DVD - Voglio la testa di Garcia

A trentasei anni dalla sua uscita, Voglio la testa di Garcia è ancora un titolo sfuggente e difficile da definire. Impossibile, infatti, incasellare il titolo all’interno di un genere predefinito, con regole ben codificate e facilmente riconoscibili. Difficile trovare una mediazione tra i vari elementi narrativi e stilistici che lo costituiscono (tra grottesco e tragedia, tra western e road movie). Arduo, infine, trovare assonanze culturali con il cinema contemporaneo del tutto estraneo sia alla violenza esibita fino all’enfasi del film (come sempre in Peckimpah, ma qui con scelte registiche spiazzanti ed inaspettate) sia alla definizione dei personaggi (dall’antieroe che definisce la sua missione suicida solo dopo la morte della donna amata, alla figura femminile vista come irruente passionalità irriconducibile a schemi comportamentali precostituiti, all’originalissima coppia di sicari gay).
Opera estrema, frutto di un periodo artistico e biografico difficile, nato a ridosso del fallimento commerciale (ma anche di critica) di Pat Garrett e Billy the Kid (pesantemente manomesso dalla produzione), Voglio la testa di Garcia colpisce per la sua struttura episodica e quasi schizofrenica, fondata sull’accostamento di segmenti quasi autonomi dominati tutti da un’ossessione carnale che non sarebbe dispiaciuta a Boccaccio che pure aveva messo al centro di una delle sue novelle più giustamente famose un’altra testa d’amante dentro un vaso ricolmo di terra.
E forse sta proprio in questo impossibile dialogo tra morte e vita (centro motore anche di molte pagine del Decameron boccaccesco), uno dei motivi di fascino di un film ancora oggi destinato a far discutere e a colpire la fantasia del suo stesso pubblico.
Perché il romanticismo estremo messo in opera dal regista nelle due coppie speculari protagoniste del film destinate al loro amore impossibile (la prima quella composta da Garcia e la figlia di El Jefe, la seconda quella composta da Bennie ed Elita) poggiato ed anzi esaltato da una carnalità esibita, coniugano costantemente il verbo dell’amore al passato della morte. Dalla ragazza che, proprio ad inizio film, accarezza il suo utero ormai fecondato consapevole che lo stesso costituisce anche il motivo della condanna a morte del suo amato, alla coppia che deve recuperare la testa dell’uomo per poter cominciare ad accarezzare speranze di un possibile futuro insieme, il film si pone sempre consapevolmente sulla linea di confine tra morte e vita e l’amore diviene (romanticamente) l’unica realtà in grado di passare da un lido all’altro di quell’immenso fiume Stige che è il purgatorio delle nostre esistenze.
Del resto la figlia di El Jefe e Bennie si riconoscono, nel finale del film, nel loro comune sguardo rivolto verso la morte in cerca di vendetta. Lei perché ha perso l’amato Garcia, lui perché ha perso l’unico reale motivo della sua esistenza: Elita. Entrambi Orfeo senza più Euridice.
La regia asseconda il tono della sceneggiatura rinunciando ad effetti particolari e a sottolineature stilistiche. Lontano mille miglia da Il mucchio Selvaggio, Voglio la testa di Garcia sembra essere, forse, il film più lineare di Peckimpah, senz’altro quello che scorre più piano in una medietas stilistica che si fa cifra necessaria per evitare le derive troppo semplici del melò.
Per tutti questi motivi il film non fu capito alla sua uscita (soprattutto sul suolo americano troppo compromesso dall’aura scandalistica che accompagnava gli ultimi anni della dolente parabola esistenziale del regista) ed ancora oggi divide la critica tra superbe esaltazioni e tiepide stroncature.
La verità, come sempre, sta probabilmente nel mezzo. Voglio la testa di Garcia è sicuramente un titolo fondante ed importantissimo, ma non il più bello di una filmografia che ci aveva regalato titoli ben altrimenti problematici.
La qualità audio-video
Piuttosto buono il quadro, quasi sempre notevolmente nitido e pulito. Nei primi piani in particolare, si raggiunge un livello di definizione, di messa a fuoco e di equilibrio cromatico che lascia ammirati considerata la non certo giovane età della pellicola di partenza. Peccato, allora che i campi lunghi e le scene notturne siano affollate di segni e spuntinature che, pur non inficiando il piacere della visione, ci impediscono di gridare al capolavoro.
Discreto l’audio che mette in campo due tracce stereofoniche discretamente nitide, ma assai poco spazializzate. Un peccato, per un film che avrebbe trovato non poco giovamento da una ricodifica dell’audio in un 5.1.
Extra
Ahinoi, solo il trailer. Ma per un signor film come questo possiamo accontentarci.
(Bring me the head of Alfrego Garcia); Regia: Sam Peckimpah; interpreti: Warren Oates, Isela Vega; distribuzione dvd: Koch Media.
formato video: 16:9 - 1.77:1; audio: Italiano e inglese dolby digital 2.0; sottotitoli: italiano.
Extra: 1) Trailer originale
