French Connection

Si trova giocoforza insito nella forza di un gioco più che altro cinematografico, per un genere – il polar – così preminentemente francese ma, qui, adattatosi e non tanto adagiatosi sulla modernità di una certa cinematografia d’oltralpe che Oltreoceano lo sguardo rivolge, come nella rappresentazione della vera storia ivi – ici, anzi! - raccontata, sospesa tra le due sponde dell’Atlantico ma non unicamente a causa di estetica indecisione, quanto per divenire essa stessa – l’opera – ingranaggio di un meccanismo più ampio, ossia il legame di malavita fra gangster corso-marsigliesi e mafia americana che per decenni ha inondato gli Stati Uniti di eroina, operazione questa passata già negli anni Settanta alla storia col nome di ’French Connection’, ispirandosi al titolo originale e alla fama rapidamente acquisita dal celebre poliziesco del 1971 di Friedkin, Il braccio violento della legge, volendo così forse esaltare quel montaggio di attrazione e repulsione fra due Paesi che, in fondo, tenacemente si disprezzano, imitandosi l’un l’altro appena risulta loro possibile.
E ora, quasi a voler sottolineare quel loro patto d’acciaio, l’intervento di un terzo, italiano, incomodo, dona proprio il titolo French Connection a quest’ultimo polar francese.
Grazie all’intervento del produttore Ilan Goldman (I fiumi di porpora, La vie en rose) French Connection ha potuto contare su un budget di ventuno milioni di euro, stanziamento assai elevato se rapportato ai canoni del genere e soprattutto a quelli del continente di appartenenza, oltre al fatto che il suo trentottenne regista e cosceneggiatore Cédric Jimenez si trovava di fronte giusto alla sua seconda fatica cinematografica.
Rischio tuttavia calcolato - perlomeno in un’industria cinematografica, quella francese, più matura della nostra - laddove l’opera di questo quasi debuttante risulta essere un ensemble di personaggi restituito senza particolare fantasia ma comunque con un certo vigore: gli anni tra il 1975 e il 1981, epoca a sé stante e che – essa stessa già declinare di un Sogno - appare oramai scomparsa, con la sua commistione di sfacciata pacchianeria e stupita semplicità; Marsiglia poi, porto con sue personali leggi dove approdano e salpano navi cariche di quella droga che è diventata per molti eroina e simbolo di quegli anni; infine i due protagonisti: il giovane giudice Pierre Michel (Jean Dujardin), giunto dalla settentrionale Metz fin giù nella calda, mediterranea e pericolosa Marsiglia, e il padrino-padrone di quel lembo di terra francese che forse Francia non è, l’intoccabile Gaëtan Zampa (Gilles Lellouche, con robusto volto di pietra), la cui forza è il «Silenzio che impone agli altri», tra l’altro presentando lui meno luoghi oscuri, tormentati e ossessivi rispetto al suo contraltare e doppio Michel (al quale somiglia anche fisicamente).
In ogni caso il punto di vista privilegiato del film coincide con quello del giudice, il cui sguardo estraneo e – per l’appunto – tormentato fende un mondo che pare lui non saper comprendere. Così come folle è il personaggio del gangster interpretato dallo schietto e gigioneggiante Benoît Magimel, anch’egli in lotta contro lo stabilito status quo.
Malgrado l’alternarsi fra momenti di improvvisa violenza audiovisiva e altri di intima psicologica stasi, nonostante la ricostruzione di un’epoca, Cédric Jimenez non è sempre riuscito a restituire un equilibrio tra tali, contrapposte, parti, mancando di una certa delicatezza e sensibilità di mano quando queste sarebbero state più necessarie, a tratti perdendosi, sicché il suo film non può considerarsi come approfondita biografia di due vite, oltre che pellicola di denuncia (non tanto riguardo un passato oramai lontano, quanto circa taluni giochi di potere messi in atto da un Sistema che è ingranaggio che stritola esistenze su esistenze), però ad ogni modo realizzando un’opera che, seppure debitrice di tanto odierno cinema hollywoodiano – ad essere sinceri al pari di altri suoi coevi polar della cinematografia francese – appare più sincera e legata alla propria cultura di provenienza rispetto ad altri polar degli ultimi dieci anni.
(La French); Regia: Cédric Jimenez; sceneggiatura: Audrey Diwan e Cédric Jimenez; fotografia: Laurent Tangy; montaggio: Sophie Reine; musica: Guillaume Roussel; interpreti: Jean Dujardin (Pierre Michel), Gilles Lellouche (Gaëtan ’Tany’ Zampa), Céline Sallette (Jacqueline Michel), Mélanie Doutey (Christiane Zampa), Benoît Magimel (Le Fou), Guillaume Gouix (José Alvarez); produzione: Légende Films, Gaumont, France 2 Cinéma, Scope Pictures, RTBF (Télévision Belge), Canal +, Ciné +, France Télévisions; distribuzione: Medusa e CamiMovie; origine: Francia e Belgio, 2014; durata: 135’; web info: scheda del film sul sito della Medusa.
