Have a Nice Day

L’ultima giornata del concorso della Berlinale non poteva cominciare in modo più originale: un film di animazione cinese, il cui titolo inglese – clamorosamente antifrastico – suona Have a Nice Day. Il regista Liu Jian (a occhio e croce fra i 45 e i 50, è l’unico di cui nei credits del festival non viene riportata la data di nascita) è un personaggio assai notevole, con una formazione presso l’Accademia delle Belle Arti di Nanchino come pittore paesaggista, una carriera come pittore almeno fino alla metà degli Anni Zero. Dopodiché intorno al 2007 Liu Jian decide di cambiare mestiere e di passare al cinema d’animazione. Presenta nel 2010 a vari festival di settore, mietendo diversi successi, un primo film intitolato Piercing I. Il secondo, e successivo è quello che viene presentato qui a Berlino, sette anni dopo. La distanza di sette anni fra un film e l’altro è presto spiegata: Liu Jian fa tutto, ma davvero tutto da solo, tanto per intenderci il modello opposto ai grandi colossi americani (Disney, Pixar, Dreamworks). Fare tutto da solo significa dipingere, sì dipingere, ogni singola inquadratura, e non siamo in presenza di un film di Straub con le inquadrature fisse, ma di un film assai vivace; la targa che si trovava sotto il nome di Liu Jian in conferenza stampa era fantastica: regista, sceneggiatore, animazione, casting, produttore, produttore esecutivo, praticamente tutto. Il film è un brillante e divertente gangster movie animato, con un grappolo di personaggi, all’incirca una decina che rincorrono tutti una borsa piene di banconote, il film è piano di incontri, scontri, coltellate etc; di molti dei personaggi abbiamo modo di conoscere i pensieri, le ambizioni, i desideri, che sono quasi sempre sogni di ricchezza, spesso cullati dai miti del consumo, della cultura popolare di stampo internazionale, globale, con riferimenti – anche cinematografici: Rocky, Il padrino, ma dietro l’angolo c’è, in modo più che evidente, Quentin Tarantino e i personaggi che si lasciano andare ai più diversi e paradossali statement – alla cultura americana, anche se poi fa effetto vedere che l’americanizzazione e l’anonimizzazione delle città cinesi (il film si svolge in una, per gli standard cinesi, piccola città del sud) vanno di pari passo a quei mucchi di banconote che ancora recano sopra il faccione di Mao. Insomma Liu Juan intercetta nel suo film, in modo sensibile e per certi aspetti grottesco, la confusione (o se vogliamo la commistione) di globalizzazione consumista e arcaismo comunista- e a un certo punto il grottesco della commistione raggiunge l’apice, allorché in una delle molte sequenze in macchina, mentre l’automobile attraversa il non-luogo della periferia cinese dall’ autoradio si sente la voce di Trump che celebra la propria vittoria. I “quadri” di Liu Juan rivelano una particolare attenzione all’aspetto, vagamente definibile come, ecologico, alla crescita selvaggia delle periferie. E’ di assoluta e centrale importanza è, come non mai, la pista sonora, in un’animazione molto mossa in termini di montaggio fra un’inquadratura e l’altra, ma dove all’interno delle singole inquadrature, là dove presenti, i personaggi risultano tutto sommato piuttosto statici. La pista sonora/musicale è affidata a David Liang, musicista cino-americano, a capo di un gruppo denominato The Shanghai Restoration Project, ed è interessantissima, piena di effetti acustici, oltreché di songs, un po’ techno, un po’ anni ’80, celebrati nella canzone che accompagna i titoli di coda, brevissimi rispetto a quelli della Pixar o della Disney.
La Giuria della Berlinale ha ogni anno a disposizione un premio intitolato ad Alfred Bauer per un film che apre nuove prospettive. Fossimo nella Giuria non avremmo esitazioni a chi assegnarlo.
(Hao ji le); Regia: Liu Jiansceneggiatura: Liu Jian; animazione:Liu Jian; montaggio:Militia Xiao Liu; musica: The Shanghai Restoration Project; produzione: Nezha Bros Pictures, Pechino, Le-joy Animation Studio, Nanchino origine:Repubblica Popolare Cinese 2017; durata: 75’.
