Harry Brown - Noir in Festival 2009

Un prologo folgorante per violenza e realismo quello di Harry Brown, dove le immagini di una handycam impazzita riproducono sullo schermo la tremenda uccisione di una donna da parte dei bulli di una giovane gang londinese. E’ la scelta più azzeccata per intromettere lo spettatore nel clima e nell’ambientazione dell’opera. Un film crudo, cattivo, esplicito (forse troppo) nella manifestazione dell’efferatezza e sangue. Harry Brown, il cui titolo prende il nome dal suo protagonista, vede uno straordinario Michael Caine, capace di illuminare ogni scena ed ogni primo piano, nelle vesti di un giustiziere della notte che vuole sopperire all’incapacità della polizia, vendicandosi da solo dell’uccisione di un suo amico. Azione quest’ultima che oltre a soddisfarlo personalmente lo spingerà inevitabilmente a riportare la pace in un quartiere periferico di Londra governato da una gang criminale.
La descrizione della polizia porta in sé una forte denuncia sul lavoro delle forze dell’ordine: escluso il tenente interpretato da Emily Mortimer, l’unica a capire realmente le dinamiche dei fatti e a possedere un’umanità, i poliziotti vengono ritratti allo stesso modo dei delinquenti, spinti da interessi personali, cultori della violenza e pronti a prevaricare i propri colleghi. Per questo motivo, Brown, anziano vedovo con un passato nella marina, impersona sullo schermo non tanto il desiderio di giustizia o la vendetta quanto proprio la giustizia stessa, non rappresentata in alcun modo dalla polizia.
Nel complesso l’opera di Daniel Barber, che ha accompagnato il film qui al Noir in Festival di Courmayeur, dove è stato presentato nella sezione ufficiale, convince per il disegno, attraverso un uso del digitale sporco ed estremamente realistico, delle atmosfere cupe tipiche del genere e soprattutto per l’efficace costruzione di una tensione costante quasi fastidiosa. Harry Brown tiene lo spettatore attaccato alla poltrona grazie ad un susseguirsi di eventi, di sparatorie, di uccisioni ma anche grazie ad un impianto visivo affascinante e ad un racconto che presenta colpi di scena e punti di svolta inaspettati.
Nel caso volessimo trovare un difetto al film, esso andrebbe però rintracciato proprio nella sua cifra estetica. Se infatti è ineccepibile l’abilità registica di Barber nel sottendere la narrazione di un’angoscia perenne, allo stesso tempo risulta spontaneo chiedersi, durante la visione del film, se il cineasta fosse stato in grado di ottenere lo stesso risultato giocando anche sul fuori campo ed essendo meno esplicito nella rappresentazione della violenza. Il film infatti non lascia nulla all’immaginazione: fiumi di sangue invadono lo schermo e la brutalità dei protagonisti (dovremmo dire dei “cattivi”, ma qui in realtà tutti sono personaggi brutali e violenti) esplode in sequenze di rara crudezza.
Ma forse è anche inutile porsi questo quesito e bisogna solo lasciarsi trasportare dalla forza sia contenutistica che visiva di questo Harry Brown, che è sì un western metropolitano per stomaci forti, ma appassiona ed ipnotizza lo sguardo dello spettatore. E l’apparente lieto fine, che sembra lasciare qualche speranza, vuole soprattutto far riflettere sull’importanza e sulle responsabilità del singolo per il destino della collettività. Che sia esso felice o tristemente tragico.
(Harry Brown) Regia: Daniel Barber; sceneggiatura: Gary Young; fotografia: Martin Ruhe; musica: Ruth Barrett, Martin Phipps; interpreti: Michael Caine, Emily Mortimer, Iain Glen, Ben Drew; produzione:MARV, Prescience, UKFC, Framestore; distribuzione: Lionsgate; origine: Gran Bretagna; durata: 103’.
