DVDimport - The girl next door

Triste verità: nel passare dalla pagina scritta al cinema, tradurre è sempre un po’ tradire. È strano che scrittori del calibro di Stephen King non se ne rendano conto e chiedano sempre a gran voce, ogni qual volta un produttore compra i diritti di una loro opera, il rispetto letterale della fonte a scapito delle possibilità del nuovo mezzo nel quale la storia prende vita.
Prendete il caso di The girl next door per rendervene conto. Sulla carta è un romanzo capolavoro di incredibile capacità comunicativa e di stupefacente ambiguità semantica. Sullo schermo, pur nel rispetto quasi ossessivo di situazioni e personaggi, diventa un film per lo più inerte e privo di mordente.
Gli manca quel di più di speculazione filosofica che invece respira tra le righe del romanzo. Gli manca la capacità grandiosa della parola di essere concreta come un macigno e, al tempo stesso, magicamente astratta.
La sua incapacità a stare dietro al racconto e alle sue implicazioni psicologiche e sociologiche la si coglie tutta sin dalle prime inquadrature, vagliando ciò che del romanzo resta fuori.
L’incipit del libro di Jack Ketchum è, da questo punto di vista, un vero e proprio manifesto di intenti. Nelle prime pagine incontriamo, infatti, il narratore che, rivolgendosi direttamente al lettore in quel tono piano e colloquiale che è una vera e propria cifra stilistica, racconta cosa pensavano le sue ex mogli del dolore. La seconda (che lo sa o, perlomeno, crede di saperlo) racconta di quando un gatto, che cercava di scappare dagli agguati di un suo rivale felino, le salì addosso graffiandola e facendole battere la testa. Per lei il dolore è una cosa subita e la storia le si condensa in un’immagine che facilmente si fa materia di racconto. La prima moglie racconta invece di un incidente automobilistico nel quale il suo compagno di viaggio fu sbalzato fuori della vettura trasformandosi in un vero e proprio ammasso di carne martoriata. La donna scoprì il suo corpo dopo essersi trascinata carponi fuori del veicolo distrutto. Per lei il dolore passa per la visione e si conficca nel cuore. È il dolore dell’empatia che si unisce a quello delle ferite e si addensa della paura della morte dell’altro amato che è spesso (e più avanti nelle pagine del romanzo ne avremo prova lampante) più lacerante di quella della propria stessa morte.
Il film (che dove può sintetizza anche se il romanzo è breve) dei due racconti ne prende uno solo: quello del gatto. Tra il racconto azione e il racconto emozione sceglie il primo perché è più facile raccontare un’immagine che evocare quello che può esserci sotto un’immagine. Ed è proprio quest’atteggiamento quello che è alla base del lavoro di riduzione (mai parola fu più azzeccata di questa) operato dagli sceneggiatori e dal regista di The girl next door. Risultato: il film racconta i fatti, ma non riesce a tenere il passo con l’ambiguità straordinaria della pagina scritta.
Della storia della ragazza segregata in un rifugio antiatomico e fatta oggetto di torture da parte di una pazza e di un nugolo di bambini resta solo il fatto e non la riflessione che su di esso è possibile imbastire. Più che al cadavere, il regista sembra interessato al gatto che se non altro si muove, soffia e tira fuori gli artigli. Sicché, pur nell’estrema fedeltà alla pagina scritta, il film si allontana dal romanzo ad ogni passo che compie verso il doloroso finale.
La discesa agli inferi di Ruth, la sadica artefice del delitto, passa per una metamorfosi concreta che va dall’estrema cura per il proprio aspetto alla megera delle favole della buona notte dell’ultima inquadratura che la vede in scena come da copione. Ma questa metamorfosi avviene troppo in fretta e lo spettatore non ha il tempo di capire come i bambini poi suoi complici nell’efferato delitto potessero amarla al punto di seguirla anche quando era evidente la sua confusione mentale. Un problema di regia più che dell’interprete.
