Euforia

Presentato a maggio nella sezione Un certain regard, il secondo film di Valeria Golino Euforia esce adesso nelle sale italiane, cinque anni dopo Miele. Si tratta di un film certamente interessante ma molto molto imperfetto che il meglio di sé lo dà - qua e là - a livello di regia e quasi sempre di attori (si dirà: non è poco), il peggio di sé invece lo dà a livello di sceneggiatura e di dialoghi, malgrado, oltreché dalla regista, il testo sia stato scritto da un’esperta assoluta del mestiere come Francesca Marciano (sceneggiatrice, fra gli altri, di Salvatores, Verdone, Francesca Comencini, oltreché del primo film di Golino nonché recentemente de Il miracolo, la serie SKY diretta da Niccolò Ammaniti). A Golino e Marciano si è aggiunta anche Valia Santella, collaboratrice storica di Ozpetek (e si vede!) e, in qualità di consulente, niente meno che Walter Siti, di fatto al suo esordio cinematografico (saremmo curiosi di sapere in che cosa è materialmente consistito il suo contributo). Nonostante questo dispiego di energie intellettuali, è – come si accennava – proprio la sceneggiatura uno dei punti dolenti di Euforia, per le ragioni che cercheremo di dimostrare, partendo dal nucleo della trama, che si può comodamente rivelare, trattandosi di cosa acclarata fin dalle primissime sequenze. Due fratelli: Matteo - ricco imprenditore gay del terziario avanzato e hi-tech (pubblicitario? Creatore di eventi? Ma alla fin fine che fa? non si capisce, e già questo fatto non predispone bene lo spettatore) con attico romano super glamour da far sfigurare Gambardella & Co, interpretato da Riccardo Scamarcio, sempre più bravo, va detto; Ettore, insegnante di scienze in una scuola media di Nepi, scontroso, tenebroso, provinciale, interpretato dal sempre bravissimo Valerio Mastandrea, ma qui, anche per minutaggio, messo in ombra dal collega. Per telefono (come, sennò? l’uomo è fisso al cellulare…), in una bella scena, vicino a una porta girevole d’albergo che sarebbe piaciuta a Kracauer, Matteo apprende che il fratello è malato, molto malato, ne ha per poco. Decide di farsi carico di tutto, di prendere in mano la gestione della cura, lo fa venire a casa sua, circondandolo di lusso, cercando di rendere il meno sgradevole possibile l’ultima breve fase della sua vita, oltreché, soprattutto, nascondendogli l’entità della sua malattia. I due non potrebbero essere più diversi, più lontani, in tutto; di fatto non hanno mai avuto alcun rapporto: nessuna comprensione dell’uno per il fratello gay (l’unica volta che parlano dell’argomento Ettore si rivela primitivo e letteralmente terrorizzato, di fatto omofobo), nessuna comprensione dell’altro per il rozzo provinciale, irredimibile e malvestito. Poi, come spesso accade (soprattutto al cinema, verrebbe da dire), la malattia produce un riavvicinamento anzi un avvicinamento, pur fra mille esitazioni e passi indietro. Resta il fatto che, pur nelle condizioni estreme venute a verificarsi, Ettore e Matteo non hanno nulla da dirsi e questa scelta drammaturgica da parte degli sceneggiatori si ripercuote sulla sostanziale povertà dei dialoghi, i loro avanti a tutti, ma anche –ad esempio – quelli di Matteo con tutta la sua cricca, che è solito incontrare nelle scenografiche terrazze del suo attico o in locali alla moda (e anche in questo Golino sorrentineggia non poco anche nella sontuosità dei movimenti di macchina alternati all’uso della steady cam) dove va regolarmente a sballarsi. Altra debolezza del film sono i personaggi di contorno, la moglie, o quasi ex moglie di Ettore interpretata da una lagnosa Isabella Ferrari, l’amico-wannabe amante di Matteo, l’amica depressa Tatiana (Valentina Cervi), la nuova amante di Ettore che compare verso la fine, interpretata da Jasmine Trinca, la pittoresca madre dei due fratelli. Lo spettatore si chiede la ragione del titolo, altamente ambiguo: euforia viene notoriamente dal greco e significa l’atto di portare benessere. È ciò che cerca di fare Matteo che prova, con esiti alterni, a produrre quel poco di benessere ancora possibile a vantaggio del fratello; Matteo è tuttavia al tempo stesso prigioniero, attraverso il continuo consumo di sostanze per l’appunto euforizzanti, di uno stato di esaltazione prodotto artificialmente che lo rende un individuo sostanzialmente borderline. Bravissimo, lo ripetiamo, Scamarcio, che regge quasi tutto il film da solo, e che da attore sex symbol adorato dalle groupies (Tre metri sopra il cielo) ha saputo crescere e differenziarsi, diventando ormai uno degli attori italiani più credibilmente impegnati in ruoli gay: da Mine vaganti di Ozpetek a Pericle il Nero, a Orlando, il fratello e imprenditore di Dalida nell’omonimo biopic. E Golino, che lo conosce bene, è stata brava a tirare fuori il meglio.
(Euforia); Regia: Valeria Golino; sceneggiatura: Valeria Golino, Francesca Marciano, Valia Santella, collaborazione di Walter Siti; fotografia: Gergely Pohárnok; montaggio: Giogiò Franchini; interpreti: Riccardo Scamarcio (Matteo), Valerio Mastandrea (Ettore), Isabella Ferrari (Michela), Jasmine Trinca (Elena), Valentina Cervi (Tatiana); produzione: HT Film, Indigo Film, Rai Cinema origine: Italia 2018; durata: 115’.
