Hedi (Concorso)

Inizia piuttosto bene il concorso della Berlinale con un dignitoso film proveniente dalla Tunisia (paese assente dal concorso da due decenni esatti). Il titoli internazionale è Hedi, che è poi il nome di battesimo del protagonista. Il titolo originale è Inhebbek Hedi, un gioco di parole – ha spiegato il regista nella conferenza stampa - fra “ti amo Hedi” e “stai calmo Hedi”. Il regista Mohamed Ben Attia, quarant’anni esatti, esordisce nel lungometraggio, dopo diversi corti che lo avevano già fatto apprezzare. Il film presenta una situazione di partenza non esattamente originalissima: un matrimonio combinato. In casi siffatti si danno, grosso modo, tre situazioni: la persona che ha subito la scelta (di solito dei genitori, di uno dei genitori), conoscendo il fidanzato/la fidanzata s’innamora davvero (modello: La sposa promessa di Rama Burshtei; il matrimonio combinato, a tutti i costi, non s’ha da fare (modello: East is east di Damien O’Donnell); si trova una soluzione di compromesso (spesso di tipo comico), un escamotage per aggirare il volere dei genitori (si veda come esempio Il mio grosso grasso matrimonio greco di Joel Zwick). Qui la costellazione sistemica è fin dall’inizio molto chiara: padre morto, madre da far impallidire le jddische Mame che conosciamo da tanta letteratura e tanto cinema ebraico, fratello grande emigrato in Francia, che torna per vicariare il padre in occasione delle nozze del fratello, ma che non vede l’ora di tornarsene in Europa, la mamma, del resto, la sua sposa francese non l’ha mai sopportata. E poi Hedi, il protagonista, venticinquenne mai davvero cresciuto che lavora come rappresentante della Peugeot nella città di Kairouan a 160 km da Tunisi. La madre ha deciso la fidanzata, la madre sta gestendo tutti i preparativi per il matrimonio, compreso il regalo per la fidanzata, l’arredamento della nuova casa etc; e quando esce di casa la mamma ancora gli dà argent de poche. La fidanzata è carina carina, ma è schiava come e più di lui del sistema delle convenzioni: quando si incontrano – sempre rigorosamente in macchina e di nascosto - due bacetti sulla guancia e via. “Fra tre giorni te lo prometto, il mio cuore tu avrai”, si potrebbe cantare, variando Rosanna Fratello. Tutto procede prevedibile e inesorabile verso la data fatidica, quando il buon Hedi, per mantenere il posto di lavoro, deve andare a caccia di clienti nella zona di Mahdia, costa mediterranea ad alta densità turistica, a un tiro di schioppo da quella Lampedusa che vedremo domani nel film di Rosi. Alte densità turistica, per modo di dire; i recenti attentati hanno prodotto un disastro sul piano economico, sono rimasti solo sparuti turisti tedeschi, le ragazze che lavorano nei villaggi e negli alberghi come animatrici hanno le ore (di lavoro) contate e progettano di andarsene anche loro in Europa dove di lavoro, sperano, ce ne sarà un po’ di più. Fra una di queste, Rim , e Hedi, salesman di passaggio, nasce simpatia, poi passione, poi amore. E sappiamo già di fronte a quale dilemma si troverà il protagonista: ascoltare la voce (fin qui, forse, mai udita) della passione con tutte le incertezze che questa strada, questo salto nel buio comporta o invece rispettare il percorso segnato da altri e fare il bravo figliolo. È bravo il regista sceneggiatore a scegliere una terza strada, che è poi l’esito di un (magari tardivo) percorso di formazione compiuto da Hedi. Si capisce, strada facendo, in mezzo ai discorsi che il protagonista scambia con Rim, che in ballo c’è sì un conflitto individuale, di fatto il classico triangolo melodrammatico con tanto di conflitto fra passione e dovere ma c’è qualcosa di più, il superamento di quella che Kant chiamava la “Unmündigkeit”, lo stato di minorità con implicite ma innegabili ripercussioni politiche (qua e là si fa riferimento alle manifestazioni che hanno accompagnato la cosiddetta rivoluzione dei gelsomini, a cui sia Rim che Hedi hanno partecipato; Rim ok, quanto a Hedi, mah, non suona poi così plausibile). Life of a Salesman si potrebbe dire: Hedi impara a prendere in mano le redini della propria vita, si emancipa dai propri mentori, avviandosi, al termine della pellicola, verso un itinerario certamente assai incerto e accidentato, ma per lo meno suo. La regia è buona e alterna alcuni momenti nervosi con la camera a mano con inquadrature più statiche, in cui Hedi è ripreso spesso di spalle ed è talmente concentrato sulla propria persona, nel tentativo di venire a capo del proprio sé, che molto di quello che vede resta completamente fuori fuoco.
(Inhebbek Hedi); Regia: Mohamed Ben Attia; sceneggiatura: Mohamed Ben Attia; fotografia: Frédéric Noirhomme; montaggio: Azza Chaabouni; interpreti: Majd Mastoura, Rym Ben Messaoud, Sabah Bouzouita, Omnia Ben Ghali, Hakim Boumsaoudi; produzione: Les Films du Fleuve, Tanit Films, Nomadis Images; origine: Tunizia-Belgio, 2016
