HALF LIGHT

Arriva l’alba o forse no
A volte ciò che sembra alba
Non è
Ma so che so camminare dritto sull’acqua e
Su quello che non c’è
(Quello Che Non C’è, Afterhours 2002)
Half light è la penombra.
La quasi oscurità che circonda una madre che ha appena perso il suo bambino e che vive nel rimorso per non essere riuscita a salvarlo.
E’ la zona tra la vita e la morte in cui si trova chi è deceduto in modo violento, o chi ha ucciso, e non sa darsi pace. Chi vive sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e che ha nostalgia della luce, dalla quale non vuole definitivamente allontanarsi.
Ma la penombra è anche il luogo preferito in cui nascondersi per tramare ai danni di chi è ignaro del pericolo, per osservare senza essere visti.
Forse il nostro caro Manuel Agnelli sa quale rotta seguire per non perdersi inseguendo l’invisibile.
Ma non tutti sono così fortunati e razionali.
E’ questo il caso di Rachel Carlson (Demi Moore), una scrittrice americana trapiantata a Londra, autrice di romanzi fantasy di successo, che perde il figlioletto Thomas (Beans Balawi), annegato in un canale. Naturalmente scossa dal trauma, la donna cercherà rifugio nella tranquillità di Ingonish Cove, un villaggio di poche anime in riva al mare, nelle Midlands scozzesi, per allontanarsi dai frantumi del suo matrimonio con Brian (Henry Ian Cusick), e per ritrovare la serenità necessaria per continuare a vivere e scrivere. In questo forse aiutata dalla gente del luogo e, in particolare, da Angus McCulloch (Hans Matheson), il giovane guardiano del faro che si trova su un isolotto di fronte al cottage in cui lei si è stabilita.
Ma inquietanti segni della presenza di Thomas cominciano a popolare la vita e gli incubi di Rachel.
Half light è un horror gotico e romantico.
E, soprattutto, è un film che cerca di travestirsi da opera interessante, se non addirittura affascinante, ma che sa stupirci più che altro per le sue inconsistenti mediocrità e futilità.
Paesaggi da sogno, sparuti gruppi umani immersi in una natura casta e selvaggia: la tipica ambientazione per un gothic movie (o la cara vecchia Inghilterra, o il New England o, al massimo, la vicina Nuova Scozia: non si può sfuggire alle regole del Genere!).
Il regista australiano Craig Rosenberg è stato autore di sceneggiature per Wes Craven e per alcuni film prodotti da Steven Spielberg; recentemente ha adattato, per la Dreamworks, l’horror Two Sisters del coreano Ji-Woon Kim.
In Half Light evidenti sono i rimandi all’hitchcockiano Rebecca, la prima moglie e al simil-hitchcockiano Le verità nascoste: due storie su persone che sono diverse da come appaiono e sulle falsità che si nascondono dietro certi rapporti umani nei ceti alto borghesi.
Rosenberg ha affermato di essersi ispirato in modo particolare a The Wicker Man (horror britannico del 1973, per la regia di Robin Hardy; attualmente è pronto un suo remake americano, ndr) e, per quanto riguarda le atmosfere, ai polanskiani Cul de sac e Rosemary’s Baby e A Venezia...un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg. Di certo è sempre un bene prendere ispirazione da opere di importante fattura: ma non sempre si hanno le capacità di restituirne la magia, né, tantomeno, di crearne una nuova e del tutto personale!
Unicamente due situazioni rappresentate lungo il film sono riuscite a suscitare il mio interesse. Ve ne parlerò brevemente.
Nel Vangelo secondo Matteo 6,3 è scritto: «[.. non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra». Chissà perché Rachel non ha seguito la saggezza di questa massima: le avrebbe impedito di annegare nel gorgo della sua follia, sempre più sola e sempre più a fondo nell’abisso.
Sto parlando di una scena in cui la donna, ormai vittima della schizofrenia, si riflette in uno specchio che, sdoppiando la sua immagine reale, ne restituisce un’altra che prende vita: noi vediamo muoversi, sulla superficie riflettente, la sua mano destra (o si tratta di quella sinistra? Dipende in quale parte dello specchio pensiamo di trovarci, o da quella in cui scegliamo di trovarci), che nel mondo reale lei non ha mosso. E la mdp compie una lenta panoramica libera di 360°, dalla meravigliosamente insostenibile lentezza, fluttuando tra i due mondi e mettendoli in comunicazione: la nostra visione e la nostra mente ne usciranno inquietate, perché hanno assistito alla messa in unione di due opposti normalmente inconciliabili.
Poter vedere il mondo dei vivi accanto a quello dei morti, attraverso gli occhi di chi il senso comune additerebbe come folle. Rachel immagina la scena di un delitto, mentre lo sceriffo del luogo le sta illustrando, nei minimi particolari, quello che accadde anni prima. In scena, quindi, vediamo comparire i vivi e i morti (è una prefigurazione del climax finale, in una fin troppo abusata, nei film horror, legge della ciclicità, dove vittima e carnefici si scambiano i ruoli): lo sguardo di noi spettatori coincide perfettamente con l’onirismo e con la fantasia di Rachel, che sembra vedere la realtà solo attraverso gli occhi della sua immaginazione.
In Half Light compare uno dei più bei coltelli che mi sia mai stato dato di veder brillare nell’oscurità (o semioscurità se preferite...) della sala cinematografica. Si tratta di una lucente lama di acciaio che risplende nella notte, un manufatto talmente perfetto da poter meritare di comparire in un qualsiasi film di Dario Argento, ovvero di un regista che da sempre sente la fascinazione esercita dai feticci di morte. Ma in questo film americano un tale splendore rimane inutilizzato: è un’arma che non può offendere, un qualcosa di incompiuto, probabilmente solo perché si trova nelle mani sbagliate, ovvero in quelle della vittima predestinata. Ma può anche stare a rappresentare la totale incompletezza dell’intero film: l’inutilità immersa in una cornice rifulgente.
(id.) Regia, soggetto e sceneggiatura: Craig Rosenberg; fotografia: Ashley Rowe; montaggio: Bill Murphy; musica: Brett Rosenberg; scenografia: Don Taylor; costumi: Ruth Myers; interpreti: Demi Moore (Rachel Carlson), Hans Matheson (Angus McCulloch), Beans Balawi (Thomas), Kate Isitt (Sharon Winton), Henry Ian Cusick (Brian); produzione: Lakeshore Entertainment, Vip 3 Medienfonds; distribuzione: UIP; origine: Germania e Gran Bretagna 2006; durata: 110’; web info: sito italiano.
