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Hamlet

Pubblicato il 28 gennaio 2009 da Giovanna Vincenti


Hamlet

Roma, Teatro Argentina – Quando ancora le luci in sala non sono abbassate, gli attori, seduti di fronte a degli specchi da camerino, ripetono in maniera martellante, ossessiva ‘Chi sei tu?’. Fin dai primi istanti si ha la percezione che il dramma del dubbio e dell’incertezza non si abbatterà solo su Amleto e la corte di Elsinore, ma che si espanderà, dilagherà senza risparmiare nessuno, proprio come la nube di fumo che avvolge la platea.

Vero e proprio testo sacro nell’universo teatrale, Hamlet si presenta come una sfida dura e coraggiosa per chiunque si accinga a metterlo in scena, tanto registi quanto interpreti. Afferma Korsunovas: ‘Per un regista mettere in scena Amleto è un po’ come sposarsi. È qualcosa che sai che dovrai fare, quando sarà il momento giusto’.

Tuttavia, senza lasciarsi intimidire dalla estrema celebrità di questo classico, Korsunovas sembra, al contrario, sentirsi più libero di osare con un testo (più di ogni altro) universalmente conosciuto. Del resto, Hamlet non è il primo classico shakespeariano ad essere portato in scena dal regista lituano. Già nel 2005, si era fatto notare per un insolito allestimento di Romeo and Juliet, nell’ambito del XIV Festival dell’Unione dei Teatri d’Europa.

Abile nella scelta di cosa ‘rimaneggiare’ e cosa, invece, lasciare intatto, Korsunovas sapientemente taglia, aggiunge, fonde, estende, concentra, ripete. Originale e allo stesso tempo fedele al testo, questo allestimento è carico di un’energia dirompente. Una lettura in chiave fortemente simbolica ed evocativa, grazie alla quale viene a crearsi un’atmosfera suggestiva e inquietante, carica di ambiguità e mistero. Lo spettacolo non subisce mai cali e, anzi, possiede addirittura un carattere ipnotico, magnetico.

La scenografia, dinamica e minimale, detta il ritmo della rappresentazione. Specchi, ora messi in fila, ora in ordine sparso, ora in modo da creare immagini geometriche ben precise, creano continuamente giochi di riflessi e sembrano quasi estendere ed integrare i movimenti degli attori. Un’esaltazione del labile confine tra realtà e apparenza e della molteplicità di punti si vista. Il singolo ci viene presentato in tutta la sua ‘naturale’ doppiezza.

Degna di nota, ancora, la particolare cura e sapienza nell’utilizzo delle luci e degli effetti sonori. Stridenti, sinistri, angoscianti, i suoni avvolgono e catturano lo spettatore fin dai primi istanti.

Anche il limite linguistico (lo spettacolo è in lingua originale con sopratitoli) sembra, tutto sommato, non pregiudicare troppo la fruizione dello spettacolo. Sicuramente qualche sfumatura viene inevitabilmente persa. Tuttavia, gli attori, versatili e straripanti di energia, riescono ad arrivare al cuore dello spettatore. E, nel pieno rispetto della natura del teatro elisabettiano, non mancano i momenti leggeri e divertenti (Vaidotas Martinaitis nei panni di Polonio è a dir poco fenomenale).

Fedele ai dettami di Amleto-Shakespeare, un riuscito esempio di quel ‘teatro, il cui fine, dalle origini ad ora, è stato ed è di tenere, per così dire lo specchio alla natura, di mostrare alla virtù i suoi lineamenti, al vizio la sua immagine, e all’età e al corpo del tempo a loro forma e impronta’ (III, 2 , 17-20). Imperdibile.


Autore: William Shakespeare; regia: Oskaras Korsunovas;
scene: Oskaras Korsunovas e Agne Kuzmickaite;
costumi: Agne Kuzmickaite;
musiche: Antanas Jasenka;
luci: Eugenijus Sabaliauskas;
suono: Vilius Vilutis; 
tour manager: Audra Zukaityte; Interpreti: Darius Meskauskas (Amleto), Dainius Gavenonis (Claudio, lo Spettro), Nele Savicenko (Gertrude), Vaidotas Martinaitis (Polonio), Rasa Samuolyte (Ofelia), Julius Zalakevicius (Orazio), Darius Gumauskas (Laerte), Tomas Zaibus (Rosencrantz, Bernardo), Giedrius Savickas (Guildenstern), Jonas Verseckas (Marcello); Sopratitoli a cura di Prescott Studio, Firenze.


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