X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Hanezu No Tsuki - Cannes 2011 - Concorso

Pubblicato il 19 maggio 2011 da Antonio Valerio Spera


Hanezu No Tsuki - Cannes 2011 - Concorso

Dopo aver vinto la Camera d’Or nel 1997 con Moe Noe Suzaku e il Gran Prix quattro anni fa con Mogari No Mori, torna in competizione al Festival di Cannes la regista Naomi Kawase, ormai un’habituè sulla Croisette. Ma se i suoi film nelle rassegne internazionali ricevono sempre premi e consensi, in Italia così come in altri paesi l’autrice giapponese rimane una sconosciuta. La Kawase rientra infatti nel gruppo di quei registi che si ritagliano un nutrito e affezionato pubblico festivaliero, ma che però allo stesso tempo, a causa del loro stile molto personale, simbolico, a volte estremamente ermetico, che dà la priorità alle immagini e alle suggestioni visive piuttosto che alla storia, rimangono fuori dai circuiti nazionali. Effettivamente le prospettive economiche di un film della Kawase sono bassissime se non nulle, e forse ai distributori, che devono guardare anche al portafogli oltre che alla qualità dell’opera, non si può dargli torto.
Per questo motivo il destino dell’ultimo Hanezu No Tsuki, accolto da molti applausi qui a Cannes, quasi sicuramente non sarà diverso da quello dei film precedenti della regista giapponese. Narrazione rarefatta, lunghi momenti privi di dialoghi, ritmi dilatati, attenzione della macchina da presa più per la natura che per i personaggi, simbolismi continui: sono queste le caratteristiche del film della Kawase - purtroppo non di certo peculiarità cinematografiche adatte ad un grande pubblico. Sebbene però sia una pellicola di difficile e complessa fruizione, Hanezu è un’opera potente davanti alla quale non si può rimanere impassibili. C’è una storia nel film, quella della relazione tra Takumi e Kayoko, ma in fondo è solo abbozzata, raccontata solo a piccoli tasselli. Alla regista interessa poco il racconto nella sua struttura, importa più che altro ciò che rappresenta, la metafora visiva che si può plasmare da essa. L’approfondimento della Kawase non va a toccare le psicologie dei personaggi, ma le supera, va oltre. Diventa uno sguardo contemplativo, vicino al misticismo, che osserva la natura umana da un punto di vista posto fuori da ogni direttiva temporale. La storia dei due protagonisti porta infatti con sé la storia di sempre di tutte le anime del Giappone, lo spirito di un popolo la cui nascita è ancora avvolta dal mistero.
Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che si focalizza la commossa riflessione del film. Naomi Kawase, attraverso l’alternanza tra racconto principale, le immagini degli scavi di Asuka (regione in cui si pensa sia nato il popolo giapponese), inserti onirici, suggestioni visive, contemplazione della natura e simbolici elementi narrativi, dipinge una metafora della nascita, una meditazione su un paese e sulla sua anima in parte sconosciuta, un’esplicita dichiarazione d’amore per la propria terra, le cui precise origini sono ancora da scoprire. Una costruzione filmica ammaliante, immersiva, lentamente vorticosa, che rende il film un forte contendente per il palmarès finale.


CAST & CREDITS

(Hanezu) Regia: Naomi Kawase; sceneggiatura: Naomi Kawase; fotografia: Naomi Kawase; montaggio: Naomi Kawase, Yusuke Kaneko, Tina Baz; interpreti: Tohta Komizu, Hako Oshima, Tetsuya Akikawa; produzione: Kumie, Kashihara-Takaichi Regional Administrative Association; origine: Giappone; durata: 91’.


Enregistrer au format PDF