Fassbinder: Lieben ohne zu fordern - Panorama Dokumente

Fra tre mesi avrebbe avuto 70 anni. Inimmaginabile Fassbinder a 70 anni che amministra il proprio capitale simbolico con corretti mélo in 3D o rifà Lawrence d’Arabia al femminile. Fassbinder notoriamente si è dissipato, si è consumato in 13 anni nei quali ha girato 60 film. È morto – ed è diventato un mito. Di questo mito il documentario – tecnicamente un’agiografia - presentato nella sezione Panorama è un esempio onesto, ma non particolarmente originale né sul piano del linguaggio, né su quello della struttura e nemmeno sul piano, diciamo così, del messaggio di fondo.
Sul piano del linguaggio è un documentario molto old style costruito sull’alternanza fra interviste e sequenze tratte dai film di RWF e voce off. La voce è quella del regista stesso che risponde al nome di Christian Braad Thomsen, un regista, insegnante e studioso di cinema danese, che gli esperti di Fassbinder conoscono bene essendo stato uno dei primissimi a scrivere su di lui. È stato un amico della prima ora del regista che da lui si è lasciato reiteratamente intervistare. E la novità del film consiste proprio nel fatto che, a distanza di più di trent’anni, Braad Thomsen ha deciso di condividere col pubblico le due lunghe interviste rilasciate da Fassbinder, una in bianco e nero en plein air, risalente a metà degli anni settanta, e una a colori, più tarda, in una stanza d’albergo di Cannes, con Fassbinder seduto (in certi momenti stravaccato) in poltrona, sigaretta e bicchiere di qualcosa in mano, apparentemente un po’ alticcio ma in realtà come sempre lucidissimo. Va detto che da queste due interviste non emergono clamorose novità, sono in larga parte cose che già si sapevano, del resto Fassbinder non è mai stato particolarmente avaro né d’interviste, né di statement autobiografico-teorici. Oltre alle interviste condotte dallo stesso regista, i due principali testimoni a cui Braad Thomsen si affida sono due collaboratori (attori) storici di RWF: Irm Hermann (che oggi ha settantatré anni) e Harry Baer che ne ha sessantotto. Particolarmente interessanti sono le testimonianze dell’attrice che racconta la sua assoluta dipendenza dal regista, per il quale avrebbe fatto chissà che cosa; Hermann racconta, senza mezze parole, anche il suo tentato suicidio, naturalmente riconducibile al rapporto di amore e perversa dipendenza fra lei e RWF. Ma anche qui nulla di originale. Lo si sapeva. Al punto che il sottotitolo del film, “lieben ohne zu fordern” (“amare senza pretendere”), una citazione tratta da Le lacrime amare di Petra von Kant risulta clamorosamente contraddetto dai fatti. A meno che non ci riferisca all’amore dei suoi amici sopravvissuti che ne celebrano a distanza di molti anni il mito, la leggenda.
Sul piano della struttura il film è diviso, molto tradizionalmente, in capitoli tutto sommato cronologici, dall’infanzia alla morte, con approfondimenti su alcuni snodi fondamentali della vita (professionale) di RWF: l’assenza di un padre, il precoce amore per il cinema, le esperienze teatrali con la fondazione di una sorta di famiglia-surrogato che, in larga parte, si porterà dietro anche quando il cinema diventerà la sua attività principale, l’incontro con Douglas Sirk, anziano padre sostitutivo di padri – carnali e cinematografici – mai avuti, il ritmo forsennato di lavoro etc etc. Niente che già non si conoscesse, a parte, forse, l’approfondimento sul tema: Fassbinder e i figli. A questo riguardo il regista racconta dell’unico momento in cui il suo rapporto con RWF conobbe una fase di crisi che venne proprio a coincidere col momento in cui Braad Thomsen comunicò a Fassbinder che la sua compagna era incinta; ne emerge un intricato coacervo sentimentale fatto di desideri, invidie, rifiuti, adozioni, che avrebbe potuto forse diventare un giorno anche il tema di un film. E a illustrare il rapporto con i bambini nella parte finale del film prende la parola anche Andrea Schober che interpreta quasi tutti i ruoli infantili nei film di Fassbinder. Il film si chiude, più che prevedibilmente, sull’immagine della tomba del regista al cimitero di Bogenhausen, a Monaco mentre attacca la canzone Ich bin das Glück dieser Erde (Io sono la felicità/fortuna di questa terra) del cantante tedesco Joachim Witt. Così doveva intitolarsi uno dei successivi progetti di Fassbinder, prima che il 10 giugno del 1982 fosse ritrovato morto a Monaco. Un film con questo titolo è stato realizzato nel 2013 da Julián Hernández, uno dei tanti omaggi/contributi a Fassbinder del cinema mondiale negli ultimi trent’anni, con certezza l’autore del cinema tedesco che più di ogni altro ha fatto scuola.
(Fassbinder – Lieben ohne zu fordern); Regia, sceneggiatura: Christian Braad Thomsen; interpreti: Rainer Werner Fassbinder, Lilo Pempeit, Andrea Schober, Irm Herrmann, Harry Baer; produzione: Kollektiv Film – Kopenhagen; origine: Danimarca; durata: 109’.
