X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



HAPPY FEET

Pubblicato il 1 dicembre 2006 da Andrea Di Lorenzo


HAPPY FEET

L’iperrealismo, o realismo fotografico, è una corrente artistica (in particolar modo pittorica) riguardante la riproduzione meccanica e particolareggiata della realtà: nata negli anni ’70, si diffonde in Europa nel decennio successivo. Di fatto è derivata della pop art e si contraddistingue per la maniacalità dei dettagli, sotto tutti gli aspetti esagerata. Mambo, invece, è un pinguino imperatore con una singolare deviazione: mentre tutti i suoi simili "cantano", lui balla il tip-tap. Allontanato dal branco per questa sua peculiarità, rea di essere la causa della penuria di pesce nella zona, il povero animaletto dagli occhi azzurri tenterà l’impresa impossibile di trovare i reali colpevoli del misfatto alimentare (gli alieni, ossia gli umani), ai quali chiederà aiuto per ripristinare l’ecosistema malato. Ci riuscirà, garantendo la proliferazione della specie.

Accostamento azzardato? Assolutamente no: quelle sedici righe sono Happy Feet, l’ultimo film d’animazione della Warner Bros e leggero passo indietro rispetto alle produzioni precedenti. "Come si possono avvicinare pinguini e correnti artistiche?", vi chiederete voi: certo, è un parallelo forzato ma neppure troppo, vista la scelta stilistica intrapresa da George Miller, già conosciuto per esser stato il regista del film Babe - Maialino coraggioso.
L’idea che ha spinto Miller, regista, co-sceneggiatore e produttore del film, a cimentarsi in un tale lavoro è scaturita dalla visione di un documentario della BBC/National Geographic: Life in The Freezer. Illuminato da questo documentario, capace di raccontare una grande storia, dove al centro della quale v’erano i pinguini imperatori (si noti, la produzione del film, a scanso di equivoci, è iniziata poco prima dell’uscita de La Marcia dei Pinguini), il prode Miller decise che forse si poteva fare un film d’animazione sui pinguini, riportando fedelmente in animazione sullo schermo quei simpatici animali, ultimamente sin troppo sfruttati dalle case di produzione cinematografica. Ad una prima visione, l’operazione può, decisamente, definirsi ben riuscita: spesso si ha l’impressione di essere di fronte a reali panorami antartici e a veri animali, tanto che il regista afferma (forse esagerando) che più di una volta ha "subito la tentazione di grattare i pancini dei pinguini"! Lode dunque agli animatori. Ma che senso ha? E’ una maniera per poter dire al mondo intero: guardate quanto siamo bravi? Oppure è solo la ricerca di un foto-realismo spietato capace di uccidere la finzione dell’animazione? Miller, in una dichiarazione, afferma di aver intrapreso questa strada perchè "il paesaggio dell’Antartide è maestoso ed i pinguini magnifici"... Un’idea alquanto bizzarra. Non era forse meglio, seguendo questa impostazione, realizzare un documentario? Certo, un documentario non ci avrebbe mostrato i pinguini cantare e ballare in coreografie degne dei migliori musical di Broadway, però sarebbe stato più coerente. L’impressione che trapela nel vedere il film è quella che la storia sia stata creata come ideale contrappunto dello stile visivo: totalmente assurda, sicuramente simpatica ma comunque imbarazzante. Non mancano certo degli spunti divertenti ma sono sempre dati dai personaggi di contorno (più nello specifico: dai pinguini spagnoleggianti), i quali, praticamente da soli sorreggono un protagonista che è sin troppo ricalcato sul personaggio di Elijah Wood (quegli occhi azzurri sono ormai un suo marchio di fabbrica) e sullo stereotipo del giovane "diverso" che, allontanato dalla società, tornerà per trionfare, aiutato dalla donna che ama. Non è il primo caso, certamente, ma è il più palese: senza quei pinguini il film sarebbe stato improrogabilmente più piatto. Sarà forse una certa tendenza dei film d’animazione odierni? Ma torniamo al discorso principale.
La bellezza dell’animazione, è proprio quella di non essere reale: lo spettatore, per usare termini politici, firma un contratto, quando va a vedere un’opera d’animazione, basato sulla verosimiglianza ossia, "noi sappiamo che quello che vediamo non è vero". L’animazione ci propone un mondo che, anche quando è il nostro, è fantastico: animali parlanti, umani volanti, supereroi taglienti e quant’altri. Se proprio volessimo vedere qualcosa di iperrealistico, guarderemmo, come dicevamo prima, un documentario. Nel contempo, non si può esulare dalla sceneggiatura: le situazioni inverosimili o fantastiche, sono all’ordine del giorno per quanto riguarda l’animazione, diciamo che a volte si superano dei limiti di assurdità che nemmeno si potevano immaginare! (E non facciamo esempi altrimenti rischiamo di dilungarci troppo) Eppure, anche quando questi limiti erano superati, si rimaneva sempre legati ad una certa idea di animazione che ci permetteva di distaccarci dalla realtà, entrando in un mondo parallelo, proprio grazie allo stile: teso al realismo si, ma mai troppo. E’ lo stesso discorso che Trey Parker e Matt Stone fanno in una delle puntate della loro serie cult South Park, dove vediamo il trailer di un film dove "Rob Schneider è una spillatrice". C’è un limite: e se lo si supera si rasenta il ridicolo, più che l’assurdo.

C’è un modo per definire Happy Feet allora? Ani-mentario? Docu-fiction animata? L’unica cosa sicura, al momento, sono gli incassi: in America hanno superato quelli di 007 -Casino Royale; un segno, dunque, che ci dimostra come il film piaccia al pubblico.
Forse dovremmo evitare di cercare una definizione; questo film di Miller è semplicemente qualcosa di impalpabile dal punto di vista di una circoscrizione di genere; resta l’idea: portare sullo schermo un documentario sui pinguini con una storia non in stile documentario; qualcosa che richiami il grande pubblico, che abbia echi musicali conosciuti, ritmi di ballo accattivanti e una trama che si avvicini a una tragi-commedia adolescenziale di crescita: ovvero, Il brutto anatroccolo leggermente rivisitato in chiave esistenziale-biologica-educativa. Un melange venato da continui momenti tragici da cui, comunque, ci saremmo aspettati di più.

(Happy Feet) Regia, soggetto e sceneggiatura: George Miller; Art director: David Nelson; montaggio: Margaret Sixel, Christian Gazal; musica: John Powell; coreografie: Kelley Abbey, Savion glover;scenografia: Mark Sexton; interpreti: Elijah Wood (Mambo), Brittany Murphy (Gloria), Hugh Jackman (Memphis), Nicole Kidman (Norma Jean), Robin Williams (Ramon), Hugo weaving (Noah l’anziano); produzione: Doug Mitchell, George Miller, Bill Miller; distribuzione: Warner Bros Italia; origine: USA, 2006; durata: 108’; web info: sito ufficiale.

Enregistrer au format PDF