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Fur. Un ritratto immaginario di Diane Arbus

Pubblicato il 23 ottobre 2006 da Carlo Dutto


Fur. Un ritratto immaginario di Diane Arbus

Il festival delle star, dei lustrini e dei tappeti rossi ha aperto con il film in prima visione mondiale Fur, del regista statunitense Steven Shainberg, già acclamato anni fa al Sundance per il ben più riuscito Secretary. Al festival di Roma va in scena la vita immaginata e immaginaria della leggendaria fotografa statunitense Diane Arbus. Una donna, un’artista che a trentacinque anni decise di abbandonare la tranquillità di una vita alto-borghese, dedicata e sacrificata, vissuta all’ombra di un marito fotografo di pubblicità patinate, per intraprendere la carriera di fotografa di soggetti ‘freaks’, uomini e donne relegate ai margini della società, nani, deformi, giganti, fenomeni da baraccone immolati nelle fiere itineranti di provincia. Celebre la foto che la Arbus scattò a Eddie Carmel, il ‘Gigante ebreo’ alto 2 metri e 43 e i suoi genitori. Tod Browning nel lontano 1932 dedicò un film capolavoro sull’innocenza dei freaks, i mostri, i reietti contro la colpevole normalità, personaggi entrati nell’immaginario cinematografico, così come La Bella e la Bestia nella versione del più eclettico e poetico dei cineasti francesi, quel Jean Cocteau che nell’immediato dopoguerra donò al personaggio del principe infelice un’aura romantica da consumato dandy.

Queste le fonti principali di un film deludente e scontato, una sapida riproposizione di questi suoi più illustri predecessori, un film dove non suona a caso la scelta di un sottotitolo che evidenzia l’aspetto immaginario del biopic sulla coraggiosa fotografa. Una storia d’amore convenzionale che tratta una materia non-convenzionale con rara mancanza di originalità, scadendo in un umile e servile prodotto a sostegno della star Kidman, la quale ripropone il carnet di gesti, smorfie e sgranamenti oculari già visti in The Others. In Fur l’attrice australiana svetta come padrona assoluta di ogni inquadratura, movimento di macchina, dialogo e pensiero, destreggiandosi con mestiere anche in alcune scene poco valide all’economia della durata, due ore che spesso mostrano di essere eccessive. La trasmutazione con il personaggio della Arbus stenta a prendere il largo, la Kidman gigioneggia perfettamente in stile da Actor’s studio, in scene che vorrebbero essere profondamente fisiche, ma che si risolvono troppo spesso in celebrali, freddi e controllati quadri personali che non in nulla delineano o sciorinano le ragioni, profonde e forse romanticamente inaccessibili che portarono la Arbus a una scelta artistica tanto estrema.

Netto il contrasto con la recitazione di Robert Downey jr., davvero convincente nella parte del mostro affetto da una malattia rara e costretto a vivere nascondendo il volto: un’interpretazione ben calibrata sullo sguardo e la mimica, che dona al personaggio un sottile fascino bohemienne. Una messa in scena convenzionale che privilegia l’insistente primo piano e i carrelli a precedere sul volto della diva, una regia che non sfrutta abbastanza una interessante scenografia dell’appartamento del freak Leonard e manca in toto della caustica visionarietà che costituiva il già citato Secretary, rendono la visione di questo incipit della mostra una buona ragione per sperare in qualche film migliore. Ad maiora.


CAST & CREDITS

Regia: Steven Shainberg; Soggetto: dal libro Diane Arbus: una biografia, di Patricia Bosworth; Sceneggiatura: Erin Cressida Wilson; Montaggio: Keiko Deguchi; Fotografia: Bill Pope; Scenografie: Amy Danger; Musica: Cartell Burwell; Costumi: Mark Bridges; Interpreti: Nicole Kidman (Diane Arbus), Robert Downey Jr. (Lionel), Ty Burrell (Allan), Harris Yulin (David Nemerov), Jane Alexander (Gertrude Nemerov); Produzione: New Line Cinema, Picture House, RiverRoad; Origine: Usa, 2006; Distribuzione: Nexo; Durata: 122 min. Sito web: Sito ufficiale


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