ambiguo dal punto di vista politico. Non è chiara, infatti, la presa di posizione del regista nei confronti del narrato. L’Italia in ricostruzione viene osservata dalla macchina da presa senza accomodamenti o concessioni. Il paese annaspa nell’incertezza tra gli ideali consumistici già importati dagli americani (che si incarnano nella figura del più piccolo dei fratelli: un bambino che impara subito l’arte del commercio e impara a guadagnare più dei maggiori ancora legati a professioni tradizionali) e quelli di rinnovamento in senso comunista normali in una società appena uscita dall’incubo di una dittatura fascista (poca la simpatia nei confronti delle lotte sindacali con le immagini tristi di fabbriche che non lavorano perché gli operai sono occupati più dalle riunioni che non dal lavoro vero e proprio). Nessuna di queste realtà è vista come reale apportatrice di un senso concreto nel mondo distrutto dell’Italia post bellica. Destra e Sinistra (esemplificando in maniera estrema le logiche del discorso) sono tensioni estranee a quella che è la vocazione più vera della società italiana e conducono alla perdizione (il bambino viene quasi arrestato, la sorella più grande si trova impelagata nel giro della prostituzione).
La stessa capitale, la Roma celebrata da Rossellini, si ammanta di sinistre caratteristiche. Gli alleati che ancora ne percorrono le strade sembrano del tutto disinteressati ai problemi reali della ricostruzione. I politici che occupano le posizioni chiave sono gli stessi che c’erano prima della guerra e affogano nella burocrazia ogni saggia spinta imprenditoriale che dovrebbe portare davvero giovamento alla nazione.
L’unica alternativa che rimane valida è quella dell’azione individuale. Il protagonista della pellicola (l’uomo del titolo che diventa ben presto emblema di ogni uomo) si occupa dapprima della ridefinizione dei legami familiari (riprende da Roma le pecorelle smarrite e le riporta nella più salubre provincia) e poi della ricostruzione della centrale elettrica del paese (simbolo tanto ovvio quanto efficace dell’uscita dalla barbarie della guerra e la speranza rasserenatrice del finale).
Eppure questi valori di famiglia e lavoro, questa equidistanza tra destra e sinistra pur condensandosi nella prefigurazione della svolta centrista della politica italiana (con quaranta anni di Democrazia Cristiana) hanno un che di ambiguo. Sono valori che vengono, come l’estetica che li veicola, direttamente dal fascismo. Rappresentano un motivo di continuità che ha un che di fastidioso e indefinibile.
Non stupisce che questo sguardo così diagonale e sbieco sulla società italiana lo si debba ad un autore austriaco. Né stupiscono i tagli censori e le difficoltà distributive affrontate dalla pellicola ben prima della sua uscita in sala.
Gioiellino da recuperare, Un uomo ritorna è opera che merita la visione. Non fosse altro per la superba performance di Anna Magnani.

La qualità audio-video

Il recupero della pellicola è stato arduo e difficile. Intanto non esisteva più, in Italia, un negativo integro sul quale lavorare. La copia aveva, infatti, subito non pochi tagli censori legati essenzialmente a motivazioni non solo di gusto corrente, ma anche politiche. L’autore fu quindi invitato, come recita il documento della commissione allegato al DVD della Ripley, all’: “eliminazione dell’episodio dei banditi – abolizione del colloquio di Cervi con gli ufficiali inglesi – abbreviare la scena in cui la sorella di Cervi appare seminuda – abbreviare il pronunciamento della folla contro il repubblichino – modificare l’arringa del difensore nella difesa dei fascisti dopo l’8 settembre – togliere la scena in cui la Magnani investe il magistrato”. Queste scene, faticosamente recuperate da un negativo francese sono state reintegrate nel corpo del film. Il risultato è un film completo e filologicamente ricostruito, ma composto da sequenze in condizioni spesso precarie. La qualità del quadro è, per questo, oscillante e malsicura con alcuni momenti di notevole nitore che si alternano a momenti appannati e pieni di graffi e spuntinature. Nondimeno era impossibile fare un lavoro migliore di questo.
Migliori le condizioni del sonoro (malamente fuori sincrono nelle due scene canore, ma più per motivi legati al doppiaggio dell’epoca che non per pecche del restauro) che alternano all’italiano di gran parte della pellicola il francese delle sequenze tagliate. Abbastanza pulito e con qualche gracidio di troppo, il suono è stato, comunque, trasposto su disco con le dovute cura ed attenzione.

Extra

Il booklet è davvero intrigante con i documenti della commissione censura cui facevamo cenno prima.
Interessante anche il documentario di Giancarlo Mancini “Nostri ritorni” che ricompone con una serie di interviste l’avventurosa vita di una delle pellicole più controverse del nostro cinema.


(Un uomo ritorna); Regia: Max Neufeld; interpreti: Gino Cervi, Anna Magnani, Luisa Poselli, Felice Romano, Anna Maria Dossena, Ave Ninchi, Enrico Gozzo, Antonio La Cavalla ; distribuzione DVD: Ripley Home Video
formato video: 1.33:1, 4/3; audio: Italiano + Francese Mono; sottotitoli: Italiano per non udenti

Extra: 1) Booklet con documenti d’epoca 2) Documentario: "Nostri ritorni" di Giancarlo Mancini


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