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Es war einmal in Deutschland

Pubblicato il 11 febbraio 2017 da Matteo Galli

VOTO:

Es war einmal in Deutschland

Francoforte sul Meno, 1946: un piccolo gruppo di ebrei, guidati da David Bergmann, unico sopravvissuto di una famiglia di commercianti che negli anni ’20 aveva posseduto il più importante grande magazzino di biancheria della città, cerca di arrangiarsi vendendo ai connazionali tedeschi, desiderosi - non solo simbolicamente - di lavarsi (la coscienza), pacchi di biancheria più o meno pregiata, non senza esitare a servirsi di piccole truffe. Lo scopo è fare soldi e poi andarsene via dalla Germania, per sempre, o negli Stati Uniti o in Palestina. La vicenda, raccontata in modo molto vivace e recitata da attori molto bravi fra cui spicca Moritz Bleibtreu in una delle sue interpretazioni più gigionesche e convincenti, è tratta dal romanzo di uno scrittore tedesco di origine ebraica che risponde al nome di Michael Bergmann (1945) il quale ha saputo raccogliere e ri-raccontare ampi stralci di memoria familiare e collettiva, con un tono sapido e, pur nel mezzo dei traumi sofferti, delle catastrofi subite, scampate e ancora ben palpabili, di assoluta leggerezza. Il romanzo di Bergmann si intitola Die Teilacher, parola yiddisch-berlinese che significa qualcosa come venditori ambulanti, ma allude anche al concetto di fuga e di inganno, e proprio le mirabolanti avventure di questo gruppo di venditori che con macchine improbabili e scalcagnate si aggirano per le strade improbabili della periferia e della campagna francofortese o in mezzo alla città ridotta a un cumulo di macerie racconta questo film divertente, con una sceneggiatura brillante, un film di un umorismo qua e là scorrettissimo che è difficile non definire ebraico, che giustamente solo uno scrittore di origine ebraica poteva permettersi e un regista di origine ebraica come Sam Garbarski (a tutti noto per Irina Palm) poteva girare. Il film in realtà non è solo comico, anzi fa dell’alternanza fra più mood una consapevole scelta stilistica, le tragedie appena trascorse, le ferite non ancora rimarginate dettano alcuni momenti drammatici della trama, malgrado l’adagio più volte ripetuto a mo’ di mantra da Moritz Bleibtreu: “Hitler è morto e noi siamo sopravvissuti”, secondo un vitalismo, anch’esso, non privo qua e là di momenti di melanconia. Il film va visto in originale, con il tedesco di frequente inframmezzato di termini yiddisch e i vari accenti dei personaggi e degli attori. Fin qui le cose positive. Qualche difettuccio il film ce l’ha sul piano della scenografia e della sceneggiatura. In primo luogo perché tradisce in modo troppo vistoso la sua natura di film girato in studio, soprattutto le scene en plein air sono un po’ troppo posticce, senza scegliere/dichiarare deliberatamente di esserlo, come – che so io – nelle scene iniziali del Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder, quante volte abbiamo già visto le macerie (“Trümmer”) e le “Trümmerfrauen” dedite a ricostruire le città, mattone su mattone. L’altro difetto è costituito da alcuni passaggi della sceneggiatura, la trama parallela: mentre sta mettendo su la propria ditta di venditori ambulanti, il buon David diventa oggetto di una minuziosa indagine da parte dei servizi segreti americani che lo accusano di aver collaborato con i nazisti, segnatamente con le SS del campo di concentramento di Sachsenhausen. Le indagini sono condotte da una magistrato militare ebrea d’origine tedesca, emigrata con la famiglia nel 1933, poi laureatasi a Harvard che adesso ha deciso di fornire il proprio contributo per smascherare delinquenti che durante il Nazismo l’hanno fatta franca. Ciò dà la stura a una serie di racconti da parte di David che non si capisce quanto siano veri e quanto inventati e che fanno risaltare le sue doti performative e la sua arte di arrangiarsi che alla fine gli ha salvato la vita. Ora sembra strano che con tutti i criminali in giro per la Germania, a guerra finita, i servizi segreti americani vadano a perdere il loro tempo per indagare sul conto di uno dei pochissimi ebrei sopravvissuti, seppur forse un po’ mariuolo. Vabbè, ma lo spettatore capisce che fra la magistrata in divisa e occhialuta (interpretata da Antje Traue) e il bel David presto o tardi nascerà qualcosa. E così sarà.
Un’osservazione finale sul titolo: l’originale scimmiotta con tutta evidenza Sergio Leone, in una scena almeno, complice anche la colonna sonora citato esplicitamente, con dolly e ralenti. Quello internazionale è invece il più plausibile Bye Bye Germany: messo da parte il malloppo i giovanotti se ne andranno. Saranno solo 4.000 – ci informa una didascalia conclusiva – gli ebrei scampati allo sterminio che decideranno, senza nemmeno sapere perché, di restare in Germania Occidentale.
Forse siamo troppo buoni, ma a sprazzi Bye Bye Germany fa pensare a Lubitsch o magari ai Coen, nei momenti più modesti ricorda solo i film di Dany Levy. E siamo abbastanza certi che in Italia questo buon film arriverà.


CAST & CREDITS

(Es war einmal in Deutschland). Regia: Sam Garbarski sceneggiatura:Michael Bergmann, Sam Garbarski; fotografia: Viriginie Saint-Martin; montaggio: Peter R. Adam; interpreti: Moritz Bleibtreu (David Bergmann), Antje Traue (Sara), Mark Ivanir (Holzmann), Tim Seyfi (Fajnbrot), Hans Löw (Verständig), Anatole Taubman (Fränkel), Pal Macsai (Szoros), Vaclav Jakoubek (Krautberg); produzione:IGC Films Berlin, Samsa Film, Bertrange origine: Germania, Lussemburgo, Belgio 2017; durata: 101’


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