Gloria

È il secondo film di produzione cilena mai presentato in concorso a Berlino, per trovare il primo bisogna tornare indietro più di vent’anni, si chiamava La Frontera, che vinse un Orso d’Argento nel 1991. Gloria, quarto film di Sebastian Lelio, ha tutte le carte in regola per fare di più perché riesce nei 105 minuti di pellicola a ottenere molte cose: offrirci i ritratti di una generazione e di una donna a un passo dai sessant’anni, raccontarci una complessa rete di relazioni familiari, offrirci brevi ma interessanti scorci di una (giovane) società in grande fermento, riflettere ma in modo allusivo e indiretto sui fantasmi del passato, un tema evidentemente molto caldo in Cile. Gloria è un film girato bene, fotografato bene con un abile uso del fuoco, scritto bene, recitato bene. La protagonista assoluta, quasi sempre in scena, è appunto l’eroina eponima. Divorziata, due figli grandi fuori casa, la figlia addirittura presto lascerà il paese per seguire l’amore in Svezia, un lavoro d’ufficio non meglio precisato e ben poco identitario, un aspetto fisico assolutamente medio – la bravissima Paulina Garcia, con enormi occhialoni, sembra una via di mezzo fra Carmen Maura e Dustin Hoffmann travestito da Tootsie. Invece di starsene a casa a sentire le urla scriteriate del vicino o a cacciare un gatto glabro con la coda che sembra un topo, inquietante animale totemico della pellicola, che sempre si insinua nel suo appartamento, Gloria s’incontra con amici e le loro famiglie, si fa un’ora di yoga nella palestra della figlia, cura, seppur svogliatamente, il nipotino. E soprattutto se ne va a ballare in locali per over fifties. Qui incontra Rodolfo, un uomo di qualche anno più vecchio, e fra di loro sembra scoppiare l’amore, la passione. La prima scena di sesso sarà piaciuta ad Andreas Dresen, l’autore di Settimo cielo, quest’anno in giuria: prima che i due corpi si denudino del tutto e si prendano, si sente uno strappo, e via il pannolone. Con molta naturalezza lei lo fa penetrare nella propria vita e nella propria famiglia. Lui invece tende a sottrarsi, tende ogni tanto a sparire, racconta poco, sappiamo che anche lui è divorziato, ma capiamo che il cordone ombelicale con l’ex-moglie probabilmente depressa e con le figlie a carico non è stato affatto tagliato. Racconta poco di sé Rodolfo, del suo presente e del suo passato; la sensazione è che qualche scheletro nell’armadio ce l’abbia: è stato in marina ai tempi della dittatura e adesso gestisce un semi-abbandonato parco divertimenti, dove, in realtà c’è ben poco da divertirsi, se è vero che la principale attrazione è un inquietante poligono per giocare a paintball e fra i pochi avventori ci sono soltanto dei militari. In un film, attentissimo ai simboli, il regista ha affidato a una sacca con gli arnesi per praticare quello sport il compito di alludere in modo piuttosto chiaro al fardello che Rodolfo si porta dietro. La vicenda alterna varie fasi in cui i due si avvicinano e si allontanano, mentre intorno a loro gli studenti scendono in piazza, a tavola si discute di un’identità nazionale perduta, la figlia resta incinta e l’ex moglie di Rodolfo probabilmente tenta il suicidio. Con coraggio e disincanto Gloria sperimenta, mettendo il compagno e sé stessa alla prova. E poi se ne va per la propria strada, non senza essersi concessa qualche bello sfizio, fra cui un paio di joint con l’erba per errore lasciata sullo stuoino dal vicino di casa (l’erba del vicino è sempre più...) e anche una notte di bagordi, all’addiaccio sulla spiaggia di Viña del Mar. Gloria è un riuscito film sulla capacità di gestire la perdita: la perdita dell’amore, la perdita della giovinezza, la perdita dei figli, la perdita della salute, nel quale Sebastian Lelio si dimostra un maestro nel dosaggio dei toni, un equilibrio ben esemplato dalla dolce malinconia di Aguas de março di Jobim eseguita “in famiglia”, una scena che non ha veramente nulla da invidiare al cameo di Caetano Veloso in Hable con ella di Pedro Almodovar. E già che siamo a parlare di musica: il film è punteggiato di musica, non solo quella da ballo dei locali che Gloria frequenta, ma anche quella diegetica proveniente soprattutto dall’autoradio, canzoni d’amore e d’abbandono che Gloria, mentre guida, sorridente e amareggiata canta, in omaggio al vecchio adagio di Fanny Ardant secondo cui “plus elles sont bêtes plus, elles disent la vérité”.
(Gloria); Regia: Sebastian Lelio; sceneggiatura: Sebastian Lelio, Gonzalo Maza; fotografia: Benjamin Echazaretta; montaggio: Soledad Salfate, Sebastian Lelio; interpreti: Paulina Garcia (Gloria), Sergio Hernandez (Rodolfo), Diego Fontecilla (Pedro), Fabiola Zamora (Ana); produzione: Fabula, Santiago de Chile; origine: Cile; durata: 105’.