David da parte sua perde, sullo schermo, tutta la sua straordinaria ambiguità. Nel film è eroe irresoluto che mai, neanche per un momento, dubita della bontà della ragazza torturata e ma sembra tentato dal potere che gli deriva dalla sua possibile posizione di torturatore.
Gli stessi ragazzini del quartiere perdono peso e si sfilacciano in comparse di contorno per un dramma tutto a tre.
Di qui le esemplificazioni terribili del finale in cui il regista (per motivi economici ci ha confessato lo scrittore in un’intervista) fa morire Ruth nel pieno dell’azione e nel trionfo dell’autodifesa laddove nel libro essa moriva per atto deliberato, per una scelta che aveva il solo difetto di arrivare troppo tardi e quando la giustizia umana aveva già fatto il suo ingresso in scena a riportare tutto nel contesto civile.
La verità è che Ketchum aveva a bella posta evitato ogni forma di catarsi. Il suo racconto si chiude nella colpa e nella scoperta che neanche l’innocenza esiste per davvero. Per lo scrittore americano il male è ad ogni passo e il bene vero è un’utopia impossibile alla quale possiamo tendere, ma che non possiamo mai afferrare perché il peso della carne e della tentazione ci impedisce sempre quel piccolo salto che ci permetterebbe di raggiungerlo. Il libro si chiude nel punto interrogativo: qual’è la sorte dei piccoli mostri che si sono macchiati di tanto orrore quando ancora non erano in grado di distinguere tra bene e male? Che fine ha fatto lo stesso David che, contrariamente alle logiche romanzesche che prevedono che il lettore non pensi mai che l’io narrante corra un vero pericolo, è invece quello per la cui salute mentale è da temere di più?
Il film, da parte sua, preferisce chiudersi nella ricomposizione e nel perdono. La colpa certo resta e, con essa, i ricordi, ma il pianto di David disteso vicino alla morente Meg spira aria da melodramma: un genere del tutto estraneo alle corde di Ketchum.
Preso fuori dal confronto con la pagina scritta, The girl next door si distingue per la sua confezione faticosa con attori di contorno spesso irregimentati in uno schema spaziale da recita scolastica di fine anno. Brillano in alcuni momenti di luce fosca (Blanche Baker e Daniel Manche, quest’ultimo soprattutto in apertura di pellicola) e poi sono stoppati da una regia che, superato l’incipit con la bella idea dell’inquadratura acquea che si ripete due volte, si smarrisce man mano che la storia gli chiede di mostrare ciò che poi la censura taglierebbe. Un’occasione mancata.
La qualità audio-video
Buono il riversamento sul supporto digitale. I colori un po’ falsi del giorno sono efficacemente in contrasto con quelli freddi del rifugio antiatomico. Peccato che i neri siano poco profondi con conseguente impoverimento delle scene più importanti.
Buono anche l’audio per il quale sono state approntate due tracce: un dolby digital 5.1 abbastanza avvolgente, ma sovradimensionato per una pellicola, come questa, con pochi effetti e un dolby 2.0 un po’ chiuso, ma efficace. Manca ogni tipo di sottotitoli e l’unica opzione linguistica possibile è l’inglese.
Extra
I due commenti audio meritano l’ascolto, ma hanno un mero dovere contrattuale e, tutto sommato, non aiutano più di tanto alla comprensione del film.
Carino il backstage, meno pregnanti le interviste. Per appassionati la sceneggiatura del dilm in dvdrom.
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Intervista a Dallas Mayr
(The girl next door); Regia: Gregory M. Wilson; interpreti: Blanche Baker, Daniel Manche, Blythe Auffarth; distribuzione DVD: Anchor Bay
formato video: 1.78:1, Anamorphic; audio: Inglese Dolby Digital 5.1 e 2.0; sottotitoli: Assenti
Region 1
Extra: 1) Commento audio del regista Gregory M. Wilson, del produttore Andrew van den Houten e del direttore della fotografia William M. Miller 2) Commento audio di Jack Ketchum e dei due sceneggiatori Daniel Farrands e Philip Nutman 3) Interviste 4) The making of The girl next door 5) Screen play per dvdrom
