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Félicité

Pubblicato il 12 febbraio 2017 da Gherardo Ugolini

VOTO:

Félicité

Félicité è il nome “parlante” di una donna africana, una donna forte orgogliosa, capace di mantenere se stessa e il figlio quattordicenne dopo un matrimonio finito male. Di professione è cantante in un locale notturno di Kinshasa capitale della Repubblica Democratica del Congo. Anzi, è la star assoluta di quel locale, una vera regina della notte: con la sua voce flautata, che modula ritmi e melodie della tradizione locale, ha il dono impagabile di ammaliare e rendere felici gli avventori. Lei stessa, interpretata dalla bravissima Véro Tshanda Beya (attrice teatrale congolese al suo esordio sul grande schermo), appare da principio assai felice della propria esistenza, come si evince dal sorriso stampato sul volto che campeggia insistentemente in primo piano. Ma si tratta di una felicità precaria, così come ogni esistenza sembra essere precaria nella realtà di quella metropoli africana sopravvissuta a troppe guerre e devastazioni, oltre che alla cronica carenza di risorse proprie. Le sequenze che mostrano strade ed edifici in rovina sono poche, ma eloquenti. Pur in assenza di riferimenti espliciti all’attualità politica o alla storia passata, la desolazione di quel luogo e di quelle vite percorre con drammatica intensità tutta la pellicola. Tutto cambia per Félicité in seguito ad un incidente col motorino del figlio: deve essere operato, ma per l’operazione ci vogliono soldi, molti soldi. La cantante non si perde d’animo e inizia una sua personale colletta tra amici e conoscenti, ma pochi sono disposti ad aiutarla, tanto meno l’ex marito o il potente boss del paese. Del resto la raccolta risulta inutile a causa dell’aggravarsi delle condizioni del ragazzo, cui viene infine amputata la gamba.
E qui comincia tutta un’altra storia, per certi aspetti si potrebbe anche dire un altro film. I primi piani sul volto di Félicité mostrano ora i tratti della tristezza, dell’apatia e della disperazione. La voce è sempre intensa, ma non trasmette più allegria. Félicité è una donna distrutta, incapace di recuperare quella dignità e quell’orgoglio di cui andava tanto fiera. A salvarla dal baratro è il gioviale Tabu (Papi Mpaka), uno dei frequentatori abituali del locale in cui si esibisce Félicité; non riesce ad aggiustarle il frigorifero rotto, ma è capace di ricostruire un’armonia famigliare con lei e con il figlio menomato. Mentre la vita della protagonista sembra dissolversi nell’impotenza e nell’autodissoluzione, si sfilaccia anche la struttura drammaturgica della pellicola. Realtà e sogno si confondono, come anche tempo e spazio, tragico e comico. All’asse narrativo principale, incentrato sulle vicende di Félicité e del suo penoso scontrarsi con le difficoltà della vita, si alternano sequenza oniriche (lei che si bagna in un fiume, o che si ritrova di notte in una foresta dove incontra una zebra) e scene che rappresentano un coro che prova pezzi di musica classica.
Il quarantacinquenne Alain Gomis è un regista di origine africana (radici in Senegal e nella Guinea Bissau), formatosi a Parigi, e autore in precedenza di tre pellicole che hanno conosciuto un discreto successo: L’Afrance sul disagio psichico dei migranti africani in Francia (Pardo d’argento al festival di Locarno nel 2002), Andalucia, selezionato nel 2008 alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia e Aujourd’hui (Tey), presentato nel 2012 in concorso alla Berlinale. Si tratta, dunque, senza dubbio di uno degli autori più affermati del cinema africano e anche con Félicité, presentato in concorso al Festival berlinese di quest’anno, ha colpito al cuore il pubblico. Non è semplicemente il ritratto di una donna volitiva e orgogliosa, di una madre disperata, come superficialmente si potrebbe intendere. È molto di più. È un racconto del vivere a Kinshasa, dei rapporti tra i sessi, del diverso modo di affrontare le difficoltà e le ingiustizie, di esistenze appese ad un filo, di individui impossibilitati ad essere padroni del proprio destino.


CAST & CREDITS

(Félicité); Regia: Alain Gomis; sceneggiatura: Alain Gomis; fotografia: Céline Bozon; montaggio: Fabrice Rouaud; musica: The Kasaï Allstars; interpreti: Véro Tshanda Beya; Gaetan Claudia; Papi Mpaka; produzione: Andolfi (Paris), Cinekap (Dakar, Senegal); distribuzione: Jour2Fête, Parigi; origine: Francia, Senegal. Belgio, Germania, Libano – 2017; durata: 116’


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